Tout va très bien

tassifed.jpgQuando nei mesi estivi i tassi di interesse statunitensi sono saliti insieme alla colonnina del mercurio, cominciarono i primi problemi per i mutuatari “subprime” che avevano sottoscritto mutui fondiari a tassi variabili o con cosiddetti “teaser rate” (tassi tenuti volutamente bassi solo per un il primo anno con il fine di attrarre clientela). Come qualche debitore moroso negli Stati Uniti possa causare una crisi finanziaria internazionale, lo sappiamo già.

Adesso che negli Stati Uniti i tassi di interesse sono al 3,5% (e probabilmente saranno al 3% tra una settimana), cioè agli stessi livelli di 18 mesi fa, il livello di rischio degli stessi mutui dovrebbe essere decisamente più basso, o perlomeno non molto più alto di quando 18 mesi le banche concedevano spensieratamente mutui a chiunque volesse comprare villini a schiera nell’ultimo agglomerato urbano chic. Certo, la liquidità dei titoli subprime ormai è compromessa: nessuno crede più alla favoletta della tripla A e a modelli stocastici di valutazione del rischio. Tuttavia, la probabilità di patire ingenti perdite per le banche e i fondi che dovessero esser rimasti con quei titoli in portafoglio dovrebbe essere decisamente attenuata dalle attuali condizione dei tassi d’interesse.

Tornando qui in Europa, Trichet lancia un forte segnale d’indipendenza ai mercati mostrando una previdente ritrosia a seguire le mosse del suo collega Ben: i tassi restano al 4%, almeno fin quando l’inflazione non sarà sotto controllo. Con i prezzi delle derrate alimentari alle stelle e contratti salariali in scadenza, non sarebbe proprio il caso di alimentare l’inflazione rischiando non solo di stimolare la crescita solo lievemente, ma anche di unire insieme stagnazione e crescita dei prezzi (stagflazione), fenomeno ben più pericoloso di un rallentamento della crescita. Se molti sottolineano le mosse di politica monetaria sui tassi di interesse dell’area euro, pochi si sono presi la briga di controllare i mercati monetari in cui le banche si scambiano la liquidità, dove si determina poi effettivamente il costo del denaro che andranno a pagare i prenditori di mutui a tassi variabili e le imprese (Euribor). Nel mese di novembre, nel pieno della crisi di liquidità, le banche stentavano a scambiarsi denaro tra di loro e l’euribor a sei messi aveva raggiunto il 5% provocando un’impennata nel costo del debito, nonostante la BCE avesse lasciato i tassi al 4%. Dal 2008 c’è stato un continuo calo dei tassi Euribor grazie anche ad un’astuta politica monetaria che pur mantenendo bassi i tassi ufficiali, ha allo stesso tempo iniettato ingente liquidità nel sistema interbancario portando oggi l’Euribor sotto il 4,3%: un tasso che può dare un po’ di respiro a famiglie, imprese e banche.

Lungi dal voler cantare un “tout va très bien, madame la marquise“, ma continuo a sostenere che molti titoli finanziari si lasceranno alle spalle il problema dei subprime dopo il primo trimestre del 2008 facendo la felicità dei fondi asiatici e mediorientali che in questi giorni hanno acquistato importanti partecipazioni sui minimi degli ultimi cinque anni. Una situazione come quella statunitense in cui i tassi a breve sono molto bassi (sotto il 3%) e i tassi a lungo termine viaggiano ancora oltre il 4% dovrebbe favorire molto le banche che raccolgono risorse a breve (depositi) investendo a lungo (mutui e prestiti alle imprese). Più che uno stimolo per l’economia, il taglio di 75 punti di base deciso ieri da Bernanke andrebbe forse letto come una ossequiosa ricompensa nei confronti di Cina, Singapore e Kuwait venute in soccorso delle banche statunitensi.

In questi momenti, val sempre la pena di rileggere una delle più famose massime di Warren Buffet:

BE FEARFUL when others are greedy and be greedy when others are fearful.

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