Il firmamento

Questa storia della Mussolini mi lascia perplesso e denota la faccia tosta con cui certe figlie di papà (pardon, di nonno) si confrontano con la politica italiana.

Ti beccano con le mani nel sacco mentre riempi la tua lista elettorale con firme di attori, nomi di fantasia o peggio, cristiani passati a miglior vita. E come reagisci? Picchetti il TAR e ti metti a digiunare lagnandoti su un complotto di stato? Peggio della Mussolini c’è solo una sinistra che dà grandi lezioni di ipocrisia difendendo un personaggio indifendibile e piuttosto contrario alle idee della FED.

Gian Antonio Stella sul Corriere pizzica magistralmente sinistra e Mussolini in questo articolo…

MILANO – «Falsar per un fascista / non è reato». Potrebbe essere questo, se avessero il dono dell’autoironia, il nuovo slogan di tanti amministratori «rossi» finiti nei guai per aver messo il timbro su un bel po’ di firme fasulle presentate da Alternativa Sociale. Sia chiaro: sempre meglio dell’urlo originale «uccidere un fascista non è reato». Meglio la «sòla» del sangue. Il moltiplicarsi di casi in tutta Italia, con l’apertura di inchieste anche in Liguria e in varie città lombarde, sta creando a sinistra crescenti imbarazzi. Al punto che un dirigente della Quercia, il segretario provinciale di Imperia Giovanni Barbagallo ha detto al Secolo XIX , udite udite, che «è arrivata una direttiva del partito che dice di non commentare la vicenda e non rilasciare interviste».

La grana non è solo legale. Anzi, è possibile che quando la Mussolini dice d’avere in mano dei «moduli fotocopiati autenticati in bianco da Sergio Marchi, di An» che provano la truffa anche dei suoi acerrimi nemici storaciani, li abbia in mano davvero. Così come è difficile, dopo anni di denunce radicali di brogli identici e il mancato annullamento di elezioni dove erano state accertate truffe generalizzate di tutti i partiti, dare torto a chi dice che non s’era mai visto un clamore sulle firme come in questo caso. Ma su due punti la sinistra deve davvero fare i conti con se stessa. Il primo: crede davvero Livia Turco, cui va riconosciuta solo l’attenuante di un’antica amicizia con la nipote del Duce, di poter parlare di «accanimento»? Non si era detto per anni, a sinistra, che Berlusconi e i berlusconiani non avevano il diritto di usare le parole «accanimento giudiziario», inaccettabili offensive per la magistratura, neppure dopo decine di inchieste perché «conta solo se il reato è stato commesso o no»?
Il secondo punto è ancora più politico. La lista «Alternativa sociale» non è una tra le tante liste di pensionati, umanisti, nostalgici o cinofili cui forse (forse) si può dare un aiutino senza macchiarsi l’anima. Certo, la Mussolini è, come scrisse Ferrara, una «pazzotica simpatica ma non del tutto compresa nel suo ruolo di statista». Una «nonniana» più legata al mito di nonno Benito che non alla memoria della Legione SS italiana, una donna combattiva che si vanta di essere «molto più accesa delle ex femministe storiche di sinistra che sono diventate pacifiche casalinghe» e una signora che in anni di dignitose battaglie parlamentari è riuscita a scrollarsi di dosso (tranne che agli occhi di qualche suo ex camerata di An) l’etichetta appiccicatale in gioventù dagli americani di pretty chick , pollastrella. Ma è anche una che ha detto che «i principi del fascismo sono ancora validi», che un giorno entrò alla Camera con una maglietta con scritto «Boia chi molla», che ha rotto con Gianfranco Fini dopo la famosa sortita sul «male assoluto» dicendo che «il male assoluto non è il fascismo, ma piazzale Loreto».
Non bastasse, ha raccolto intorno a sé una serie di personaggi additati per anni a sinistra come il peggio del peggio del nostalgismo fascista. Come Adriano Tilgher, cui sono dedicate pagine e pagine del libro Fascisteria di Ugo Maria Tassinari, segretario oggi di Forza Nuova dopo essere stato lo storico braccio destro di Stefano Delle Chiaie ed esser stato condannato per ricostituzione del disciolto partito fascista. O Luca Romagnoli, l’eurodeputato segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore che il 22 ottobre scorso, anniversario della Marcia su Roma, era alla testa del corteo che attraversò la capitale tendendo le mani nel saluto romano, urlando slogan contro gli immigrati e sventolando le bandiere della X Mas. O ancora Roberto Fiore, che dopo anni di latitanza in Inghilterra tornò nel 1999 in Italia perché era ormai estinta la pena (5 anni e sei mesi) che gli era stata inflitta come promotore «della associazione terroristica denominata Terza Posizione». O ancora Toni Serena, il deputato ex-leghista buttato fuori da An perché, dopo aver contestato la Giornata della Memoria dicendo che non bisognava ricordare solo gli ebrei, dopo aver definito «pericolosa acrimonia» il rifiuto di onorare insieme nei cimiteri di guerra i ragazzi tedeschi travolti dalla guerra e le SS, aveva chiesto al nostro governo di emettere «formale protesta» contro la Svizzera per tutelare la «libertà di pensiero» del «signor Gaston Armand Amaudruz», condannato da un tribunale elvetico per avere «contestato la veridicità dell’olocausto ebraico a opera dei tedeschi». Per carità, se la sinistra ritiene arrivato il momento di una riconciliazione, lo dica. Ma strillare indignazione contro chi contesta il 25 aprile e insieme fare i furbetti con i Tilgher, i Fiore, i Romagnoli o i Serena per fare danni alla destra…

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