Dany-Log

I musichieri della rete

Inserito da danybus | maggio 16, 2013

La musica è per me una roba molto seria. Ha scandito infanzia, pubertà, adolescenza ed età adulta. Definisce e influenza gli stati d’animo, incarta i ricordi e permea il presente nella sua quotidianità. Non è strano quindi che ogni piccola rivoluzione dei supporti musicali (l’audiocassetta, il cd, il cd masterizzato, l’mp3) susciti in me entusiasmi, delusioni e cambiamenti non indifferenti.

La premessa è d’obbligo, volendo fare, dopo tre mesi, un piccolo bilancio su Spotify, introdotto a febbraio anche in Italia. Spotify è un servizio di streaming on-demand (no, non c’entrano i grillini) che consente di ascoltare musica in modo illimitato tramite computer, tablet o smartphone. I brani si possono selezionare da un archivio sconfinato alimentato dalle principali case discografiche. C’è tutto, o quasi. Come per iTunes, l’utente può creare le proprie playlist, ascoltare album interi o un singolo brano da pescare fra un archivio sconfinato. Il servizio è gratuito con pubblicità su computer, mentre pagando un canone mensile di 9 euro si accede alla versione premium che consente di portarsi la musica appresso sullo smartphone e di eliminare la pubblicità. La transizione da iTunes è facilitata dal fatto che Spotify importa automaticamente tutti i contenuti che già avevate, playlist comprese.

Cosa cambia rispetto a prima? Tutto, alcune cose in positivo, altre in negativo.
Voglio ascoltarmi il nuovo album di David Bowie? Non devo comprarlo, né scaricarlo con mezzi illegali. Scrivo David Bowie su Spotify, individuo l’album, lo inserisco nella playlist “album da provare” e posso ascoltarlo quanto voglio e mettere i brani che più mi piacciono su altre playlist. L’aspetto positivo è la rimozione di ogni freno alla curiosità musicale. Qualsiasi cosa è a portata di click ed è tutto gratis o incluso nell’abbonamento di 9 euro al mese. L’aspetto negativo è che l’accessibilità illimitata ad ogni contenuto azzera il prezzo marginale (e forse anche il valore) di ogni nuova cosa che si ascolta. Se il nuovo album di David Bowie non entusiasma al primo giorno, sarà difficile che gli dedichi molti ascolti avendo la possibilità di passare ad altri mille nuovi album. E poi diciamolo: se pago un CD 10 euro, faccio passare un po’ di tempo prima di annoiarmene e assegnarlo al dimenticatoio. Se non mi costa niente, sarò molto rapido e superficiale nel giudicare il nuovo album di David Bowie. In realtà non è neanche una questione di costo. Anche l’album scaricato illegalmente e gratis dai network peer-to-peer ha un qualche valore. Ho faticato un pochino per averlo e quei file ora occupano 50 mega nel mio disco rigido. I brani di Spotify invece sono altrove e subito disponibili. Lo streaming consente di avere tutto a disposizione senza possedere niente e questo cambia notevolmente il rapporto con la musica.

Altra cosa che cambia notevolmente è il modo di scoprire la musica. Normalmente si ascolta la radio per scoprire nuovi brani o comunque per ascoltare dei flussi musicali imprevisti e non definiti da playlist che già conosco. Spotify offre la possibilità di generare delle stazioni radio a partire da un artista o da una playlist. Si prende come input un certo autore e Spotify, elaborando le abitudini di ascolto di tutti i suoi utenti, genera una playlist con brani uniti da un certo comune denominatore. E’ una funzione molto utile e le radio a volte sono ben assortite rispetto all’input iniziale, a volte un po’ meno. E’ un tipo di servizio già offerto da altri operatori (Pandora, Rdio, Last.fm), ma ciò che fa la differenza in Spotify è l’integrazione perfetta con le sue altre funzioni. Mentre ascolto un brano dalla radio posso automaticamente inserirlo in una playlist per ascoltarlo quanto voglio in un secondo momento oppure, se scopro un nuovo artista che mi piace, posso direttamente ascoltarmi tutta la sua discografia. Certo, si tratta sempre di un algoritmo che seleziona musica per te. Non c’è il DJ a introdurre i pezzi e a volte l’algoritmo tira fuori pezzi non così pertinenti se si dà come input qualcosa di molto ricercato. Può essere un buon modo per scoprire artisti già consolidati ma che magari l’utente non conosceva bene, ma non è il modo con cui scoprirete nuova musica recente.

Un aspetto della musica che Spotify migliora notevolmente è invece la “socialità”. Da sempre il miglior modo per scoprire nuova musica è parlare con le persone. E non di rado la musica è anche un modo per scoprire nuove persone. Spotify, collegandosi all’account Facebook dell’utente, consente di condividere in tempo reale ciò che si sta ascoltando e le proprie playlist con la propria cerchia di amici (ovviamente è una funziona che l’utente può disabilitare se vuole un po’ di privacy). Così se vedo che un mio amico si sta ascoltando il nuovo album di David Bowie, posso cliccare sul brano ed ascoltarlo. Posso importare la playlist che un mio amico ascolta mentre va a correre e utilizzarla anch’io per lo stesso scopo. Da questo punto di vista Spotify rafforza molto la condivisione musicale ed è un ottimo mezzo per scoprire nuova musica in maniera “più umana” rispetto alle radio automatiche.

Ultima considerazione. Su Spotify sono presenti circa 20 milioni di brani grazie agli accordi siglati con la principali etichette discografiche (Universal, Sony, Warner, Emi e altre), tuttavia non c’è tutto. Prince non c’è. I Beatles non ci sono (hanno un accordo esclusivo con iTunes). Battisti non c’è. Tanti autori indipendenti e fuori dal circuito delle case discografiche non sono su Spotify. C’è quasi tutto, ma quel quasi è importante e da considerare perché se si fa affidamento solo su Spotify si rischia di perdersi qualcosa (qualcosa di molto importante in alcuni casi come quello dei Beatles, di Prince e di Battisti).
Spotify è un servizio stupendo per gli appassionati di musica, ma non può essere utilizzato in modo totalizzante. Non bisogna permettergli di toglierci il piacere di comprare musica e costruirci una nostra discoteca (virtuale o fisica che sia). Non può sostituire l’intrattenimento di una buona radio FM animata dal nostro DJ preferito che ci introduce le novità del momento. Non può darci la falsa sicurezza di avere tutto a disposizione. Sono tutti rischi che la comodità del programma rende molto concreti.

Queste riflessioni valgono anche per altri servizi di streaming musicale simili come Deezer, Google Play e il servizio iRadio di Apple che verrà. Si somigliano tutti e il business model è sempre quello di comprare in massa i cataloghi delle case discografiche remunerandole con una percentuale alta su canoni e ricavi pubblicitari e vendendo agli utenti il servizio per un canone fisso mensile. I contenuti sono sempre gli stessi perché le grandi etichette discografiche con cui si tratta sono sempre le stesse 3-4. Quello che farà la differenza tra un servizio e l’altro è, oltre al prezzo, il lato umano. Quanto il software riesce a tirar fuori la parte emozionale dell’ascolto e della scoperta di nuova musica. Perché in fondo la musica non può essere ridotta a un servizio da pagare un tot al mese, è una roba molto più seria. Per dirla con le parole di Proust:

“La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime”.

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Debito indebito

Inserito da danybus | maggio 11, 2013

Ieri la Repubblica Italiana ha collocato BOT a 12 mesi raccogliendo un ammontare di 7 miliardi al tasso di interesse più basso della sua storia: 0,70%. Su quei 7 miliardi il Tesoro pagherà interessi di appena 49 milioni di euro.

In una situazione in cui i giovani adulti non riescono ad ottenere i mutui per la prima casa e le PMI si finanziano a tassi non inferiori al 6% (se riescono a farsi finanziare), verrebbe spontaneo andare a Via XX Settembre sotto l’ufficio di Saccomanni con striscioni del tipo: “Solo 7 miliardi? Tu che praticamente puoi indebitarti gratis e soprattutto trovi chi ti dà i soldi, emetti BOT per 40 miliardi! Veloce, ora che conviene!”
In effetti, con un approccio finanziario molto miope e semplicistico si potrebbe affermare che lo stato indebitandosi è in grado di reperire, quasi senza costi, tutte le risorse per restituire l’IMU, per finanziare la cassa integrazione, i progetti di sviluppo, la detassazione del lavoro giovanile, il panettone gratis a Natale per tutti, il reddito di cittadinanza e chi più ne ha più ne metta.

E invece, semplicemente per trovare 2 miliardi necessari a finanziare un rinvio del primo acconto IMU sulla prima casa, siamo lì a raschiare il fondo del barile alzando altre tasse o tagliando altre spese. I motivi sono semplici. Abbiamo promesso all’Unione Europea che non ci indebiteremo per più del 3% del nostro PIL, cioè per più di 46 miliardi. La cuccagna del denaro a costo zero è accessibile, i mercati abbondano di liquidità, ma abbiamo promesso (giustamente) di non abusarne, per cui ci s’indebita con molta parsimonia. D’altronde in passato non abbiamo dimostrato di essere disciplinati, per cui meglio così. Anche non avendo il vincolo europeo, ad ogni modo i debiti a breve vanno poi rifinanziati nel breve con altri debiti. Per ora i mercati sottoscrivono i nostri BOT e richiedono poco, ma abbiamo visto l’anno scorso quanto si passi velocemente dal bengodi all’inferno finanziario dello spread e del credit crunch.

Nondimeno, anche considerando tutti questi discorsi seri sui vincoli europei e la prudenza finanziaria, non si più ignorare il paradosso di uno stato che si finanzia con facilità ai tassi più bassi di sempre e che allo stesso tempo paga con enorme i ritardo i propri clienti mettendo in tensione finanziarie tante aziende che si finanziano con tassi molto alti. Non si può ignorare il paradosso di un sistema imprenditoriale che non ha accesso al credito e di uno stato che, pagando lo 0,70% sui finanziamenti a 12 mesi, non fa altro che alzare la pressione fiscale per inseguire la chimera di una lentissima riduzione dell’indebitamento imposta dall’Europa (che dell’Italia non è neanche creditrice). C’è molta liquidità, ma non la usiamo. Non arriva alle imprese perché il meccanismo di trasmissione monetario (banca centrale, banche, imprese) si è inceppato; non viene utilizzata dallo stato perché lo stato non può indebitarsi. Resta inerte nei depositi della BCE o, peggio, va a finire in altri economie, mentre qui ci beviamo turandoci il naso l’amaro cocktail di austerity e recessione.

Ipotizzare che da domani il tesoro inizi ad emettere BOT a raffica per finanziare qualsiasi cosa indebitandosi a breve termine sarebbe una follia e perderemmo l’accesso ai mercati dopo poco. D’altro canto se tutti i paesi europei agissero così, senza alcuna disciplina, l’abbondante liquidità sui mercati si esaurirebbe dopo poco tempo e la cuccagna del debito svanirebbe subito. Una soluzione potrebbe essere la creazione di un’agenzia europea per lo sviluppo che si indebiti sfruttando le favorevoli condizioni di mercato prestando poi, con disciplina, i fondi ottenuti ai vari stati (i prestiti di questa agenzia non andrebbero poi conteggiati nell’indebitamento ai fini del rispetto dei parametri del patto di stabilità). L’Europa ha già centralizzato l’austerity con la creazione dell’ESM che interviene prestando risorse agli stati in difficoltà e imponendo piani di austerity. Bisognerebbe, a complemento, centralizzare lo sviluppo con la creazione di un agenzia di quel tipo. Un’agenzia che intervenisse non nelle situazioni di tensione finanziaria, ma nelle situazioni di lenta crescita. Risolverebbe diversi problemi:

- permetterebbe agli stati membri di stimolare la crescita senza ricorrere appesantire l’indebitamento;
- permettere di immettere nei sistemi economici dei paesi in difficoltà nuove risorse che non riescono ad arrivare tramite i canali bancari;
- rinnoverebbe l’immagine dell’Europa oggi altamente impopolare e associata solo a politiche di austerity.

Credo che qualunque governo nazionale, al di là di ogni questione di bottega riguardante l’IMU e altre discussioni sulle mitiche riforme, non possa non partire dall’Europa per stimolare la crescita e risolvere i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche. Purtroppo, però, questo strano governo (e tutto sommato anche quello precedente) è partito da questioni ombelicali guardando poco a Bruxelles (qualche viaggetto all’estero Letta l’ha fatto, ma non si è fatto promotore di nulla).

Se ignoriamo il problema proseguendo nel virtuosismo dei conti ad ogni costo, avremo sì uno spread in calo, sì un costo dell’indebitamento sempre più basso, ma senza la possibilità di indebitarsi e senza la prospettiva di crescere.

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L’Euro e la Thatcher

Inserito da danybus | aprile 9, 2013

Vorrei ricordare Margaret Roberts Thatcher con le parole che pronunciò a un summit dell’Unione Europea a Roma 23 anni fa: espose molto lucidamente i motivi per cui si sarebbe opposta all’adozione della Moneta Unica da parte del Regno Unito prevedendo gran parte dei problemi economici e politici che stiamo affrontando adesso (disoccupazione, mancanza di meccanismi di aggiustamento, pressioni politiche della Germania, etc.).
E’ vero: molti economisti dell’epoca si espressero contro l’adozione di una moneta unica in una zona valutaria non ottimale, ma pochi politici ebbero il coraggio di opporsi a un progetto corale da cui sembrava derivare ogni bene. Niente male per la figlia di un droghiere. (il discorso completo qui)

I agree entirely with my right hon. Friend. It would do just that. It would also mean that there would have to be enormous transfers of money from one country to another. It would cost us a great deal of money. One reason why some of the poorer countries want it is that they would get those big transfers of money. We are trying to contest that. If we have a single currency or a locked currency, the differences come out substantially in unemployment or vast movements of people from one country to another. Many people who talk about a single currency have never considered its full implications.

When the Delors proposals for economic and monetary union came out, it was said immediately by my right hon. Friend [ Nigel Lawson ] the then Chancellor of the Exchequer that this was not really about monetary policy at all but about a back door to a federal Europe, taking many democratic powers away from democratically elected bodies and giving them to non-elected bodies. I believe fervently that that is true, which is why I shall have nothing to do with their definition of economic and monetary union.

I think that it is wrong to think that all the Twelve have similar votes or influence in these matters. I think that some in Germany are backing the scheme because they know that the dominant voice, the predominant voice, on any central bank would be the German voice. If we did not retain our national identities in Europe, the dominant people in Europe would be German. The way to balance out the different views of Europe, as we have traditionally done throughout history, is by retaining our national identity.

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Ken we can. Obama in Israele

Inserito da danybus | marzo 28, 2013

Si è concluso il viaggio di Obama in Israele e nei territori dell’Autorità Palestinese (o “viaggio in Terra Santa” per esprimersi in maniera mistico-politically-correct). Dopo il discorso del Cairo di quattro anni fa che diede l’intonazione a una politica estera piena di speranze deluse, Obama ci riprova e corregge il tiro rilanciando la soluzione “due popoli, due stati”.

Proviamo a scorrere le parole dei discorsi tenuti a Gerusalemme e a Ramallah davanti agli interlocutori dei due popoli.

A Gerusalemme

Il discorso pronunciato a Gerusalemme (il testo integrale è disponibile qui) era programmatico già nella scelta di una platea riempita da giovani studenti e dall’assenza di personalità istituzionali. Il segnale è stato quello di un leader che si rivolge direttamente alla popolazione israeliana, a quella parte di popolazione più sensibile al futuro, praticamente bypassando Netanyahu. La parte iniziale in cui Obama nega la presenza di dissapori con Netanyahu

(“any drama between me and my friend, Bibi, over the years was just a plot to create material for Eretz Nehederet”)

sembra una excusatio non petita, indebolita peraltro dall’assenza dell’amico “Bibi” durante il discorso.

Una lunga parte introduttiva del discorso è stata dedicata alla storia di Israele e alle sue tradizioni. E’ un Obama fiero d’aver fatto partecipare le figlie al seder di Pesach

(I did so because I wanted my daughters to experience the Haggadah, and the story at the center of Passover that makes this time of year so powerful)

e che condivide l’epopea millenaria dell’esodo ebraico accostandolo con disinvoltura al sogno americano con l’aiuto di efficaci citazioni di Martin Luther King.

Dopo aver toccato brevemente il tema dell’olocausto e della diaspora, Obama decanta le lodi dell’economia israeliana con particolare riguardo al suo spirito imprenditoriale. E anche qui non mancano i punti di contatto con il tessuto economico statunitense.

Si passa quindi al delicato tema della sicurezza che viene affrontato esprimendo nettamente la solidarietà degli Stati Uniti per i lanci di razzi da Gaza, per l’attentato in Bulgaria e per le minacce imminenti dagli stati confinanti (Siria in primo luogo). Obama sorprende un po’ tutti puntando il dito chiaramente contro Hezbollah

(That’s why every country that values justice should call Hezbollah what it truly is — a terrorist organization. Because the world cannot tolerate an organization that murders innocent civilians, stockpiles rockets to shoot at cities, and supports the massacre of men and women and children in Syria right now.)

E alle parole sono seguiti i fatti: l’indomani Hezbollah è stata iscritta dal Dipartimento di Stato statunitense fra la lista delle organizzazione terroristiche.
Il tema della sicurezza di Israele viene affrontato in maniera più emozionale che politica dosando in abbondanza ingredienti come simpatia

(“so long as there is a United States of America — Atem lo levad. You are not alone.”)

ed empatia

(” I think about children like Osher Twito, who I met in Sderot — children the same age as my own daughters who went to bed at night fearful that a rocket would land in their bedroom simply because of who they are and where they live.”)

, la stessa empatia che Obama chiederà agli Israeliani nei confronti della popolazione palestinese

(“Put yourself in their shoes. Look at the world through their eyes.”)

Sulla sicurezza Obama rassicura: cerca di far sì che le reazioni di Israele verso le numerose minacce esterne, Iran fra tutte, siano ponderate con più tranquillità alla luce di una ritrovata e presunta solidarietà internazionale.

A metà del discorso, dopo una lunga serie di sviolinate e dopo aver nutrito la platea con il dessert del consenso, Obama passa all’argomento più spinoso: la pace. La pace viene definita necessaria, giusta e possibile. E qui arriva la parte più succosa e delicata del discorso.
La pace è necessaria – ricollegandosi al tema precedente della sicurezza – perché è l’unico modo di garantire una sicurezza duratura alla popolazione israeliana.

(“You have the opportunity to be the generation that permanently secures the Zionist dream)

Muro e Iron Dome – spiega Obama – sono efficaci, ma rappresentano una misura provvisoria e tampone. Obama spiega al suo pubblico anche come i cambiamenti portati dalla cosiddetta primavera araba influenzeranno il processo di piace e dice una cosa fondamentale:

“the days when Israel could seek peace simply with a handful of autocratic leaders, those days are over

Peace will have to be made among peoples, not just governments”. Ancora una volta, Obama bypassa la politica e, come lui si rivolge direttamente alla popolazione israeliana, invita gli israeliani a rivolgersi e a cercare consenso direttamente tra la popolazione araba (corretto, ma non facile).
La pace è giusta – dopo tante carotine arriva il bastone – perché i palestinesi hanno diritto a un loro stato. Obama non parla di diritto al ritorno, non parla di terre strappate ai palestinesi (tutti argomenti che hanno sempre portato le negoziazioni su un binario morto), ma fa una constatazione di fatto:

“Just as Israelis built a state in their homeland, Palestinians have a right to be a free people in their own land”.

Non viene menzionato direttamente il tema degli insediamenti israeliani in Cisgiordania ma Obama spiega chiaramente quanto le limitazioni al movimento delle persone e il controllo perenne di uno stato straniero siano umilianti per una popolazione. Per ingraziarsi di nuovo il pubblico, Obama torna a citare due israeliani: Sharon (““It is impossible to have a Jewish democratic state, at the same time to control all of Eretz Israel. If we insist on fulfilling the dream in its entirety, we are liable to lose it all”) e David Grossman (“A peace of no choice” he said, “must be approached with the same determination and creativity as one approaches a war of no choice”).
E la pace è possibile. Almeno secondo Obama. Il presidente degli Stati Uniti, ben comprendendo l’esigenza e la frustrazione degli israeliani nel negoziare trattati di pace con controparti volubili e inaffidabili, spiega di ritenere il primo ministro Fayyad e il presidente Abbas degli interlocutori affidabili; spiega che la popolazione della Cisgiordania ha un sincero desiderio di pace. Tale affermazione, letta in negativo, è una chiara delegittimazione del governo di Gaza e sembra in qualche modo indirizzare un eventuale processo di pace verso negoziazioni che non comprendano Hamas e Ismail Haniya. E qui che Obama rilancia chiaramente la soluzione “Due popoli, due stati” con questa dichiarazione in cui richiama Israeliani e mondo arabo alle rispettive responsabilità:

“Palestinians must recognize that Israel will be a Jewish state and that Israelis have the right to insist upon their security. Israelis must recognize that continued settlement activity is counterproductive to the cause of peace, and that an independent Palestine must be viable with real borders that have to be drawn.”.

Ma Obama sa bene che si è ben lungi da una souzione e da una composizione dei rispettivi veti e interessi. Quindi richiama la popolazione, la gente, a supplire alla mancanza di volontà politica:

“I ask you, instead, to think about what can be done to build trust between people… That’s where peace begins — not just in the plans of leaders, but in the hearts of people. Not just in some carefully designed process, but in the daily connections — that sense of empathy that takes place among those who live together in this land and in this sacred city of Jerusalem.And let me say this as a politician — I can promise you this, political leaders will never take risks if the people do not push them to take some risks. You must create the change that you want to see. Ordinary people can accomplish extraordinary things.

Insomma, per dirla come Patti Smith, people have the power. E’ un discorso che affascina perché supera con lirismo i limiti delle istituzioni, liberando i sentimenti della gente dalle gabbie di un processo politico irto e pericoloso. In buona sostanza Obama conferma il supporto degli Stati Uniti a Israele, di cui negli ultimi anni gli israeliani avevano cominciato a dubitare, ma poi lascia alla popolazione il ruolo di farsi promotrice delle eventuali istanze di pace. E’ un atteggiamento che potrebbe sembrare ora pilatesco, ora ingenuo, ma, tutto sommato, credo che sia il risultato di una realistica presa di coscienza della politica estera statunitense restia a costringere alla pace e ad aprire nuovi difficili fronti in quella regione.

A Ramallah

Dopo lo storico (già dimenticato?) voto dell’Onu con cui l’Autorità Palestinese è stata ammessa come osservatore permanente non membro (come lo Stato del Vaticano) senza il voto degli Stati Uniti, Obama si trova nella delicata posizione di parlare a Ramallah sostenendo la creazione di uno stato palestinese (il discorso integrale qui). Nonostante il voto contrario espresso all’Onu, Obama si esprime senza mezzi termini al riguardo:

“The Palestinian people deserve an end to occupation and the daily indignities that come with it. Palestinians deserve to move and travel freely, and to feel secure in their communities. Like people everywhere, Palestinians deserve a future of hope — that their rights will be respected, that tomorrow will be better than today and that they can give their children a life of dignity and opportunity. Put simply, Palestinians deserve a state of their own”.

Poi decanta le lodi dell’Autorità Palestina e del primo ministro Fayyad evidenziando i grandi progressi economico-istituzionali raggiunti in Cisgiordania. Il confronto esplicito è con la situazione di povertà in cui versa Gaza, governata da Hamas e Obama vuole svelare alla popolazione il nesso causale fra povertà e violenza:

I would point out that all this stands in stark contrast to the misery and repression that so many Palestinians continue to confront in Gaza — because Hamas refuses to renounce violence; because Hamas cares more about enforcing its own rigid dogmas than allowing Palestinians to live freely; and because too often it focuses on tearing Israel down rather than building Palestine up.”

Quello di Obama è un grande assist a Fayyad contro il rischio che Hamas possa attecchire anche fra la popolazione della Cisgiordania.

A questo punto Obama rilancia anche a Ramallah il processo di pace sostenendo chiaramente come scorciatoie come quelle prese presso il Palazzo di Vetro con riconoscimenti formali senza dialogo, non possano essere soluzioni vere:

“As I have said many times, the only way to achieve that goal is through direct negotiations between Israelis and Palestinians themselves. There is no shortcut to a sustainable solution.”

Il resto del testo è molto istituzionale, poco convincente e molto retorico.
Il confronto con il discorso tenuto presso l’università di Gerusalemme è impietoso. Evidentemente Obama ha meno da dire a Ramallah e non ritiene efficace da quelle parti il lirismo con cui ha colpito direttamente la popolazione israeliana. E’ come se in questo ennesimo rilancio del processo di pace Obama, pur senza prendere le parti di nessuno, abbia comunque affidato una responsabilità morale maggiore agli israeliani, a cui si è rivolto direttamente e con ardore. A Ramallah, Obama si è limitato a espressioni di solidarietà e a preparare il terreno per l’operazione “simpatia” a cui aveva esortato gli studenti israeliani.

Solo parole? Sicuramente sì, ma parole efficaci. Perché Israele e la sua popolazione possano intraprendere la strada della pace, prima di fidarsi della controparte palestinese, devono avere fiducia nella propria sicurezza e nel sostegno esterno. E’ la psicologia di uno stato e di una popolazione in perenne pericolo d’estinzione e Obama l’ha capito bene rassicurando gli studenti israeliani proprio sul sostegno degli Stati Uniti. In questo, le parole di Obama sono state molto efficaci e contribuiranno, se non a smuovere, a smussare le posizioni di Israele sul processo di pace. Intanto, alla fine della visita di Obama sono arrivati diversi segnali di distensione: Riapertura dei valichi con Gaza,Restituzione dei dazi doganali all’ANP,riapertura delle relazione diplomatiche con la Turchia.
Speriamo che seguano altri fatti.

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Specchio specchio delle mie brame…

Inserito da danybus | marzo 20, 2013

Cosa mi piace tanto delle distopie, queste rappresentazioni di società inesistenti e disfunzionali?

Ad immaginare le utopie non ci vuole niente, perché, in fondo, inconsciamente aneliamo continuamente a un mondo migliore, un mondo che non c’è, ma che vorremmo ci fosse. Il presupposto dell’utopia è la sua irrealizzabilità e perciò si sottrae per definizione alla prova dei fatti. Che si tratti di un mondo con fiumi di miele e latte, che si tratti di un mondo in cui ogni uomo ha 40 vergini a disposizione, che si tratti del paradiso terrestre o della Città Perfetta di Tommaso Moro, l’utopia è facilmente condivisibile ed è l’esca verso comportamenti civili virtuosi.

Le distopie, invece, seppur frutto di fiction, aderiscono alla realtà presente in modo inquietante. Laddove nell’utopia la fiction ha lo scopo di trascinare la realtà verso il miglioramento, nella distopia è la realtà che trascina ed ispira la fantasia dello scrittore. Che si tratti del Grande Fratello orwelliano, di Matrix, di Truman Show o di Hunger Games, i primi sentimenti che suscita quella rappresentazione deteriore della società sono l’angoscia e la paura che la distopia si trasformi in profezia. E tanto più sono forti i punti di contatto con la realtà, tanto più sono forti questi sentimenti.

Sarà una mia opinione personale – non me ne voglia Tommaso Moro – ma credo che per spingere la società verso comportamenti virtuosi sia più efficace allontanarla da modelli pericolosi che adescarla verso dei non-luoghi.

Lo spunto per queste riflessioni mi è venuto guardando Black Mirror: una miniserie di sei episodi, ognuno slegato dall’altro, con personaggi diversi, in cui l’autore Charlie Brooker si cimenta con probabili distopie tutte ispirate da un’inquietante uso della tecnologia. Ieri su Sky è andato in onda l’episodio “The Waldo Moment”: parla di un comico che per scherzo si candida alle elezioni con un pupazzo animato di nome Waldo. Grazie a volgarità, insulti ed effetti comici riesce a pescare nel mare del malcontento popolare e a conquistare consensi senza uno straccio di programma credibile. Il suo produttore prima – e in seguito i servizi segreti – si rendono conto del potenziale e alla fine dell’episodio ci si ritrova in una sorta di dittatura manovrata da un pupazzo a sua volta manovrato da poteri oscuri.

Altro che distopia…

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Politica da bere

Inserito da danybus | febbraio 21, 2013


La lettura di un programma di partito richiede grandi quantità di tempo, ingenuità e competenza. Sono tre ingredienti che è così raro trovare riuniti nell’elettore medio, che quasi mai gli orientamenti politici nascono dall’esame dei contenuti. D’altronde, chi è l’elettore medio per capire quale politica economica è più efficace per il paese? Chi è l’elettore medio per esaminare la grande mole di dati macroeconomici a cui è sottoposto quotidianamente? Per non parlare di ordinamento giuridico, sanità, istruzione, agenda digitale, infrastrutture, politica estera. L’elettore medio, io e voi siamo annichiliti dalla complessità di una missione del genere. Una missione che richiede un’articolata organizzazione di persone in grado di formare una squadra di governo coesa e di amalgamare le diverse competenze necessarie a guidare lo stato e a legiferare. Questo più o meno è fare politica.

L’elettore medio può scegliere con un grado limitato di razionalità (o di ragionevole ignoranza) non potendo far altro che approssimare.

Si può ricorrere all’ideologia: “perché sì, perché no”.
Si può ricorrere al proprio personale tornaconto: “non ne capisco niente di deficit, occupazione e macchina statale, ma so che se vogliono ridurre i costi della pubblica amministrazione io prenderò meno soldi, quindi faccio vincere gli altri!!”.
Ci sono i principi morali: “quello è un galantuomo, mi piace; quello è un farabutto, non lo voto”.
C’è la competenza: “non so se quel che vuole fare sarà buono per il paese, ma è una persona che sa fare le cose”.

E altri metodi.

Io utilizzo un metodo che sintetizza in maniera pragmatica un po’ tutti i vari gradi di approssimazione. E’ il metodo dell’aperitivo. A chi vorrei far organizzare un aperitivo? Con chi vorrei passare quel momento di distensione, dialogo e intrattenimento tra la fine della giornata lavorativa e il rincasare in cui si discute amichevolmente di cacchiate e grandi temi?

C’è l’aperitivo del PDL. Il buffet è molto ricco. Quello lì porta sempre un bel po’ di ragazze, mentre sei lì sembra che tutto sia stupendo e vorresti che l’ora di cena non arrivasse mai (probabilmente la salterai). Il problema è che ti tocca ascoltare sempre quello lì, quello lì che parla sempre e con cui tutti vogliono parlare (a te non ti si fila nessuno). Non puoi mai scegliere dove andare a fare l’aperitivo, lo decide sempre quello lì, e i rapporti tra gli avventori sono un po’ finti: alla fine ognuno ha in testa solo il buffet. Torni a casa con un gran mal di testa perché hai bevuto troppo e mangiato poco (nonostante il ricco buffet). Non ti sei espresso e non hai sentito gli altri esprimersi e, visto il costo esorbitante sostenuto da quello lì, puoi solo sperare che la prossima volta sia sempre quello lì ad offrire, altrimenti chi vuoi che ci venga?

C’è l’aperitivo del PD. Somiglia molto a una riunione tra vecchi compagni di scuola, tutti uniti da un comune passato, ma in fondo tutti un po’ diversi e divisi dalle scelte fatte dopo l’esame di maturità. Solo per la scelta del bar in cui andare a bere ci si perde in mille discussioni e quando finalmente ci si vede, si formano i soliti gruppetti in cui ognuno parla fittamente: il dialogo c’è, le idee circolano, ma solo all’interno di questi gruppetti che non fanno né gruppo né squadra. E’ bello perché tutto sommato le discussioni sono stimolanti e ti senti parte di un’identità, ma sembra essere un gruppo di persone un po’ involuto, chiuso e autoreferenziale. Nessuno fa amicizia con gli avventori dei tavoli vicini e ogni volta che vuoi portare qualcun altro con te all’aperitivo ti guardano storto. In definitiva, solo il pensiero di dover di nuovo affrontare il processo decisionale che porterà a una data e a un luogo ti fa passare la voglia di organizzare il prossimo aperitivo con loro.

C’è il nuovo aperitivo di Scelta Civica. Sono sobri, ma hanno cominciato a fare gli aperitivi anche loro. Bevono tutte cose raffinate e parlano di vini con la prosopopea del sommelier senza averne il carisma. Sono molto eleganti, la conversazione è colta e la macchina organizzativa è efficiente. Tutto sommato hanno imparato anche ad essere socievoli, fin troppo, tanto che ai loro aperitivi vedi gente che non ti aspetteresti. Certo, ai loro aperitivi manca un po’ di passione e di sentimento e la compostezza unisce quel gruppo di persone più della fedeltà. C’è uno di loro che fa il professore solo che agli altri non va di fare gli alunni, per cui a volte si innescano dinamiche un po’ ambigue dove ognuno si misura con la spocchia e il merito altrui. In definitiva, il problema di questi aperitivi eleganti è che costano molto e che ti mandano sempre il conto a casa. E pagare tanto per farsi fare la lezione senza che ci sia un minimo di distensione può esser noioso e insostenibile alla lunga.

Altra novità è l’aperitivo a Cinque Stelle. E’ molto divertente perché c’è sempre una marea di gente giovane, allegra e molto motivata; c’è quello lì che fa morire dalle risate sparlando di tutti gli altri aperitivi. E’ rassicurante perché dona quel tocco d’inclusione agli esclusi beffandosi dell’esclusività degli altri aperitivi. Quello lì riccioluto e l’altro nerd riccioluto hanno montato un’organizzazione fantastica, ma il problema è che alla fine sono tutti molto alticci, si ride un sacco, ci si arrabbia, ma non esce mai nulla di concreto. E poi se sei uno un tantino sobrio che prova a dire qualcosa al riccioluto, ti cacciano via. Insomma, va molto bene per bere e per ridere, ma con l’andarci troppo spesso ci si fa male al fegato.

Mi hanno parlato anche di questo aperitivo della Rivoluzione Civile, ma non son so dirvi nulla perché è un circolo molto chiuso dove tutti hanno la tendenza a giudicarti.

C’è infine l’aperitivo di questi qui di FARE. Sono animati da questo tipo molto dandy che va in giro vestito in modo un po’ colorito. Questo dandy che con molta arguzia e poco astio bacchetta tanto i sobri quanto gli ubriaconi. E’ una personalità molto caratterizzante e invadente, ma ha sempre voluto che i suoi aperitivi vivessero di vita propria lasciando molto spazio ai beoni promotori, tanto da non aver mai messo il suo nome sul logo dell’aperitivo. Quando per una sbornia di vanità ha fatto una figura barbina, ha detto agli altri “vedetevi all’aperitivo come avete sempre fatto, io me ne sto un po’ a casa.” Il bello è che tolto l’uomo, i principi che animano quegli aperitivi restano. Effettivamente è tutta gente di saldi principi, gente pragmatica che pensa molto a lavorare e che di solito il tempo per gli aperitivi neanche ce l’ha. Si vede, perché non sono molto ben organizzati e il decentramento spontaneo a volte crea non pochi inconvenienti. Però sono aperitivi piacevoli perché si respira questa atmosfera dove vengono ben dosati rigore, competenza, passione e dialogo. Si beve bene, c’è buon gusto e ognuno paga il suo. C’è la voglia di cambiamento senza i toni apocalittici della rivoluzione. Ci sono obiettivi che non sono asintoti e soprattutto c’è tutta gente che il giorno dopo va a lavorare e che non pensa agli aperitivi. Dicono che è un aperitivo inutile, ma in fondo non è che uno si aspetti grandi vantaggi da un aperitivo e allora io preferisco andare dove bevo bene e mi trovo a mio agio.

Prosit!
(e stavolta andate a votare senza aver bevuto troppo)

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Confiteor

Inserito da danybus | dicembre 27, 2012

Che brutta parola! Che linguaggio da passi perduti di Montecitorio! Una volta, a Eugenio Scalfari che gli chiedeva che cosa fosse l’establishment, Guido Carli rispose che l’establishment era quell’insieme di persone con importanti responsabilità che, anche nei dispareri, trovano sempre un terreno comune dialogo sulle questioni di interesse generale.

confiteor_mucchetti_geronzi-e1354196805794.jpeg In questo passo tratto da Confiteor, l’intervista fiume che Cesare Geronzi ha commissionato al giornalista del Corriere Della Sera Massimo Mucchetti, c’è tutta la cifra stilistica di un personaggio e l’essenza di questo libro-confessione con cui Geronzi, relegato oggi al ruolo di presidente della Fondazione Generali (già presidente di Generali, Mediobanca e Capitalia) e ormai fuori dalla tolda di comando, si toglie qualche sassolino dalla scarpa da tirare a Nagel, Pelliccioli e Della Valle.

Rimarrà deluso chi si aspetta da Confiteor rivelazioni e retroscena sconvolgenti. In fondo, l’intento di Cesare Geronzi è quello di fornire la sua versione e il suo punto di vista privilegiato su trent’anni di finanza e capitalismo all’italiana lustrando i fatti senza sconvolgerli e affidandosi a un interlocutore per niente accomodante come Massimo Mucchetti. Un intento – devo dire – ben riuscito. Io stesso, piuttosto critico e scettico sul personaggio, dopo la lettura di Confiteor ho maturato un’idea meno maliziosa e tendenziosa di Cesare Geronzi e, senza abbandonare la convinzione che ci fosse qualcosa di malsano e sbagliato nel sodalizio di prima repubblica fra politica, finanza e informazione, ho almeno capito le presunte buone intenzioni di chi ne muoveva le fila.

E’ interessante notare come, pur nell’intento di mondarsi da quella patina di oscuro potente, le parole di Geronzi tradiscano un paternalismo misto a protagonismo che risulta ora inquietante, ora buffo (“Gli ho fatto comprare il Messaggero”, “Questo divano nel mio salotto era il preferito di Guido Carli”). In alcuni passi Geronzi sembra un azzimato Patrick Bateman ossessionato per i dettagli, le firme e la materialità. Ogni volta che ti racconta la storia della firma di un patto parasociale o di un’importante cessione non manca mai di descrivere il salotto in cui avvenne, i dipinti che appesi alle pareti. Quando racconta del suo incontro con Bazzoli e Maranghi all’hotel Hassler di Roma non manca di specificare “che è l’albergo più bello di Roma”.

Confiteor è un utile bignami di finanza italiana che aggiunge un po’ sentimentalismo da parte di un personaggio che ci aspetteremo diabolicamente machiavellico. Non fa luce sugli eventi degli ultimi trent’anni, non documenta, ma il filo dei ragionamenti e lo stile della conversazione fanno luce su un modo di vedere eventi degli ultimi trent’anni da parte di un importante protagonista.

Ritornando alla citazione iniziale, credo che Geronzi sia intimamente convinto della definizione che Guido Carli dà dell’establishment. E’ intimamente convinto di farne parte. Ed è sinceramente convinto che lui e pochi altri abbiano un’idea giusta e poco criticabile di quello che l’interesse generale.

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Un’eredità di avorio e ambra

Inserito da danybus | dicembre 24, 2012

Anche quando non si tiene più alle cose, non è affatto indifferente averci tenuto, perché era sempre per qualche ragione che sfuggiva agli altri… Ebbene! adesso che sono un po’ troppo stanco per vivere con gli altri, quei vecchi sentimenti così personali, così miei, mi sembrano – è la mania di tutti i collezionisti – estremamente preziosi. Schiudo a me stesso il mio cuore come una sorta di bacheca, mi guardo uno per uno tanti amori di cui gli altri non sapranno mai nulla. E di questa collezione, alla quale, adesso, sono ancora più attaccato che alle altre , mi dico – un po’ come Mazarino dei suoi libri ma, del resto senza alcuna angoscia – che sarà parecchio seccante doverla lasciare.

01100.jpegE’ con questa citazione proustiana da Sodoma e Gomorra che si apre Un’eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal. Un libro che non è né un romanzo, né un saggio; un minestrone in cui c’è un po’ di tutto: la saga familiare, i sentimenti, la storiografia, l’arte. La scrittura non è particolarmente brillante e la struttura un po’ sconnessa, ma l’autore non è uno scrittore. E’ un ceramista di Londra che ha ereditato una preziosa collezione di Netsuke, piccole sculture giapponesi dell’800. Incuriosito, Edmund de Wall svolge un accurato lavoro tra storiografia e genealogia ripercorrendo le peripezie di questi oggettini che prima di giungere a Londra fra le sue mani fecero la spola tra Tokyo e Parigi, passando per Vienna e per due guerre mondiali. La narrazione pendola continuamente tra oggetti e persone, tra cultura e sentimentalismo, tra storia pubblica ed elegia familiare. Si parte da Odessa, Ucraina, città che diede i natali a Charles Ephrussi, rampollo di una famiglia di banchieri ebrei che fece fortuna intermediando partite di grano ucraino nel porto di Odessa. L’ascesa degli Ephrussi è una storia di fasti, di valori familiari esaltati da uno spirito di revanscismo e affrancamento sociale che porta la famiglia a spedire i propri rampolli a Parigi e Vienna. E’ a Parigi che Charles, mecenate, collezionista d’arte, scrittore per la Gazette e frequentatore dei buoni salotti (era amico di Marcel Proust e pare che il Charles Swann de La Recherche sia ispirato proprio da lui) acquista i Netsuke insieme all’amante Louise. Resteranno all’Hotel Ephrussi, all’ 81 di Rue Monceau, contornati da preziose opere dell’impressionismo e da lì vedranno l’ascesa sociale del loro proprietario e la sua pubblica denigrazione dopo i primi rigurgiti di antisemitismo scoppiati in seguito all’affare Dreyfus. Da Parigi i Netsuke si trasferiranno a Vienna dove finiranno, come regalo di nozze, fra le mani di Viktor, fratello di Charles. Se a Parigi le piccole sculture vivevano in un contesto da dandy, a Vienna vivranno la vita familiare in un palazzo del primo Novecento appena costruito sul Ring di Vienna. Verranno custoditi nelle stanze private di Emma, moglie di Viktor e saranno il divertissement dei loro tre figli. Da quelle stanze seguiranno la rovina di quella famiglia, poco attenta agli sconvolgimenti che da lì a pochi anni avranno portato l’Austria ad essere annessa alla Germania nazista e sfuggiranno alle razzie del palazzo Ephrussi grazie alle premure di una governante che li nascose sotto il suo letto. Dopo la seconda guerra mondiale saranno restituiti a Elizabeth, figlia di Emma e nonna dell’autore per poi riprendere la volta di Tokyo dove finiranno in una teca di Iggie, fratello di Elizabeth trasferitosi lì per affari.

All’inizio del libro, de Wall si propone di non lasciarsi invischiare dalle dinamiche della saga d’altri tempi e di non scrivere un’elegia delle perdita in salsa mitteleuropea. Non credo che ci riesca: il tema è inevitabilmente quello del successo e della perdita insieme a quello proustiano del tempo e della memoria. Dietro il velo di un esibizionismo culturale un po’ da snob c’è un autore che piano piano lascia cadere la maschera del ricercatore storiografico lasciando trasparire il volto un po’ malinconico di chi ricerca se stesso e i suoi sentimenti negli oggetti. Arriverà a definire i Netsuke un “antidoto al prosciugamento della memoria”, il ruolo di ogni piccola reliquia personale di ognuna di noi.

Come il Charles Swann della citazione iniziale che schiude schiude il suo cuore come un collezionista schiude la propria bacheca, de Wall fa lo stesso con i suoi Netsuke. Il risultato è una piacevole miniatura in cui si condensano storia e sentimenti.

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Ebrei italiani e italiani ebrei

Inserito da danybus | dicembre 14, 2012

I rapporti fra la sinistra e le comunità ebraiche italiane sono stati storicamente controversi per le posizioni a volte ambigue, a volte apertamente schierate in favore degli arabi, che i movimenti politici di quell’area politica hanno da sempre espresso sulla questione mediorientale. Nella Prima Repubblica, sulla carta, quello fra ebrei, stato d’Israele e sinistra avrebbe dovuto essere un felice matrimonio di interessi e condivisione di valori. Gli ebrei italiani, avversi alle idee di destra e reduci da vent’anni di fascismo e leggi razziali, avrebbero dovuto trovare nella sinistra italiana il loro interlocutore politico ideale. La sinistra avrebbe potuto trovare in Italia una minoranza da tutelare e nello stato d’Israele il realizzarsi di un’idea di stato socialista nato dall’autodeterminazione: un’epopea di un popolo da affiancare alla grande narrativa dell’epopea proletaria. Invece fu un matrimonio che non s’ebbe da fare. Prevalse l’idea dello stato “imperialista” e il forte legame tra Israele e Stati Uniti, contrapposto a quello altrettanto forte tra arabi e blocco sovietico, ha fatto si che inevitabilmente il partito comunista italiano e i partiti che gli orbitavano attorno si schierassero oltre la cortina di ferro, appoggiando apertamente la causa palestinese. D’altro canto gli ebrei italiani, spiazzati da queste posizioni, non hanno mai abbracciato in massa e apertamente le idee della sinistra italiana e, orfani di un centro laico, nel segreto dell’urna, si sono turati il naso votando Democrazia Cristiana o si sono rifugiati in un agnosticismo politico fatto di partiti minori o schede bianche.

Con la seconda repubblica i rapporti tra ebrei e sinistra non sono migliorati, anzi. Se in precedenza Democrazia Cristiana e agnosticismo politico per gli ebrei italiani erano delle “scelte-non-scelte” in cui si votava una parte politica non apertamente filo araba (sebbene, anche lì non mancavano simpatizzanti della causa palestinese), con il bipolarismo e la discesa in campo di Berlusconi, gli ebrei hanno trovato nella Casa delle Libertà un partito di rilievo che sostenesse apertamente lo Stato d’Israele. Quanto serio e sincero fosse, questo tipo d’appoggio non è dato saperlo, certo è che il ventennio berlusconiano abbonda di photo-op che ritraggono leader italiani solerti nell’indossare la kippah, cene di gala dall’ambasciatore d’Israele in Italia e volti contriti allo Yad Vashem. A sinistra, d’altronde, la musica era sempre la stessa: nelle parentesi in cui il PD ha governato non sono mancate visite ai leader di Hamas ed espressioni di fredda equidistanza nei confronti d’Israele. Questo ha fatto in modo che, pur non ricevendo endorsement chiari dalle comunità ebraica e pur continuando la comunità ebraica a stigmatizzare alcune derive destrorse, emergessero alcuni blocchi compatti dell’opinione pubblica ebraica in favore di Forza Italia e PDL, in quanto partiti filo israeliani. Il PDL ha capito il giochino e ha somministrato con continuità alle comunità ebraiche la pania dell’appoggio a Israele senza perdere il consenso dell’elettorato di riferimento del centro-destra (che tiene alla questione mediorientale e alle questioni di principio molto meno che alla riduzione della pressione fiscale). Non ho sondaggi e statistiche alla mano e non so se ne siano stati compilati, ma per esperienza personale non è stato infrequente imbattermi in elettori ebrei del PDL che mi hanno confessato d’aver votato a destra per non votare una sinistra che loro ritenevano antisionista-antisemita.

Finita l’agonia berlusconiana e iniziata l’opera di risanamento del governo tecnico, gli elettori ebrei del PDL, come la maggior parte degli elettori del PDL, hanno fatto finta di niente. Disillusi dall’illusione liberista (e filoisraeliana) del PDL, si sono affrettati a criticare le derive di un governo alla frutta propiziando il risanamento tecnico. Sul piano della politica estera non dispiacque alle comunità e ai vari organi d’informazioni ebraici la scelta di un ministro degli esteri come Giulio Terzi, dichiaratamente filoamericano e filoisraeliano come il suo predecessore Frattini, ma con uno spessore e una caratura (e una padronanza dell’inglese) di gran lunga superiori (ha fatto l’ambasciatore a Washington e Tel-Aviv). Uno dei primi banchi di prova del nuovo “tecnico” è stata la recente operazione di Israele a Gaza (Pillar of Defense) su cui il ministro Terzi si è espresso benevolmente nei confronti di Israele dichiarando:

“La sicurezza di Israele e il suo diritto alla vita sono parte inscindibile della sicurezza dell’Italia e dei suoi valori esistenziali”.

Una dichiarazione che ha suscitato grande entusiasmo da parte delle comunità ebraiche. Lo stesso ministro, invece, è stato oggetto di aspre critiche da parte della stessa comunità ebraica per il voto positivo espresso dall’Italia sulla risoluzione ONU che ha elevato l’Autorità Palestinese al rango di stato osservatore non-membro (da quello precedente di ente osservatore). Molto si è detto e si è scritto sul senso e le conseguenze di questa decisione da parte delle Nazioni Unite, ma non può non esser chiaro come il riconoscimento sia più simbolico che concreto. Capisco a malapena l’arroccamento di Israele su una battaglia diplomatica persa in partenza e su una questione con irrilevanti conseguenze pratiche. Avrei capito ancora meno –anzi, non avrei affatto capito – l’interesse che un paese come l’Italia avrebbe ottenuto dichiarandosi contraria a questo riconoscimento (o astenendosi). In fondo l’Italia con questa votazione mantiene buoni rapporti con i paesi arabi senza fare grossi torti allo stato d’Israele. Da un punto di vista diplomatico, è stata una scelta ineccepibile per la quale tutto sommato non si è scesi a grossi compromessi rispetto alle posizioni filo israeliane espresse dal ministro Terzi in precedenza. Infatti il riconoscimento della Palestina come stato non-membro dell’Onu non ha nessuna implicazione sulla sovranità di Israele sui suoi territori e sui cosiddetti “territori occupati”. Nondimeno è stata forte la delusione degli ebrei italiani al riguardo, arrivando anche a stigmatizzare i commenti di una sinistra felice (forse troppo) per il voto dell’Italia all’Onu.

Oggi anche l’era dei tecnici si appresta a finire e nel discorso con cui il segretario del PDL Alfano ha di fatto sfiduciato il governo tecnico non poteva non rientrare la questione mediorientale:

“L’epilogo è stato il voto sbagliatissimo dell’Italia all’Onu sulla Palestina. Sempre per il cattivo condizionamento della sinistra a questo governo”.

Fortunatamente non ho ancora sentito commenti da parte degli ebrei italiani al riguardo, ma, finita l’esperienza del governo tecnico e ripresentandosi la scelta tra PDL e PD (M5S non lo consideriamo per semplificare e rimanere seri), non mi stupirei se qualcuno fosse mosso e attratto dalle parole di Alfano. A Sinistra, intanto, si è svolto il dibattito sulle primarie. Renzi ha ricevuto un vero e proprio endorsement da parte di molti nelle comunità ebraiche quando nel secondo dibattito, prima del ballottaggio, si è espresso così sulla questione mediorientale:

“Io sono per due popoli e due stati. Il problema è che in una parte della sinistra c’è il desiderio di attaccare il popolo di Israele, non quello di difendere il popolo palestinese. E va ricordato che Israele si trova in una situazione in cui intorno ha popoli che vogliono sterminarlo”.

L’appoggio di molti ebrei a Renzi è stato tardivo e piuttosto inutile dal momento che in molti si erano disinteressati alle primarie di un partito tradizionalmente “ostile” a Israele e non hanno potuto votare al ballottaggio secondo quanto previsto dalle controverse regole delle primarie.

Tutto questo denota, a mio parere, un forte e a volte eccessivo collegamento fra le scelte politiche dell’elettorato di religione ebraica in Italia e la linea in politica estera dei partiti scelti. E’ naturale che ci sia una sensibilità accentuata su tutto ciò che riguardi lo stato d’Israele (sui rapporti tra diaspora e Israele non si scriveranno mai abbastanza libri), ma un ebreo italiano che senta o voglia sentire l’appartenenza a uno stato, almeno quanto l’appartenenza a una cultura religiosa, dovrebbe pensare prima di tutto allo stato in cui vive, in cui prospera e votare facendo gli interessi dello stato che gli ha dato i natali e il diritto di voto. Non dico certo che agli ebrei italiani non sia dato sostenere con coscienza la causa di Israele, ma la politica estera in Medioriente non può diventare l’elemento decisivo per una scelta di voto in Italia. Sostenere a corrente alternata un ministro tecnico a seconda di ciò che dice su Israele o votare Berlusconi “perché è l’unico che sostiene Israele” nonostante le palesi inadeguatezze a governare un paese, rasenta il menefreghismo civico ed è un comportamento analogo a chi lo vota per farsi togliere l’ICI disinteressandosi di tutto il resto. Mi sarebbe piaciuto vedere da parte della comunità ebraica un sostegno puntuale a Renzi in quanto uomo del cambiamento e portatore di ideali di sinistra scevri dai retaggi di un’ideologia non attuale e fallimentare. Il sostegno invece è stato tardivo, inutile e motivato da una dichiarazione sul Medioriente buttata lì con non so quanta convinzione.

I sentimenti di antisemitismo in Francia a fine ‘800 culminati con il caso Dreyfus furono motivati e alimentati dal sospetto che gli ebrei non fossero interessati alla Francia. Li si accusava di essere gente senza radici, quando non traditori, con scarso attaccamento alla Repubblica che li aveva emancipati dopo la Rivoluzione. Non c’è niente di più sbagliato e, anzi, storicamente ed attualmente la maggior parte degli ebrei della diaspora ha fatto sempre molto per il paesi che li hanno ospitati e protetti perché non hanno mai dato per scontati i diritti civili ottenuti con una lunga storia di persecuzioni. Anche in Italia, anche ora, vedo negli ebrei italiani un coinvolgimento sempre attento ai temi dei diritti civili che ha arricchito e alimentato il dibattito. Ce ne sono anche che in Italia si sentono “ospiti” e che non vedono l’ora di emigrare in Israele, ma non è questo il punto. Sarebbe opportuno che anche su temi politici di politica interna, gli ebrei italiani contribuissero al confronto fornendo il loro punto di vista particolare sulla questione Mediorientale, ma riservando alla questione il giusto peso che dovrebbe avere per un paese come l’Italia. Mandare al governo un presidente del consiglio come Berlusconi e alla Farnesina un ministro degli esteri come Frattini motivando tale scelta unicamente con le loro idee filoisraeliane, non è civile e tra l’altro, visto lo scarso peso internazionale dell’Italia e la credibilità dei personaggi che si sceglierebbero, non fa neanche un servizio a Israele.

In altre parole e per condensare, gli ebrei che tengono a questo paese dovrebbero votare da italiani ebrei più che da ebrei italiani.

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I Qassam, i like e i tweet

Inserito da danybus | novembre 16, 2012

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Ci risiamo. Ciclicamente, quando la congiuntura socio-politica è più propizia, Hamas fa partire da Gaza un centinaio di razzi Qassam verso i vicini villaggi israeliani. La portata balistica è grossolana e le vittime non sono molte, ma i danni psicologici su una popolazione minacciata e su un paese sotto attacco sono così ingenti da non poter essere ignorati neanche dal più tenero degli eserciti. Israele fa partire quindi gli F16 per eliminare qualche esponente di Hamas e stanare le basi di lancio dei missili. Il potenziale bellico è violento e gli obiettivi vengono di solito centrati con efficacia, ma non senza danni collaterali. Seguono puntualmente un dibattito acceso sulla proporzionalità della risposta israeliana, nuovi lanci di Qassam e, a volte, attentati. Oggi – triste novità – è stato lanciato da Gaza un missile Fajr che ha raggiunto, senza colpirla, la più popolata Tel-Aviv gettando nel panico la popolazione che ha udito per la prima volta dagli ultimi 20 anni le sirene antimissile.

Si va avanti così in un circolo vizioso, alimentato anche da un’opinione pubblica internazionale molto polarizzata sulla questione, finché l’escalation non raggiunge livelli inaccettabili e le parti decidono di darsi una tregua. La parte araba finisce di solito col perdere molte vite umane; la parte israeliana finisce invece col perdere la tranquillità guadagnandosi l’ostracismo internazionale che spetta al vincitore più forte.

Ogni volta è sempre la stessa dinamica, ogni volta è sempre lo tesso valzer di argomentazioni dall’una e dall’altra parte, con i social network che sembrano diventati il nuovo fronte bellico parallelo di uno scontro in cui si arruolano i profili Facebook e Twitter di chi non combatte sul campo.

Ho già espresso in altra sede la mia opinione e per non essere ripetitivo e parziale eviterò di ribadirla. Mi preme qui cercare di mostrare il ridicolo delle argomentazioni e delle controargomentazioni che si fanno da una parte e dall’altra della striscia di Gaza, da questo o da quel profilo Facebook.

La folta schiera dei filopalestinesi (dei pacifinti o degli antisemiti, a seconda delle sfumature e della connotazione che volete dar loro) pubblica immagini di case distrutte, bambini in ospedale e tutta la raccapricciante scenografia bellica, puntando il dito sull’esercito di un paese sovrano che schiaccia una popolazione inerme. Si clicca “mi piace”, si lasciano commenti indignati senza neanche chiedersi la più logica delle domande: “ma perché Israele dovrebbe andare a bombardare una porzione di territorio che unilateralmente e spontaneamente ha deciso di lasciare ai palestinesi sette anni fa?” (A proposito, bella mossa!); “che interesse avrebbe ad inimicarsi l’opinione internazionale per colpire i leader di un territorio senza un esercito? Sono sadici e diplomaticamente masochisti questi israeliani?”
Le immagini pubblicate spesso e volentieri appartengono a un altro conflitto o a un altro momento. Ma che importa? L’importante è il messaggio che si vuole comunicare e la reazione emotiva che si vuole suscitare, non la prova documentale. E’ così che, ad esempio, la foto più condivisa di Twitter e Facebook è stata un abbraccio fra Obama e la moglie scattato quattro mesi fa in Iowa e fatto passare da molti per un abbraccio scambiato dopo la vittoria elettorale di Obama del 6 novembre. La foto era stata scattata di giorno, la vittoria si è venuta a sapere quando in America era notte fonda, ma l’importante è il messaggio emotivo e tutti si emozionano anche se quella foto non c’entra nulla. Si può dire lo stesso della foto del tredicenne spagnolo preso a manganellate a Tarragonna. Per le strade del centro di Roma imperversavano le solite scene di guerriglia urbana e inizialmente tutti hanno cominciato a condividere quella foto con il solito corredo di “mi piace” credendo che fosse opera della nostrana Celere. Paradossale è stato il caso recente una foto pubblicata da Hamas per mostrare i danni degli attacchi israeliani e che in realtà era stata scattata in Siria!

Dalla parte israeliana, i sionisti (israeliani, ebrei della diaspora o sionisti tout court) sentono la frustrazione di chi viene bacchettato per essersi difeso peccando di difesa “sproporzionata”. Comincia quindi la conta dei razzi Qassam sparati da Gaza e l’infantile ritornello ha-cominciato-prima-lui. Avendo perso un po’ di assertività assieme al sostegno incondizionato dell’amministrazione americana, Israele si preoccupa da qualche anno di giustificare le proprie azioni belliche con una campagna mediatica poco efficace se non presso quelle stesse persone che sono già convinte del diritto di difesa di Israele.
Due sono le controargomentazioni che la maggior parte dell’opinione pubblica oppone alle ragioni di Israele. 1) La sproporzione della risposta. I palestinesi non hanno un esercito e ti lanciano il corrispondente bellico di una pietra (i Qassam) e tu vai a bombardare Gaza con Apache e F16? Cosa? Gli obiettivi sono militari? Ma un militante di Hamas per me non è un terrorista, è uno che combatte per la libertà del proprio popolo. 2) Sei stato attaccato per primo? Non è vero? Sono gli israeliani che hanno occupato la loro terra. Il primo Qassam sparato da Gaza sarà sempre una legittima difesa più legittima dell’occupazione della loro terra.

La verità è che si usano le immagini e i conflitti contingenti per non chiedersi una domanda fondamentale. Israele ha diritto a stare lì? Se la risposta è affermativa, ha anche tutto il diritto di rispondere come vuole a un vicino che gli lancia razzi Qassam minacciando la sicurezza dei propri cittadini. Non c’è proporzionalità che tenga. Se non ha diritto ad esistere, invece, la popolazione palestinese ha tutto il diritto di resistere lanciando Qassam allo stato occupante difendendosi come meglio può dalla sua reazione sproporzionata. Bisogna partire da qui e tutto il balletto di immagini sui profili Facebook e Twitter aiuta solo la causa della superficialità e della polarizzazione dell’opinione pubblica internazionale.

Cari filopalestinesi, dimostrare la barbarie e l’illegittimità di Israele attraverso le sue reazioni di difesa agli attacchi palestinesi è un non sequitur tendenzioso e vigliacco. Sarebbe più semplice dire (e possibilmente argomentare): “non mi sta bene che esista uno stato di Israele”.

Cari filoisraeliani, se volete stare su quella terra, difendetela e difendetevi come potete, ma lasciate stare questa campagna mediatica indirizzata a chi ragiona con schemi logici che mettono in ridicolo e frustrano qualsiasi ragionamento che abbia come assunto di base il diritto di Israele di esistere.

Caro lettore e utente di Social Network, internet è un mezzo potentissimo, ma per informarsi e per informare serve qualcosa in più di un’immagine e 140 caratteri.

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