Quest’anno a Gerusalemme /4

Con un po’ di sconforto mi ritrovo a scrivere queste parole da Roma dribblando abilmente gli impegni di cui tornerò ad occuparmi lunedì. Raccontare una vacanza mentre si è vacanza è divertente e la scrittura è illuminata dall’entusiasmo della scoperta; riferire di un viaggio quando la festa è finita ha invece sapori un po’ nostalgici e amari, per cui, ahimè, con questo quarto episodio chiuderò la serie “Quest’anno a Gerusalemme” (il titolo rimane lo stesso riprendendo il libro di Mordechai Richler, anche se gli ultimi giorni in Israele sono passati tra Haifa, Acco e Tel-Aviv).

Arrivati a Haifa si percepisce immediatamente lo stacco con Gerusalemme: l’atmosfera è quella di una città portuale cresciuta in maniera disomogenea, ma pulitissima e curata in ogni minimo dettaglio. L’uniformità degli edifici di Gerusalemme e quell’aurea sacra lasciano il posto a quartieri che si arrampicano disordinatamente sul Monte Carmelo e ad una nube di smog che viene dalle industrie pesanti dei dintorni. Dalla baia di Haifa è visibile il Libano, da cui nel 2006 sono arrivati alcuni missili di Hezbollah durante la guerra. Non solo durante la nostra visita non era minimamente percepibile alcun danno strutturale (la guida ci ha spiegato che il governo ricostruisce tutto assai celermente per lasciarsi alle spalle la paura), ma osservando la serena convivenza tra cristiani, arabi ed ebrei è difficile anche solo pensare che questa città abbia potuto soffrire le tensioni di una guerra. Haifa è probabilmente la città più cosmopolità di Israele con un buon 30% della popolazione di religione non ebraica. Magnifico emblema di questa convivenza è il santuario della religione Bahi: una sorta di nuova religione che abbraccia un po’ tutti i principi delle tre relgioni monoteiste e che ha posto a Haifa un santuario nel bel mezzo di giardini suntuosi che si sviluppano in altezza su tutto il Monte Carmelo. La dedizione con cui viene curato il luogo dagli adepti del Bahi e la bellezza di questi giardini ha convinto l’Unesco a tutelare quei luoghi come patrimonio dell’umanità. Detto questo, Haifa, nonostante la cura con cui viene tirata a lucido (non sembrerebbe di trovarsi in Medio Oriente) e la frizzante atmosfera cosmopolita, mi è sembrata una città un po’ spenta e “senza un perché”.

Prima di dirigersi a Tel-Aviv, facciamo una capatina ad Acco, che ospita una fortezza costruita dai Crociati e sul lago di Tiberiade animato da mille campeggiatori. Tutto molto carino, ma direi che a parte un pranzo delizioso in un ristorante gestito da un pescatore, non c’era niente di particolarmente speciale da segnalare. Alla sera arriviamo a Tel-Aviv.

Chi ha visto Gerusalemme, difficilmente riuscirebbe a credere di essere nello stesso paese – in Israele – una volta catapultato a Tel-Aviv. Dalla periferia passiamo attraverso una sorta di quartiere hi-tech in cui spiccano i grattacieli di importanti imprese (Google, Ibm, Nokia, Microsoft, Aol) che hanno trovato in Tel-Aviv una sorta di Silicon Valley in cui attrarre i migliori talenti del paese. L’aspetto è quello tipico della metropoli sul mare. Trovandosi in spiaggia sembrerebbe per certi versi di essere a Rio, Miami e Barcellona, ma in realtà la città ha una frenesia ed una vitalità tutta sua che le deriva dal suo maggiore pregio: laica diversità. In quetsa città gli ortodossi sono pochi e non è per niente raro trovarsi a mangiare braciole di maiale in una delle tante steak-house. Più ancora che a Gerusalemme e Haifa è palpabile un mosaico varipinto di culture e civiltà: in alcuni punti sembrerebbe di trovarsi a Parigi; in altri a Russia; in altri in Italia. Le differenze sono nei tratti somatici, nelle abitudini, negli accenti e non nel dualismo gerosolomita tra ebrei ortodossi e arabi. Ciò che più entusiasma di questa varietà etnica è la coesione, in pieno stile americano, di gente diversa che si sente nazione e che vive ogni giorno come un nuovo dono, senza mai prendere nulla per scontato. La fonte di tanta diversità è dovuta non solo alle numerose aree geografiche da cui gli ebrei sono emigrati in Israele (a tal riguardo è molto istruttiva una visita al museo della diaspora), ma anche da un immigrazione che prescinde dall’ebraismo proveniente da Africa, America e Asia. Aggiungerei una nota di carattere maschilista: Tel-Aviv è piena di belle ragazze per tutti i gusti e prova provata che la diversità e l’unione di più etnie non può che far del bene al mondo.

La skyline di Tel-Aviv è quella di una città cresciuta senza alcun piano regolatore. Sulla costa si concentra la vita della città con locali di ogni tipo, ristoranti e stabilimenti balneari piuttosto alla moda (da evitare quelli davanti ai grandi alberghi dove praticamente sembra essersi trapiantata l’intera comunità ebraica romana che normalmente passava l’estate a Fregene o S. Marinella). Sono particolarmente vive anche la marina di Tel-Aviv e quella di Hertzelia che ospitano centri commerciali, ristorantini sui pontili e numerosi locali jazz con musica dal vivo. Dalle cronache che riceviamo in Italia si è sentito spesso parlare di discoteche e luoghi di raduno colpiti da attentati, ma visitando gli stessi luoghi si percepisce una spensieratezza surreale e contagiosa se non fosse per i metal detector installati praticamente all’entrata di ogni luogo di raduno. La cosa è noiosa e all’inizio potrebbe scoraggiarti ad entrare in un centro commerciale, ma basta guardare la gente attorno per scrollarsi di dosso ogni titubanza.

A parte il quartiere Bahuaus e l’antica città di Jaffo, Tel-Aviv non offre attrazioni turistiche degne di nota. Merita tuttavia di essere vissuta per passare due giornate in spiaggia respirando un ambiente particolare che ti fa capire questa sorta di miracolo urbanistico in cui la religione cede il passo ad un modus vivendi europeo rielaborato in stile mediorientale.

Lasciando Tel-Aviv e ritornando a Roma ho preso seriamente in considerazione il tema dell’Alyah. Ho persino cercato di stimare in quanto tempo avrei potuto imparare l’ebraico, se non altro per poter avere un giorno una scelta e prendere un passaporto israeliano. Cosa me ne farei?
Ultimamente a Tel-Aviv si sente parlare francese ovunque e ci hanno spiegato che nel 2001 ben 35.000 ebrei francesi (praticamente un numero pari alla popolazione della Comunità ebraica di Roma) sono emigrati in Israele dopo un aumento degli atti di antisemitismo e a causa dell’impossibile convivenza con le numerose comunità islamiche francesi. Nel terzo millennio mi è sembrata una spiegazione così assurda che sono andato a verificare su internet ed effettivamente le cose sono andate così.
Nonostante tutto il fascino che Israele ha suscitato in me, sono convinto che quella non potrà che essere per me una seconda casa, un rifugio pronto ad accogliermi che continuerò a visitare e difendere. Ma non potrà essere niente più. Nonostante tutto, rimarrò sempre un italiano d’origine controllata e garantita titrato su con Striscia la Notizia, Veline, Dante, Machiavelli, il cucchiaio di Totti e la pasta asciutta. Alla dicotomica scelta tra Alyah e assimilazione sono tuttora convinto che sia possibile opporre una terza via. Rinunciarvi sarebbe darla vinta a chi ha praticamente costretto 35.000 francesi a traslocare. E’ un principio a mio avviso importante tanto quanto l’esistenza di Israele stessa.

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3 commenti su “Quest’anno a Gerusalemme /4

  1. E’ importante per l’ego di poter apoggiarsi ad un’identità, che sia religiosa, etnica o nazionale. Dici che rimarrai italiano DOC anche se le vita ti dovesse portare all’altro capo del mondo: è molto positivo ed eviterai così le crisi d’identità che conosco ormai assai frequentemente…radici religiosi senza la minima fede, radici nazionali di un paese che si sta dissolvendo, radici culinari sempre più sfocate ed anche ahimé radici culturali e linguistiche troppo poco nutrite!
    Oltre alle bellezze naturali o architettoniche, sono stato colpito (favorevolmente!) da alcune caratteritiche israeliane:
    – tutti parlono almeno un’altra lingua (di solito l’inglese) oltre all’ebraico;
    – hanno tutti un sentimento nazionale forte;
    – I colori della pelle non portano a razzismo;
    – Le religioni coabitano molto pacificamente;
    – I taxi costano veramente la metà (o forse meno) di quelli di Roma;
    – Al ristorante, non ti gardano male se ordini un piatto solo;
    – La ricerca scientifica è considerata essenziale;
    – Il patrimonio culturale è protetto e ben accessibile a tutti;
    – …e la gente è molto simpatica (Israeliani ebrei e mussulmani o cristiani o altri)

    Mi dà un po’ fastidio l’eccessiva dimostrazione di religiosità a Gerusalemme…ma questo deve essere dovuto al mio anticlericalismo viscerale cresciuto durante più di quindici anni di scuola presso suore, frati e preti cattolici!

  2. “Nonostante tutto, rimarrò sempre un italiano d’origine controllata”

    Strano che ti ponga la domanda se un ebreo possa essere cittadino di un’altro stato che non sia Israele.

    Jak

    PS Ho un amica che a breve si trasferirà a Tel Aviv, il marito israeliano ha vinto una cattedra e lei italiana di religione cattolica lo seguirà, sta anche imparando l’ebraico.
    Sono lieto di leggere che è un bel posto.

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