Private Equity

Molti dei neolaureati in economia – e forse anche diversi ingegneri – ritengono il mio mestiere uno dei più belli del mondo: ti permette di essere per certi versi un imprenditore senza dover rischiare i tuoi averi, cambiando peraltro settore diverse volte all’anno. Altri, per lo più gravitanti intorno all’orbita sindacalista, pensano che la mia professione sia animata da persone avide che rovinano il tessuto imprenditoriale guadagnando fior di quattrini, pagando in proporzione meno tasse delle segretarie che impiegano per rispondere al telefono.

Dopo circa un anno di private equity, mi sembra opportuno tirare le somme per concludere che probabilmente la verità è lì nel mezzo.

A scanso di ogni imparzialità, comincio avvalorando una delle critiche che spesso viene mossa al mondo del private equity. E’ vero: chi fa questo mestiere assume molto spesso un atteggiamento disinteressato ed asettico nei riguardi dell’azienda target da acquistare. L’azienda si presenta spesso nelle vesti di un documento informativo di una ventina di pagine che ne descrivono l’attività ed i principali dati economico-patrimoniali. Si elabora un business plan cercando di migliorarne le performance e rosicchiando costi qua e là. La forbice passa talvolta sui costi del personale per via di ristrutturazioni o esternalizzazioni, ma non si procede sistematicamente per quella via, anzi. Sono più le operazioni in cui la forza lavoro aumentava per sostenere lo sviluppo dell’azienda, che quelle in cui venivano ridotti gli effettivi per incrementare la redditività. Ciononostante, l’approccio è in questa fase molto finanziario, poco imprenditoriale e sprezzante della storia particolare di ogni azienda, delle sue persone.
E’ nella fase successiva che, a mio avviso, un’operazione di private equity può distinguersi come buona, aggressiva o pessima. Ci si incontra con la proprietà e con il management dell’azienda per una presentazione sul campo e per una preliminare discussione sulle linee guida di un’eventuale operazione. In questi incontri hai l’opportunità di toccare con mano la passione che anima un imprenditore; le avversità del contesto in cui opera e l’ingegnosità con cui vi fa fronte. Il contesto di aziende che mi capita di osservare appartengono ad un tessuto imprenditoriale medio-piccolo, rappresentativo della maggior parte delle aziende italiane, ed ho realizzato che sfortunatamente un imprenditore subisce e sente pesantemente un ostracismo spesso immotivato e alimentato dal pregiudizio. L’imprenditore, nella maggior parte dei casi una persona modesta che non ostenta potere, sente il peso di una macchina burocratica fiscale e giuslavoristica impostata presupponendo la sua malafede. E’ quello che vanno dicendo puntualmente ogni anno tutti i presidenti di Confindustria e pare, come è parsa a me un tempo, un’affermazione faziosa. Purtroppo, però, è drammaticamente vera. Tuttavia, nonostante il contesto poco motivante, l’operosità del buon padre di famiglia è sempre presente anche nelle critiche fasi che possono portare l’imprenditore a vendere tutta o parte della sua azienda ad un fondo di private equity. E’ in queste fase che egli tradisce un interessamento per l’azienda che è soprattutto sentimentale ancor prima che economico. Nelle aziende più virtuose i dipendenti, dall’operaio ai quadri dirigenti, provano ammirazione e devozione per l’imprenditore e quella conflittualità sindacale tipica della grande azienda, lascia il passo ad un reciproco rispetto tra Proprietà e dipendenti di ogni livello. I fondi di private equity che riescono a riconoscere un valore nel reciproco rispetto che lega l’imprenditore ai suoi dipendenti per il tramite dell’azienda, tenderanno a strutturare l’operazione in modo tale da coinvolgere l’imprenditore ed i suoi manager. In queste fasi ho avuto la possibilità di discutere dettagliatamente aspetti industriali e di mercato su settori diversissimi, arricchendo il mio bagaglio di conoscenze grazie a persone uniche, sviluppando peraltro embrionalmente un prezioso network di contatti.
Quando c’è reciproco rispetto tra il fondo di private equity, i dipendenti dell’azienda, il management e la vecchia proprietà, è molto difficile che i manager del fondo di private equity non si lascino coinvolgere attivamente nella gestione della società partecipata ed è estremamente raro che all’asettica analisi finanziaria e gestionale dell’azienda non si affianchi una vaga forma di sentimentale attaccamento per la partecipata, del tutto salutare per la futura gestione dell’impresa ed una proficua collaborazione tra azionisti finanziari ed industriali.

Quando le cose vanno particolarmente bene nella partecipata di un fondo di private equity ci guadagnano tutti. I dipendenti, l’azienda, il fondo, i suoi manager ed i suoi sottoscrittori. Il team del fondo può guadagnare cifre piuttosto elevate grazie al cosiddetto Carried Interest: un meccanismo che consente ai manager di trattenere il 20% delle plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni. In quanto proventi da titoli, questi ricavi sono tassati con un’aliquota più bassa di quella dell’IRPEF, proprio come lo sono i proventi da plusvalenze realizzate su azioni quotate in borsa. Alcuni ritengono immorale questo meccanismo. Io no. Se si è deciso di favorire gli investimenti in capitale con una tassazione agevolata (può essere del 12,5% come nel regime attuale o al 20% se sarà riformata, ma sempre di tassazione agevolate si tratta), perché mai il private equity ne dovrebbe essere escluso? Le aziende partecipate dal fondo di private equity pagano già IRES ed IRAP e sarebbe eccessivamente penalizzante tassare ulteriormente quei redditi con un’aliquota IRPEF piena. Senza contare che il trader che guadagna 1000 euro sul titolo Fiat comprando e rivendendo in giornata ha orizzonte temporale brevissimo e sostnaizialmente se ne infischia del futuro dell’impresa in cui investe. Il fondo di Private Equity invece ha una veduta di lungo periodo e svolge un ruolo attivo nella gestione dell’impresa. Perché mai bisogeebbe penalizzare questo tipo di investimento? Solo perché altrimenti i manager di un fondo di private equity guadagnerebbero troppo? Solo per far contenti quelli che appendono manifesti con su scritto “Piangano anche i ricchi”?

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2 commenti su “Private Equity

  1. Anche i laureati in socilogia — come lo scrivente — trovano il tuo lavoro interessante. Il tuo ragionamento sulla tassazione degli investimenti di PE mi sembra corretto e sensato, mi sento d’altro canto di dissentire — almeno in parte — in merito all’idea che i fondi di PE abbiano la tendenza a far crescere e non diminuire il personale delle aziende partecipate. Non e’ forse una forza di questi fondi la possibilita’ di creare sinergie tra compagnie gestite dal fondo stesso, che gioco forza portano ad una ottimizzazione del personale?
    Senza parlare che tutti i grandi acquisti dei fondi di PE per ora hanno portato riduzioni. intendiamoci, non vedo nulla di male nel ridimensionare la forza lavoro per migliorare la redditività’ di una azienda e renderla piu’ competitiva, usufrundo magari di forza lavoro in mercati con un costo del lavoro piu’ basso, pero’ l’equazione PE=aumento di personale mi sembra per lo meno poco riscontrata sul mercato.

    Mi chiedevo se la situazione italiana possa essere diversa da quella europea. Mi spiego, non e’ che forse il ‘nanismo’ delle imprese italiane porta gioco forza anche i fondi di PE in Italia ad operare su operazioni minori e quindi si’ a creare forza lavoro più’ volte che ridurla ma perche’ operanti piu’ come VC che veri PE a tutto tondo?

    p.s. so che sei un possessore di nintendo DS se hai mario kart ci si potrebbe sfidare, che ne dici? non conosco praticamente nessuno con il DS :-((

  2. Andrea,
    La storia sulle sinergie tra le diverse compagnie gestite dal fondo può valere per grossissimi conglomerati mega fondi come quelli di Blackstone o TPG. Nella stragrande maggioranza dei casi un tipico fondo italiano acquisisce aziende tra loro diverissime senza alcuna possibilità di sinergia. Tieni conto che poi le società partecipate continuano ad esistere in quanto entità autonome e che sarebbe piuttosto difficile trasferire personale dall’una all’altra società solo perché il fondo vuole razionalizzare la struttura dei dipendenti.

    Un fondo di private equity solitamente riduce forza lavoro nelle società in cui la produttività è bassa; negli altri casi è davvero difficile che si riduca personale per il semplice gusto di migliorare il risultato economico della società (anche perchè non è una strada facilmente percorribile in Italia).

    Nella mia breve esperienza, su sei società partecipate, ho visto il personale crescere, mai diminuire. E’ anche vero che le operazioni coinvolgono, come giustamente hai evidenziato, aziende di piccoli dimensioni che utilizzano le risorse di un fondo di private equity per sostenere un processo di crescita.

    P.S. Va benissimo per Mario Kart!!! Contattami via IM (google talk, msn o skype) così ci scambiamo i codici

I commenti sono chiusi.

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