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Quest’anno a Gerusalemme /1
Inserito da danybus | agosto 22, 2008
Come promesso, scrivo qualche riga a caldo sul mio viaggio in Israele. Prima, però, gioverebbe spendere qualche parola in più sulla lente attraverso cui vedrete questo viaggio.
Il sottoscritto è di religione ebraica – lo avrete capito – e ciò già rende il punto d’osservazione su Israele irrimediabilmente parziale e obliquo. Non solo. Mio malgrado, anche incorrendo nell’ostracismo di amici e famiglia, fino alla mia adolescenza ho sempre pensato ad Israele come a un rifugio di fanatici e sociopatici incapaci di integrarsi nella civilissima Europa. Ero un ragazzino sveglio alle scuole medie, divoravo le pagine di politica internazionale e quando sentivo i miei amici parlare dei palestinesi con la stessa profondità con cui io parlavo dei tifosi laziali mi mettevo le mani nei capelli. Ce n’erano certi poi che avevano il chiodo fisso dell’Aliyah. Letteralmente significa “ritorno” ed è una legge speciale dello stato ebraico che consente a qualunque ebreo nel mondo di ottenere la nazionalità israeliana ed essere aiutato a stabilirvisi con mutui agevolati, detassazione del reddito e quant’altro (la stessa legge in realtà è stata abusata nei primi anni ‘90 per importare mercenarie russe del sesso e consentire a profughi d’ogni dove, che di ebraico avevano ben poco, di stabilirsi in uno stato bene o male democratico e ricco). Due mie amiche, che all’epoca parlavano ebraico come io parlo lo Swahili, finiti gli studi superiori, hanno fatto fagotto, lasciato l’Italia e hanno cominciato una nuova vita e gli studi universitari in Israele. All’epoca mi sembrava una scelta così assurda: lasciare l’Italia, uno dei più ricchi paesi al mondo, con una qualità di vita invidiabile, per stabilirsi in un paese la cui esistenza è messa alla prova giorno dopo giorno, bomba dopo bomba.
Otto anni dopo, mi è capitato di risentire quelle due amiche (potenza di Facebook) e tirando un po’ di somme mi rendo conto che:
a) vivono in un paese in cui se il primo ministro è indagato si dimette subito, punto. Io no
b) vivono in un paese che spende il 5% del PIL in ricerca. Lo stesso parametro del mio pese non supera lo 0,5%.
c) vivono in un paese altamente meritocratico (l’esercito israeliano viene citato nel libro di Abravanel come uno dei massimi esempi di applicazione virtuosa della meritocrazia). Io no.
d) vivono in un paese il cui PIL nonostante i continui conflitti e le incertezze sul piano della sicurezza, cresce e continua a crescere del 5% l’anno.
e) parlano correntemente l’ebraico: più che una lingua, un miracolo linguistico nato da un idioma vecchio di millenni e resuscitato sessant’anni fa come lingua ufficiale di uno stato neonato. Io no.
f) non hanno annacquato la loro religiosità nella civiltà moderna, pur prendendo attivamente parte a quest’ultima. Io sì.
Potrei continuare fino alla lettera “z” ed oltre, ma sarebbe del tutto sterile ed inutile dal momento che io, comunque, non avrei mai scelto di lasciare Italia. Probabilmente, però, è utile riconsiderare il mio giudizio su uno stato che a me offrirà sempre e comunque una porta aperta. Uno stato che merita una visita e meno indifferenza.
Eccomi dunque al Terminal 5 dell’aeroporto di Fiumicino, il terminal da cui partono i voli che richiedono misure di sicurezza particolarmente strette per la natura dei paesi di destinazione. E’ la prima volta che mi è sembrato di trovarmi in un altro paese ancora prima di decollare. Gli agenti di sicurezza di Fiumicino che ci hanno interrogati e ispezionato i bagagli con speciali sniffer sensibili a esplosivi erano tutti israeliani. Durante l’attesa al gate ci si guardava tutti con una certa complicità contagiosa: italiani, americani, israeliani laici, israeliani ortodossi, cristiani, suore. Difficile dire di cosa fosse fatto questo invisibile legame, ma credo che sia proprio quel legame uno dei motivi principali che ha permesso ad Israele di sopravvivere e prosperare oltre 60 anni in un contesto geopolitico da incubo.
Arrivati a Tel-Aviv la prima cosa che noto è l’attitudine degli israeliani a salutarti dicendo “shalom”, cominciando a parlarti subito in ebraico (succede anche in Hotel). L’80% degli israeliani parla un ottimo inglese e non esitano ad utilizzarlo non appena si accorgono del tuo sguardo smarrito, ma c’è qualcosa di quasi fraterno e accogliente nella presunzione, di default, che chiunque abbiano di fronte parli ebraico.
Dall’aeroporto ci trasferiamo a Jerusalem in macchina. All’aeroporto non ho visto neanche un militare (e stiamo parlando di una stato che da questo punto di vista ha i suoi bei problemi ed impone un periodo di leva obbligatoria di almeno 2 anni per uomini e donne ). A Roma, il giorno prima, Villa Ada era assediata da sei miliari con due jeep e mitra spianato semplicemente per vegliare sulla pace estiva di un ambasciatore. Di militari israeliani ne ho visti invece una buona dozzina ad un area di servizio vicino McDonald. Nessuno avrà avuto più di 20 anni e se ne andavano in giro con il mitra, pronti ad ordinare il loro Big Mac, con la spensieratezza di una colonia di vacanze. La scena mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, facendomi sorridere tristemente dei miei anni d’università e della mia totale incapacità di utilizzare un’arma automatica.
Come primo giorno andiamo subito a vedere il museo dedicato alla Shoa (YadVashem) dal momento che sarebbe stato chiuso nei giorni successivi. E’ stata una giornata così stancante che arriverò a malapena a terminare questo post. Vi lascio perciò bruscamente con qualche supporto visivo della giornata, dandovi appuntamento a domani.
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