Private Equity: Crisi? Quale crisi?

Ho sempre ritenuto con poca modestia di lavorare in un settore invidiabile: il private equity. Le motivazioni sono tante e note: si va dalla possibilità di avere un punto di vista privilegiato sull’economia e su tanti suoi settori, fino all’opportunità di vivere la vita dell’imprenditore partecipando molto a guadagni e conoscenza e assumendosi tutto sommato rischi limitati.

Dopo i fatti noti e recenti, alcuni lettori mi hanno chiesto preoccupati se avevo ancora un posto di lavoro non vedendomi più scrivere da tempo. Altri amici, quando si parla di finanza, mi guardano ghignando con malizia. Generalmente quello che prima era un settore invidiabile viene ora visto come un settore dalle prospettive fosche e incerte.

Anzitutto, tranquillizzo tutti sul mio status professionale. Ribadisco poi, mai come ora, la bontà di un modello come quello del private equity, ove non degeneri in operazioni di acquisizioni a debito le cui uniche finalità sono nel rendimento speculativo e finanziario.

La domanda che muove la girandola di prezzi che vedete in borsa è sempre la stessa: quanto vale questa o quell’azienda? Dipende dalle prospettive dell’economia. E le prospettive dell’economia da cosa dipendono? Da tante altre prospettive che andranno poi a formare i prezzi di ciascun titolo. Quando c’è incertezza e scarsa visibilità sull’avvenire, le prospettive di sviluppo cambiano molto rapidamente e con esse i prezzi. Fiat un giorno capitalizzava 20 miliardi, oggi 6 miliardi. Volkswagen invece capitalizzava 30 miliardi e oggi capitalizza 180 miliardi semplicemente perché il suo azionista di maggioranza (Porsche) vuole comprare tutto il flottante praticamente a qualsiasi prezzo (ci sarebbero altri motivi tecnici, ma non stiamo ad approfondirli).

Un fondo di private equity acquisisce un’azienda, la gestisce e poi la rivende sul mercato oppure a un altro operatore industriale o finanziario. Ci sono due prezzi: quello di ingresso e quello di uscita. Non c’è il nervosismo di capire giorno per giorno, minuto per minuto, secondo per secondo, qual è il prezzo di un’azienda a quanto posso venderla, a quanto posso comprarla, quanto posso guadagnare.
Due prezzi che dipendono per buona parte da quanto hai lavorato per bene (tu o chi per te) per creare valore dentro quell’azienda.

Mai come oggi io penso sia ancora una condizione invidiabile (fair-value permettendo).

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