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So Long, Leonard
Inserito da danybus | luglio 30, 2008
Chi mi conosce e mi ha visto soffrire d’astinenza se allontanato per più di dodici ore dal mio iPod sa che sono un melomane omnivoro e senza speranza. Nella musica, però, prima della melodia delle note, cerco la poesia delle parole e dopo più di un quarto di secolo sono arrivato ad eleggere tre maestri, uno per ognuna delle lingue con cui mi cimento più o meno quotidianamente: Fabrizio De André, Georges Brassens e Leonard Cohen. Non credo di aver mai cantato sotto la doccia una canzone di Brassens, né tanto meno mi sono ritrovato a fischiettare il ritornello di “Marinella”, ma l’immagine di Bocca di Rosa è ormai scolpita nella coscienza. Tanto potente è stata la forza delle parole di questi autori che non ho mai sentito la mancanza di una loro performance dal vivo e ho sempre pensato che il clou dei loro brani non fosse nello scorrere delle note, ma in ciò che si sedimenta dopo.
E’ per questo approccio che inizialmente ero piuttosto scettico sul concerto di Leonard Cohen a Roma. Soprassedendo sul costo spropositato dei biglietti, non ero così motivato ad ascoltare la performance di un settantaquattrenne che, per quanto ne sapevo io, per quanto lo sentivo immortale e lontano, poteva già aver raggiunto Brassens e De André nell’eterno degli artisti. Poi un giorno, riascoltando quasi per caso, per grazia della selezione random di iTunes, So Long Marianne con quel ritornello pieno di tristi velleità sul ridere e sul piangere, mi sono detto che forse valeva la pena sentire cosa avesse da dire quello che al liceo pensavo fosse un rabbino datosi alla carriera musicale (quando sei acerbo e ascolti per la prima volta uno che si chiama Cohen cantare Halleluja è un errore in cui si può incappare).
E’ così che ieri mi sono ritrovato nella Cavea dell’Auditorium di Roma insieme ad un pubblico molto internazionale (era raro sentir parlare italiano) e alle nove in punto entra in scena il protagonista della serata insieme a Sharon Robinson, le Webb Sisters, batterista, bassista, chitarrista, pianista e flautista. Prima ancora delle note e delle parole, salta agli occhi la presenza scenica del personaggio: quel suo inginocchiarsi con energia mostra tutta l’umiltà del grande. Poi spicca l’abbigliamento elegante ma stiloso (con tanto di cappello) e prima la sua voce. Non appena si inizia con “Dance me to the end of love” il tempo si ferma e il teatro si ghiaccia. E’ affascinante il contrasto della voce cavernosa e virile di Leonard Cohen che duetta perfettamente con quella di Sharon Robinson. A quel momento avevo già capito che quella sera sarebbe stata speciale. Si prosegue con una più movimentata “The Future” in cui un punzecchia con marcati “Repent” un pubblico ancora ipnotizzato dal brano precedente. Nella prima parte del concerto si segnala “in my secret life” interpretata con eccezionale sentimento: come avevo potuto pensare che una performance dal vivo di Cohen non potesse aggiungere granché ai suoi dischi? Who by the fire viene suonata con luci soffuse in un’atmosfera liturgica almeno quanto il testo da cui prende spunto. “Hallelujah” non viene valorizzata più di tanto e forse è meglio così visto che dopo l’ottima cover di Jeff Buckley, con conseguente sdoganamento su ogni tipo di serie tv adolescenziale, il brano ha perso un po’ di fascino. Suzanne addolcisce la serata ed è una strana sensazione sentire dal vivo un brano che hai ascoltato tante volte scorrendone il testo e immaginando questa donna con cui Cohen vorrebbe viaggiare ciecamente. Nella seconda parte del concerto spicca un “I’m your man” che ha letteralmente sciolto il pubblico femminile, mentre in Take This Waltz Cohen si concede qualche divertissment con la sua band. Ovviamente non manca il solito rito dell’encore (che non trovo di gran gusto): ce ne sono addirittura due. Nel primo viene suonata So long Marianne in una versione lenta e un po’ troppo artefatta, nel secondo Cohen cede il microfono alle Webb Sisters che cantano “If it’ll be your will” stregando tutti (vale la pena vederle qui).
In definitiva, posso ammettere che un concerto di Leonard Cohen è uno di quegli eventi per cui ci si sente privilegiati a partecipare. E al momento comincio avere un gran rammarico per non aver mai visto dal vivo né De André né Brassens.
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