La giovane deriva

Si parla molto del ricambio generazionale, della gerontocrazia e di quanto i giovani debbano sgomitare per ottenere posti di rilievo. Il dibattito finora non ha partorito nulla di buono se non la candidatura di giovanissime under 30 che inciampano sul congiuntivo e argomentano su giornali e tv come se parlassero con Maria De Filippi.

Come rappresentante autonominato di questa ineffabile e nuova classe sociale, i giovani, faccio un po’ di forte e doverosa autocritica. Si prendano pure tutte le dovute cautele contro il rischio di facili generalizzazioni, ma statisticamente ed empiricamente io vedo che i nati nei gloriosi anni ’80 sono del tutto inadatti a competere nel mondo del lavoro, figuriamoci a ricoprire incarichi di rilievo. C’è una diffusa tendenza a barare, a tirare avanti, ad arraffare fin dalla scuola media inferiore. Il concetto di competitività, con la connivenza di un sistema scolastico alla frutta, è malvisto e osteggiato proprio quanto lo è la meritocrazia nella pubblica amministrazione. Spostandoci in ambito universitario, le cose non migliorano affatto. Cinicamente vedo una grande maggioranza di studenti che si muove con inerzia verso un pezzo di carta. C’è chi punta alla laurea tout court, chi punta al 110, ma pochissimi mirano all’eccellenza, alla crescita professionale e personale in vista di un destino che sia solo minimamente più alto che galleggiare. Difficile dire se sia nato prima l’uovo o la gallina. I giovani non sono all’altezza perché non gli si dà abbastanza spazio, oppure non gli si dà abbastanza spazio perché non sono all’altezza?

Ricordo ancora l’esperienza traumatica del corso di strategia aziendale a Parigi. L’esame consisteva nel potare avanti un progetto di acquisizione/fusione e scrivere un saggio a gruppi di tre persone. Con nostrano spirito fancazzista, ho subito gioito per un esame che si presentava facilissimo. E invece no! Questi due pazzi con cui ero in gruppo si vedevano due volte a settimana alle 8 di sera e tra una slide e l’altra facevo sempre mezzanotte imparando e faticando molto. Alla fine del corso i progetti erano tutti interessanti e preparati con una dedizione tale da non far pensare minimamente che non ci fosse la coercizione del manuale da studiare. La votazione ai lavori era data con un sistema che non permetteva di assegnare più del 10% di voti massimi e che obbligava il professore a far ripetere il lavoro ad almeno il 5% dei candidati. Ciò che più mi ha stupito era la totale assenza di mediocrità. Intendiamoci: c’era chi spiccava e chi era meno brillante, ma nessuno si trovava in quella classe con l’idea di “tirare a campare”.

Circostanze attenuanti? Ne abbiamo tante noi giovani d’Italia. Ci sono i pessimi esempi degli adulti, un immobilismo che penalizza il merito; un sistema scolastico che seleziona somari e che fornisce raramente un’istruzione adeguata. Restano però solo attenuanti, non scusanti. Il piagnisteo sul precariato e su questo mondo del lavoro troppo crudele sono passi falsi verso la stessa strada che ci ha portato dove siamo. La vita è dura, cara ed il mondo è maledettamente competitivo. Di più. Se si esce dallo Stivale ti si giudica persino per il merito e non gliene importa a nessuno del tuo cognome o della tua dichiarazione dei redditi. Come si diceva non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: ci sono bellissime eccezioni. Partiamo da quelle.

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