Quest’anno a Gerusalemme

453790287_5cfd05006f_m.jpgHo acquistato e letto una copia di “Quest’anno a Gerusalemme” per due motivi: perché è scritto da Richler e perché è scritto dall’autore di “La versione di Barney” (cioè Richler). Scherzi a parte ero curioso di capire come il disincantato ed egocentrico padre letterario del bastardo “Barney Panofsky” avrebbe trattato la questione mediorientale.

Privo di intenti propagandistici, il libro presenta un collage apparentemente disordinato di citazioni e ricordi autobiografici con cui Richler illustra egregiamente il complesso rapporto che unisce gli ebrei ad Israele e gli israeliani agli ebrei, non senza spunti critici nei confronti delgi israeliani stessi. Ne viene fuori un flusso di memorie che si legge piacevolmente da cui si raccoglie un quadro onesto, imparziale ed originale della questione mediorientale.

Lo consiglio tanto agli ebrei della diaspora per riflettere con l’ausilio d’un punto di vista particolare il tema della Alliah (emigrazione in Israele), quanto a chi ebreo non è, ma vuole capire il perché di un attaccamento così viscerale e controverso ad un piccolo lembo di terra grande più o meno quanto la Puglia.

Riporto qualche citazione dal libro

Il sionismo ha conseguito un trionfo inaspettato. Ha prodotto, per usare l’espressione di Amos Elon, un’immagine speculare di se stesso: il nazionalismo palestinese, il desiderio di un proprio Stato da parte di un popolo espropriato

Gli ebrei hanno una scelta. Possono o fare l’aliyah o assimilasrsi. Non c’è via di mezzo. Sionisti fanatici e antisemiti, quei due improbabili compagni di letto, condividono un articolo di fede innegabilmente razzistia: l’odiosa nozione che gli ebrei nati e cresciuti in Nordamerica o in altri Paesi occidentali non possano davvero essere cittadini della loro patria. […] Se sei un ebreo americano, prima di azzardare un’opinione, ti chiedi come suonerà alle orecchie dei tuoi vicini non ebrei.

Per generazioni, ben prima della nascita d’Israele, la maggioranza degli ebrei della Diaspora, sia ortodossi sia laici, si sono sempre sentiti orgogliosi di onorare la propria fede senza doverla brandire come una mazza da baseball. In Nordamerica tutti siamo stati plasmati dalla società in cui siamo radicati. Mi sento un canadese a denominazione d’origine controllato. Sono stato tirato su con una dieta dissociata: non soltanto Hillel, Rabi Akiva, ma anche tempeste di neve, i radiodrammi di Andrew Allan, Maurice Richard solo davanti al portiere, la birra Molson’s….

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