Meritocrazia

In questi giorni di latitanza, con la meticolosità del sadomasochista, leggo tutte le sere alcune pagine di “Meritocrazia“, l’ultimo saggio di Roger Abravanel. Il libro si colloca nella scia di quel filone illuminato sulla Terra Dei Cachi e superficialmente si potrebbe snobbarlo come l’ennesima emulazione del fortunato “La Casta”, gonfia di quel nostrano gusto perverso per l’autocommiserazione di denuncia. La caratura dell’autore – uno dei più noti ex partner McKinsey in Italia – l’anticipazione di Giavazzi sul Corriere Della Sera e il parere di altri invitavano, però, ad un’attenta lettura.

L’analisi di Abravanel è lucida, schietta, asettica e molto puntuale nel dipingere un concetto intangibile come il merito (e il demerito) spiegandone i suoi straordinari effetti sull’economia, il paese e le persone. Soprassediamo pure sugli impietosi confronti e le tristi classifiche (non siamo in gara) che vedono l’Italia come fanalino di coda per efficienza della spesa pubblica, per qualità dell’insegnamento (è prima però come numero di insegnanti), per reddito dei laureati, per numero di occupati, per parità di opportunità, per mobilità sociale, etc. E’ bene soffermarsi invece sulle cause di tanta mediocrità. Tutte le prove puntano ad un solo colpevole: il disprezzo della meritocrazia. Un’avversione per il merito ormai tanto radicata nella cultura, da essere propugnata anche dalle categorie più deboli, le più danneggiate per l’assenza di meritocrazia. Si è creata così una spirale negativa del demerito che dal 1992 continua a frenare la crescita economica italiana. Se tutto va male, se in Europa non siamo gli ultimi solo grazie alla Grecia, non è per gli sprechi della Casta; non è per la corruzione dei politici; non è per la crisi economica mondiale, né per oscuri motivi macroeconomici. Il deficit è tutto nella bassa qualità del nostro capitale umano su cui da ormai quarant’anni viene praticata ad ogni livello una selezione al contrario.

Ciò che differenzia Meritocrazia da best-seller più noti dello stesso filone, è la pars construens del libro, in cui si elencano quattro proposte concrete per far sorgere il merito e invertire quella spirale negativa del demerito trasformandola in un circolo virtuoso del merito. Le proposte sono:
1. Iniezione di merito nella pubblica amministrazione
2. Test nazionali standard nel sistema educativo
3. Authority per sbloccare l’Economia
4. Affirmative action per far emergere a livelli direttivi le migliori donne

Si tratta di soluzioni semplici e concrete i cui effetti sarebbero dirompenti in un paese come l’Italia. Abravanel non si limita a teorizzarle in un libro, ma cita esempi chiari di paesi in cui anche uno solo di quei punti ha fatto emergere il merito rendendo più ricche e felici le persone: è il caso di Singapore, dell’esercito israeliano, della pubblica amministrazione francese, di quella inglese o del sistema educativo statunitense.

Leggendo “Meritocrazia” ci ho trovato così tanto buon senso da non capire come sia possibile che oggi in Italia si segua così pedissequamente il contrario di tutto ciò che quel buon senso prescrive. Mettendomi nella pelle di un italiano qualunque che dall’assenza di merito è stato avvantaggiato nella vita (che poi in parte è anche il mio caso), di un privilegiato che dalla mancanza di mobilità sociale trae rendite di posizione vitalizie, ho poi capito che tendenzialmente ognuno tenta di mantenere ciò che ha disinteressandosi completamente di ciò che è bene per il paese. Gli stessi che per la mancanza di merito sono condannati ad un salario medio basso in fabbrica, senza grandi prospettive di miglioramento né per sé, né per la loro discendenza, oggi preferiscono arroccarsi su quel poco che hanno, piuttosto che affrontare un sistema meritocratico. Lo studente universitario preferisce un 110 elargito a molti, con molta leggerezza, che non gli consentirà di spuntare granché sul mercato del lavoro, piuttosto che mettersi in gioco in un contesto realmente meritocratico.

L’avversione al merito è così palpabile che sfogliando “Meritocrazia” in un vagone dell’Eurostar mi è sembrato di provare una fredda sensazione di disagio simile a quella che avvertivo leggendo saggi filoisraeliani in pubblico. E’ insomma che il merito deve essere coltivato dall’alto, non può partire dal basso. In Italia, prima ancora dlel merito, manca una classe dirigente che si occupi di una semina non delegabile a chi ne trarrebbe maggiori benefici. Perché se chi governa ragiona esattamente come lo studente ansioso di prendere un 110 e lode senza fatica, la meritocrazia resterà solamente il titolo di un bel saggio illuminato scritto da un tecnocrate sognatore.

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3 commenti su “Meritocrazia

  1. Ho letto e riletto il tuo post, in cerca di come aggiungere qualcosa, di un modo sobrio per lasciarti il mio feedback senza passare per misantropo.
    La verità è che il post (o meglio, il libro) riprende concetti che da qualche tempo ho cominciato ad assumere come elementi strutturali del mio pensiero sulla situazione italiana.
    Ahimè, arrivando tuttavia a conclusioni diverse da quelle di Abravanel.
    In Italia la mancanza “culturale” del concetto di merito è una piaga che affligge sia il sistema pubblico che il privato ma, inconfutabilmente, il primo in maniera molto piu’ grave del secondo.
    Detto cosi’ sembra quasi il solito luogo comune, eppure basta immergersi per un periodo nel sistema della pubblica amministrazione per avere la contezza del suo punto di saturazione.
    Per quanto paradossale possa sembrare, il problema maggiore secondo me non sono i raccomandati. In fin dei conti, essi restano sempre + o – una minoranza, e dunque rappresentano una “distorsione di mercato” relativamente limitata.
    Il problema fondamentale è la mancanza assoluta di un qualsiasi incentivazione a lavorare, se non il proprio naturale entusiasmo e voglia di fare, ovvero l’assenza di disincentivi al non far nulla.
    Un sistema in cui l’anzianita’ di servizio è il solo parametro su cui si sviluppano le carriere, tuttavia, nel medio-lungo periodo ha effetti letali anche sugli animi piu’ entusiasti.
    Le mie conclusioni, purtroppo, sono diverse da quelle prospettate da Abravanel.
    Non che la ricetta indicata dall’autore sia sbagliata. Anzi, sembra molto brillante.
    Il fatto è che quando il medico e il paziente soffrono della stessa malattia, ed entrambi non riconoscono il proprio status di malato, la situazione di stallo è destinata a perdurare indefinitamente perchè nessuno dei due accettera’ di prescrivere/sottoporsi ad una terapia.
    L’analogia con il medico-classe politica ed il paziente-popolo è piuttosto immediata.

    Se rileggi il tuo post “Auditel” di qualche giorno fa, forse converrai con me che questo medico e questo paziente sono solo degni uno dell’altro.

  2. Già, ma da qualche parte bisognerà pur partire. Non si può prendere coma variabile indipendente ed immutabile la totale mancanza di merito. Qualcosa deve cambiare e i quattro punti di Abravanel sono ottimi suggerimenti di partenza. Ti consiglio comunque la lettura del libro, dovresti apprezzarlo.

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