Da Piperno


Piperno non è solo il nome di un ottimo ristorante al ghetto di Roma. E’ soprattutto l’autore del libro di cui si comincia timidamente a parlare in questo freddo inverno 2005. Che diventi il fenomento letterario dell’estate? Lo spero, se non altro per scalzare dan Brown che ci ha rotto i maroni.

Ecco un riassunto, dal Corsera, di tutto quello che è stato scritto e detto su Piperno.

I due fronti

Philip Roth innanzitutto. Poi, in ordine sparso: Proust, Coetzee, Montaigne, Maradona, Mann, Woody Allen, Bellow, Capote, Tolstoj, Malamud, Gassman, Balzac, Gadda, Flaubert, Nabokov, Orson Welles, Grosz, Kafka, Moravia, Bruno Schulz, Scott Fitzgerald. C’è da restare a bocca aperta nel constatare quale illustre repertorio di Grandi sia stato scomodato per parlare del romanzo di Alessandro Piperno. Annunciato da Giuseppe Genna sul suo sito www. miserabil i.com quando ancora il romanzo era in bozze con un titolo provvisorio ( Il paradiso finisce ) : «Un rifiuto delle stimmate del sapere», «Una sinfonia del tragico in epoca laica», «Una storia della contemplazione delle umane cose». Il 9 febbraio il libro non è ancora distribuito e sul Giornale esce la recensione di Pier Mario Fasanotti. Che esordisce con un vistoso sospiro di sollievo: «Forse ci siamo», per dire che finalmente sembra apparire all’orizzonte un romanziere capace di oscurare «quei soliti italiani» minimalisti e piagnoni, con un romanzo «stilisticamente molto elegante». Il boom arriva il giorno dopo sul Magazine del Corriere, con Antonio D’Orrico, secondo il quale Con le peggiori intenzioni è senza dubbio «il romanzo scandalo dell’anno 2005 e seguenti», «il romanzo che farà discutere e stregherà gli italiani nei prossimi mesi e probabilmente anche nei prossimi anni».
Otto e mezzo di Giuliano Ferrara, ospit i l’autore e lo stesso D’Orrico, farà il resto. Con aggiunta del Foglio che in un’intera pagina di Marina Valensise saluta il romanzo come una «comédie humaine» del nostro tempo, il romanzo borghese che ci mancava. «Un bell’apologo politicamente molto scorretto sui tempi che corrono e i nostri miti di latta»: nel solco, si direbbe, della Versione di Barney che fu acclamato dallo stesso Foglio come un capolavoro proprio in virtù del suo essere , appunto, «politicamente scorretto». Bene. Anzi benissimo. Anzi superbenissimo. Perché per il caso letterario più clamoroso del nuovo millennio, non c’è schieramento politico che tenga. Così, sull’altro fronte, quello di sinistra, arriva il peana del Diario . Con Pietro Cheli, che esorta subito il lettore: «Marcatevi il nome, marcatevi il titolo. Un libro da non perdere», con una prima parte «strepitosa». «Strepitoso» e basta è l’aggettivo che utilizza Gad Lerner parlando del romanzo di Piperno nella sua rubrica su Vanity Fair .
A un certo punto però fanno capolino anche i disfattisti. Sarà, come teme Luca Sofri nel suo blog (dove per altro segnala alcuni dei molti «svarioni» dovuti a un editing poco accurato), che Piperno è «malvisto da chi mal sopporta le cose di cui si parla troppo o di cui si parla troppo bene»? Forse. Fatto sta che Il Riformista arriva a contraddire se stesso . E dopo l’anticipazione di Luca Mastrantonio, che si inchina di fronte al «giovane Roth italiano», in un editoriale corregge il tiro (lunedì scorso) chiedendosi come mai il romanzo «ci abbia poi procurato alla lettura tanta irritazione». Un libro «apotropaico». «Una storia di pipparoli pariolini (e olgiatari) senza particolari qualità, se non un egocentrismo che non muore, neanche una volta superata la fase masturbatoria». E via sparando sulla «plastica della scrittura fredda e ricercata» che «incarta con albagia il nulla di un gioco di specchi…». Buttandola infine sul politico-civile: «Se questo è l’evento letterario dell’anno, però, vuol dire che il tratto apotropaico non è solo confinato alla letteratura, ma è un carattere nazionale». E Giovanni Pacchiano sul Sole di domenica si spinge oltre , chiedendosi: «Perché questa sensazione di noia prolungata, di fatica a proseguire nella lettura, che proviamo leggendo la prima metà del romanzo?» (la stessa prima parte che Cheli trovava «strepitosa», rispetto alla seconda, «meno potente»). Pacchiano vede lungaggini insopportabili in un libro che gli appare come una serie di «ritratti e caratteri allineati l’uno dopo l’altro; tanto descritti e poco narrati», mentre si salvano solo «singoli pezzi riusciti» .
E tra i disfattisti, c’è anche chi, come Andrea Di Consoli sull’ Unità , se la prende con i critici e con il «gioco mediatico» a cui si prestano ciclicamente. E sulla stessa linea c’è chi, come Tiziano Scarpa su nazione indiana , conia, sul modello dei dj, un nuovo termine: i «beejay», ovvero i «book-jockey».

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Un commento su “Da Piperno

  1. E’ uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi cinque anni. Sicuramente l’autore italiano più originale di questo nuovo millennio!

I commenti sono chiusi.

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