Soft lending
Inserito da danybus | luglio 27, 2010
E’ uscito il bollettino mensile della BCE sugli impieghi del sistema finanziario europeo. Le banche hanno ricominciato a concedere prestiti a imprese e famiglie oppure continuano a lesinare sul credito? Le imprese e le famiglie hanno ricominciato a chiedere prestiti alle banche oppure continuano ad essere poco fiduciose sul futuro evitando investimenti e debiti come la peste?
Ho preso i dati mensili degli ultimi sei anni individuando tre categorie principali: prestiti per credito al consumo, prestiti per acquisto di case e prestiti ad imprese industriali. Ecco i risultati:

Passato il primo semestre di quello che dovrebbe essere “l’anno dopo la crisi” abbiamo prestiti per il credito al consumo che continuano a calare con tassi persino superiori rispetto a quelli del 2009. In quell’anno probabilmente gli incentivi auto avevano sporcato il dato favorendo l’erogazione di credito all’acquisto, ma comunque il dato è lo specchio di una propensione al consumo ancora bassa che di certo non è stimolata dagli alti livelli dei tassi di disoccupazione. I prestiti alle imprese continuano a segnare tassi di crescita negativi anche se la fase di caduta libera cominciata nel secondo semestre del 2008 sembra essersi arrestata (attenzione, però, a non gioire troppo per le “derivate seconde”: anche la caduta degli impieghi sul credito al consumo sembrava essersi fermata nel 2009, invece poi…). I mutui per l’acquisto di case, invece, si distaccano marcatamente dal trend delle altre due voci salendo con un tasso annualizzato del 3,4% (il tasso più alto da ottobre 2008).
Conclusioni? Affrettatamente direi che le imprese continuano a non investire (o le banche continuano a non permetterglielo) e i consumi continuano ad essere depressi. Il livello straordinariamente basso del costo del denaro ha stimolato solamente l’acquisto di case: una buona notizia per chi è esposto sull’immobiliare, ma non per chi sperava in una rapida ripresa dell’occupazione e del sistema produttivo. Tutto negativo? Prima facie, sì. Però la crisi è cominciata con il calo dei prezzi delle case. La speranza è che si riparta proprio da lì.
No toy left behind
Inserito da danybus | luglio 20, 2010
Toy Story 3. Ci risiamo. Pixar sforna un ennesimo lungometraggio (riduttivo chiamarli semplicemente film d’animazione o, peggio, cartoni animati) che fa man bassa ai box office ricevendo tributi da grandi e piccini in tutto il mondo. Fin dal primo episodio di Toy Story (che poi ha segnato anche il debutto di Pixar sul grande schermo) ci si è prodigati ad elogiare le meraviglie dell’animazione computerizzata a suon di “wow” e “oh” davanti ad immagini sempre più definite, volti sempre più umani e paesaggi mozzafiato dipinti con i pennelli della grafica computerizzata. La chiave del successo di Pixar e dei suoi lungometraggi, però, non è nello straordinario livello tecnico con cui vengono realizzati i suoi film d’animazione ma sta tutta nelle sceneggiature originali su cui questi ultimi si basano.
Contrariamente alle classiche fiabe disneyane, le storie Pixar non sono più animate da intenti educativi e pedagogici; i soggetti non sono più i grandi classici fiabeschi di ispirazione gotico-romantica. Il pesciolino Nemo, il pupazzo Woody o il vedovo protagonista di UP: Pixar ha creato in questi anni una sfilza di personaggi geneticamente modificati per commuovere e scuotere gli animi di prole, adulti accompagnatori e adulti spontaneamente paganti. Toy Story 3 (oppure uno qualunque degli ultimi lungometraggi Pixar) non avrà i piani di lettura complessi di una fiaba di Collodi, non eserciterà sulle coscienze dei piccoli le potenti suggestioni di una favola dei Grimm, ma state certi che a un livello più o meno recondito della vostra psiche sussulterete, soffrirete insieme a personaggi del tutto ridicoli e vi verrà voglia di piangere cogliendo al volo la prima scena divertente per ridere fragorosamente e mascherare che la storia di un giocattolo parlante vi aveva fatto venire un groppo in gola.
Toy Story 3 ha raggiunto la perfezione nello sfruttare con maestria tecniche di manipolazione emotiva. C’è da dire che quando si va a vedere un cartone animato così colorato e dal titolo inoffensivo, ci si siede in poltrona abbassando il livello di guardia emotiva. E’ solo un cartone. Le ambientazioni, i disegni e il tipo di storia non vogliono minimamente avere riferimenti reali: gli umani sono disegnati in maniera volutamente grossolana e le ambientazioni sono così patinate e finte. E’ solo un cartone. E poi questi giocatoli che si muovono e parlano quando non sono visti dagli uomini, perché poi tornano ad essere inanimati pezzi di plastica se osservati dagli umani? C’è un codice di comportamento nel mondo dei giocatoli – una regola non scritta – che impone loro di non farsi sorprendere a “vivere”? E’ tutto così strampalato, ma è solo un cartone, per cui ti siedi, spegni l’interruttore del tutto senso critico e ti godi il film per non buttare i soldi del biglietto.
Toy Story 3 comincia subito con un tema fortissimo nella vita di ogni adulto: i 17 anni, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Per Andy è arrivato il momento di mettere i giocattoli negli scatoloni, andare al college e diventare un adulto. Tu sei lì che fai il tifo per i giocattoli e mentre pensi ai ricordi della tua infanzia e al momento “x” della tua via in cui l’hai messa simbolicamente in soffitta, rivivi tutte le contraddizioni di quel momento sperando che Andy porti con sé al college un pezzo della sua infanzia.
A questo punto il momento della scelta viene in qualche modo rimandato dall’evento forzoso e sfortunato dell’accidentale donazione dei giocattoli all’asilo Sunnyside, cui seguirà la rocambolesca fuga. La tranquilla ambientazione iniziale viene rimpiazzata da scene d’azione all’altezza della Grande Fuga o del Mission Impossible diretto da John Woo. Il tutto è alternato con momenti comici ed ironici (in parte ispirati alla collaudata formula di Shrek) in cui ci si scarica della tensione ridendo di gusto. E dopo tanti balzi sulla poltrona e tante risate, quando tutto sembra ricomporsi, si ritorna al tema iniziale della scelta e del passaggio all’età adulta. Ormai lo spettatore ha familiarizzato con i personaggi, ha vissuto con loro tutte le tensioni della grande fuga; non partecipa alla scelta di Andy in via analogica facendo paralleli con la propria infanzia perduta, ma vive quel momento quasi autenticamente essendo realmente affezionato a personaggi che l’hanno fatto ridere e sussultare per quasi due ore.
Il finale (che non racconto per non rovinarlo a chi ancora dovesse vedere il film) è un momento di autentica composizione e consapevolezza di tutte le contraddizioni iniziali. Si sciolgono tutti i dubbi e le tensioni in un epilogo parzialmente lieto e non completamente felice che fa venir voglia di piangere come un vitello. Però è solo un cartone animato e prima che scenda la lacrimuccia forse riesci a riattivare appena in tempo il tuo senso critico rendendoti conto che dietro quei 120 minuti di passione ci sono sceneggiatori bravissimi che hanno studiato a tavolino tutto questo per giocare con le tue emozioni dando un’anima a un eccellente lavoro frutto delle migliori tecniche di grafica computerizzata su piazza.
Alla fine si esce dalla sala provando sollievo nel constatare che per due ore siamo in grado di recuperare un pezzo d’infanzia dalla soffitta e ad emozionarci con qualche ninnolo.
Indefiniti deficit
Inserito da danybus | luglio 19, 2010
Qui sotto riporto uno di quei grafici che fa piangere di gioia Giulietto:

Sull’asse delle ordinate è rappresentato il posizionamento di alcuni paesi del G20 in base al loro saldo di bilancio primario cyclical-adjusted (strutturale). Più si è in alto, meglio è. E l’Italia, con un avanzo primario dell’1%, è posizionata molto più in alto rispetto a Germania, Francia, Stati Uniti e paesi “Pigs”.
Ma cos’è questo avanzo primario? E’ la differenza tra entrate e uscite prima del pagamento degli interessi sul debito. Se la differenza tra entrate e uscite è negativa ancor prima del pagamento degli interessi, si può star certi che il debito scenderà molto difficilmente.
E cosa significa esattamente “cyclical adjusted”? E’ una rettifica del deficit calcolata con tanti buoni propositi per far sì che si valuti la politica fiscale del governo senza tener conto del ciclo economico. Pessime manovre fiscali in tempi di vacche grasse potrebbero non destare allarmi perché le entrate sono gonfiate da un periodo di crescita eccezionale. Allo stesso modo, i frutti di una politica fiscale virtuosa potrebbero non essere immediatamente evidenti a causa di eccezionali programmi di stimolo all’economia per contrastare periodi di recessione. Ecco quindi che si è introdotta questa misura, sulla quale non sono mancate alcune perplessità:
In un paper della Banque de France, ad esempio, si dice:
Unfortunately, the estimation of the structural deficit is subject to wide margins of uncertainty. For example, evaluations of the French «structural» deficit for 1997 by international organizations range from
0.8% of GDP for the IMF to 1.7% for the OECD and 2.3% for the European Commission. Traditional methods cumulate uncertainties related to the evaluation of the size of the output gap (i.e. deviations of GDP from its potential level) and uncertainties related to the sensitivity of the budget balance to fluctuations in economic activity.[...] The so-called structural deficit is usually no more than a budget deficit corrected for the impact of the output gap. It provides a rough evaluation of the current fiscal stance but is a relatively poor indicator of the medium-term sustainability of fiscal policy.
A pagina 49 della Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica si riportano alcuni dati che rappresento qui sotto in una forma più chiare per capire come si arriva a un avanzo primario strutturale dell’1% rispetto a un deficit di bilancio di -5,3% nel 2010.

Sul saldo primario “strutturale” dell’Italia emergono due cose:
1) Una buona parte delle rettifiche in positivo sul deficit (il 2,3%) si basa su assunzioni e calcoli del tutto opinabili che hanno poco valore nel medio termine (come dice lo stesso paper della Banca di Francia). Davvero l’output gap in Italia nel 2009 è stato del 4,3% con effetti negativi straordinari per un 2,3% sul deficit? E se parte di questo “output gap” fosse diventato strutturale a causa della crisi? Il correttivo in negativo che tiene conto delle una tantum di cui ha beneficiato il bilancio del 2010 (0,6%) mi sembra invece un dato oggettivo e inopinabile. Quindi, a voler fare confronti su dati incontrovertibili senza aggiustamenti da alchimista, direi che l’Italia ha avuto un saldo primario negativo di -1,2% (punto). Poi ognuno legge il dato che vuole, tanto alla fin fine si arriva sempre a un deficit di 5,3% a fine 2009.
2) Gli interessi. Nel 2009 l’Italia ha speso il 4,7% del PIL per pagare gli interessi sul proprio debito (70 miliardi di euro, praticamente il doppio di quello che paghiamo ogni anno per il personale dipendente nella sanità che oggi è in sciopero). Nonostante i tassi siano scesi marcatamente, nei prossimi tre anni l’Italia spenderà una cifra pari al 5% del proprio PIL per far fronte agli interessi sul debito. E gli altri pagano così tanto?
Vediamo un po’:

Nel 2009 la malconcia Spagna (campione del mondo) ha pagato interessi pari all’1,9% del proprio PIL e la maggior parte dei paesi del grafico (molti dei quali hanno saldi primari peggiori dell’Italia) non arriveranno a pagare più del 3% nei prossimi anni. Praticamente, sempre che i tassi di interesse non salgano nei prossimi anni, rispetto alla maggior parte dei paesi UE sborseremo strutturalmente il 2% in più in termini di PIL per servire il pagamento degli interessi sul nostro debito.
Quindi – è vero – siamo bravi perché abbiamo un avanzo primario, ma è una virtù di necessità che non ci porta ad alcun beneficio finale e, anzi, ci impedisce di mettere in atto misure per stimolare la domanda.
Alla fin fine abbiamo pensioni più povere, un welfare state sgarrupato, una crescita anemica (il tasso di crescita potenziale è del 0,2% per ammissione stessa del MEF) e l’austerity che incombe per far sì che Giulietto possa bearsi di un bellissimo saldo primario positivo e pagare gli interessi.
Per carità, sempre meglio che un saldo primario negativo associato a interessi del 5% sul PIL, ma cerchiamo di non vantarci per quei grafici colorati.
La Cina non è cretina. L’Europa sì.
Inserito da danybus | luglio 17, 2010
Qualcuno avrà notato negli ultimi giorni l’intensificarsi dei commenti provenienti da Pechino sullo stato dell’Unione Monetaria Europea. Prima l’acquisto di 1 miliardo di bond spagnoli da parte del SAFE (l’autorità cinese che gestisce le riserve in valuta estera), poi le esternazioni del premier Wen Jiabao che, durante una visita di stato in Germania, ha commentato la politica di ripartizione delle riserve valutarie cinesi (tema sul quale la Cina tende ad essere misteriosa ed omertosa) dichiarando che nonostante le recenti turbolenze sui mercati del debito sovrano degli stati europei, la Cina continuerà ad investire sostanzialmente in titoli di stato europei.
Risultati. Grazie ai soldi e alle parole di Pechino, i rendimenti sul decennale spagnolo si sono assestati sotto quota 4,5% e le tensioni sui mercati del debito sovrano europeo si sono calmate. Il cambio Eur/Usd è risalito dai minimo di 1,18 fino a quota 1,30 (+10%) in un mese e mezzo.
Bene. Attenzione però. Il voto di fiducia cinese sembra avere ragioni opportunistiche. Dal momento che il valore del CNY (Remimbi-Yuan) è agganciato all’USD, il calo dell’Euro nei confronti dell’USD ha comportato un parallelo calo dell’Euro nei confronti del CNY e, di converso, una rivalutazione dello stesso nei confronti dell’Euro (15% da inizio anno).

Nel frattempo, cedendo (o facendo finta di cedere) alle pressioni dei propri partner commerciali, la Cina ha avviato una lentissima rivalutazione del CNY nei confronti dell’USD. Alla risonanza mediatica dell’annuncio, non è corrisposta un’ampiezza dei movimenti valutari. In due mesi lo Yuan non è sceso di neanche l’1% nei confronti del dollaro.

Riassumendo. Le nostre esportazioni verso gli Stati Uniti saranno meno competitive per il rafforzamento dell’Euro. Le importazioni cinesi in Europa riprenderanno ad essere competitive grazie alla svalutazione del CNY nei confronti dell’Euro (che è il risvolto della rivalutazione dell’Euro nei confronti dell’USD) e in Cina dovremo fare i conti con imprese americane che nel prossimo futuro beneficeranno di una svalutazione moderata e progressiva del CNY nei confronti dell’USD.
Si è letto che la miniripresa in Europa è stata trainata negli ultimi due trimestri dagli incentivi governativi, dall’export e da una politica monetaria accomodante. Il giro di boa del secondo semestre si presenta con costi del debito per imprese e famiglia (euribor) in netto rialzo, piani di austerity generalizzati (bye bye incentivi e buste paga rimpolpate per stimolare i consumi) e mercato dei cambi meno favorevole per l’export.
Preoccupa il fatto che gli stati europei sembrano avere politica monetaria e fiscale totalmente in balia degli eventi e di forze esterne. Speriamo che Wen Jiabao gestisca il tutto con equilibrio.
P.S. stupisce che, mentre negli Stati Uniti ci si lamenta della politica monetaria cinese (vista come sostegno improprio ai suoi esportatori), qui in Europa siamo tutti contenti se la Cina compra bond spagnoli e fa apprezzare l’Euro.
Seldon Crisis?
Inserito da danybus | luglio 4, 2010
Oggi ho finito di leggere il mio primo romanzo di Asimov: Foundation. E’ esattamente il tipo di fantascienza che mi aspettavo: povera di navi stellari, ma ricca di lungimiranti e acute analisi delle dinamiche socio-politiche che muovono l’umanità; spunti e bagliori di buon senso senza la pretesa di dispensare giudizi definitivi o trattati esaustivi.
La storia parte dalla prescienza dello “Psicostoriografo” Hari Seldon che prevede matematicamente l’inevitabile declino di Trantor e dell’Impero Galattico. Convince quindi le autorità a trasferire due comunità di scienziati ai margini della galassia così da preservare la scienza dal crollo dell’Impero e porre le basi da cui ripartire per superare velocemente il periodo d’imbarbarimento previsto. Da bravo psicostoriografo, Seldon riesce ad anticipare dei momenti nella storia della nuova fondazione, momenti in cui pressioni esterne e condizioni interne pongono la Fondazione di fronte a scelte che saranno cruciali per accelerare il corso degli eventi verso una certa direzione.
Scritte sessant’anni fa a New York e ambientate millenni più avanti, le parole con cui Seldon descrive il declino di Trantor potrebbero benissimo riferirsi all’Italia di oggi:

E’ la stampa bellezza…
Inserito da danybus | luglio 1, 2010
1. Negli Stati Uniti c’è questa commissione parlamentare chiamata “House Committee on Oversight and Government Reform” che ha come principale responsabilità – traduco letteralmente – “controllare tutto quello che fa il Governo” (”Our primary responsibility, however, is oversight of virtually everything government does”).

2. Questa commissione non ha un sito internet, ne ha due: uno dei membri repubblicani, uno dei membri democratici.
![]()
3. La commissione si è data un gran da fare per indagare sulle cause della crisi finanziaria e sulle modalità con cui il governo è intervenuto nei vari salvataggi. Il sito ufficiale, quello dei democratici, ha messo alla berlina CEO delle banche d’affari pubblicando su youtube video di imbarazzanti interrogatori.
4. Recentemente, la parte repubblicana della commissione ha ritenuto che, i democratici non avessero reso pubblico abbastanza materiale e così hanno buttato sul loro server qualcosa come 10 gigabyte di materiale grezzo di indagine (email, documenti aziendali, rapporti di consulenti, etc.). E’ tutto prelevabile da qui se avete spazio e tempo. Nessun usciere che passa sottobanco documenti selezionati a giornali selezionati. Nessun torbido materiale che soddisfa torbidi interessi. La materia prima è lì per tutti. La stampa, tutta, ci faccia quello che vuole.

5. Il New York Time ci si butta a pesce e non solo scopre diverse cose interessanti sulle modalità con cui è stata salvata AIG, ma fa anche in modo che la documentazione di indagine a supporto degli articoli sia resa leggibile, fruibile, condivisibile. (nessuno ha il tempo di scaricarsi gigabyte di pdf malamente leggibili dal sito della House Committee on Oversight and Government Reform). Posso ad esempio pescare la pagina 385 da un faldone di 823 pagine e mettere in evidenza alcuni pezzi commentandoli.

E’ la stampa bellezza…
… e tu te la sogni una stampa così.
(noi abbiamo Roberto D’Agostino, Ugo Pizzi e gli uscieri del tribunale).
Hola, ola, hola
Inserito da danybus | giugno 24, 2010
Ooh La La , ces espagnols…
La faccio breve. Telefonica è socio fifty-fifty con Portugal Telecom dell’operatore mobile brasiliano Vivo. Un operatore che va una bomba, un operatore che Telefonica vorrebbe possedere interamente, anche per implementare le dovute sinergie con altre attività detenute da Telefonica in Brasile che non vanno una bomba. I lusitani hanno quindi ricevuto da Telefonica un’offerta che non possono rifiutare: 6,5 miliardi di euro per il loro 50% in Vivo. Vista l’importanza dell’offerta (vale l’83% della capitalizzazione attuale di Portugal Telecom!), non sarà il CdA a pronunciarsi, ma l’assemblea degli azionisti di Portugal Telecom, dove Telefonica dispone del 10% dei voti (già, è anche il primo azionista di Portugual Telecom).
Regole di buona governance e di buon senso dicono che Telefonica è in conflitto di interesse sulla decisione e quindi non si dovrebbe tener conto del suo 10%. Cosa combina telefonica quindi? Vende la sua quota in Portugal Telecom scendendo sotto il 2% e svincolandosi dal conflitto di interessi. A chi l’ha venduta? Unidentified buyer. Ma certo.
Il FT.com commenta così:
The Spanish telecoms group is hoping the unidentified new owners of the Portugal Telecom shares will be able to vote in favour of its €6.5bn ($7.9bn) offer to buy the Portuguese company out of Vivo, Brazil’s largest mobile phone operator.
Ma certo. Telefonica dichiara:
“This was an effective sale of the 8 per cent stake and we have no rights on that stake,”
Come no. Ah dimenticavo:
The Spanish group added that it had entered into equity swaps with unidentified counterpartie
Un equity swap è uno strumento derivato con cui ci si espone al rischio finanziario legato al prezzo di un’azione senza possedere l’azione. Se faccio un equity swap su Fiat (nome a caso!) dovrò pagare alla mia controparte il ribasso sulle azioni Fiat, mentre riceverò dalla controparte i rialzi.
Magari viene il sospetto che Telefonica abbia venduto a una banca d’affari (Morgan Stanley? Nome a caso) la sua quota in Portugal Telecom accordandosi per far votare la banca in favore dell’offerta su Vivo. La banca non rischia nulla sulla quota acquisita perché probabilmente quella “unidentified counterpartie” con cui Telefonica ha siglato un equity swap è lo stesso “unidentified buyer”.
Neanche gli Agnelli con Ifil-Exor hanno fatto un’operazione così sputtanata. E’ consolante sapere che Telefonica è il primo socio di Telecom Italia. Sono sicuro che, quando avrà conquistato Vivo con queste pratiche da azzecca-derivati, si comporterà in maniera rigorosa nel gestire i conflitti di interessi con Tim Brasil.
L’asilo europeo
Inserito da danybus | giugno 18, 2010
I summit di Bruxelles somigliano sempre più all’ora di ricreazione di un asilo di ventisette scalmanati.
L’Unione Europea deve (dovrebbe) affrontare urgentemente diversi problemi che ne stanno minando il fondamento stesso: i gap di competitività tra paesi del nord e paesi mediterranei; i deficit delle finanze pubbliche; la crescita stagnante; la debolezza del sistema finanziario; gli squilibri tra flussi di capitale.
Il gran fermento di riunioni tra ministri dovrebbe essere indirizzato alla stesura di nuove regole e nuovi meccanismi che diano un nuovo slancio all’Unione (si parlava di un accelerazione del processo di integrazione fiscale e governance economico-politica), invece l’interesse dei diversi governi sembra quello di far emergere i problemi degli altri, anziché risolvere quelli comuni.
La Germania vuole rigore sui conti pubblici (suo punto di forza)? Ecco che l’Italia insiste per regole che tengano anche conto del debito privato con l’unico scopo di far vedere quanto gli altri siano messi peggio. Quanto a debito privato la Spagna è messa malissimo, ma dispone di un sistema bancario in grado di resistere meglio alla recessione, grazie agli accantonamenti anticiclici che le regole della banca centrale spagnola hanno imposto alle banche iberiche durante i periodi di vacche grasse. Ecco quindi che la Spagna insiste perché l’Unione Europea pubblichi i risultati dei cosiddetti “stress test” sulle banche europee, così da mostrare quanto siano messe male le banche regionali tedesche e le banche italiane esposte molto sulle PMI in difficoltà. A Londra si scambiano grossi quantitativi di CDS che segnalano al mercato le aspettative degli operatori sulla sostenibilità del debito emesso da pesi e aziende? La Francia allora, che è il paese più esposto al debito dei paesi cosiddetti periferici, vorrebbe delle regole che limitino e supervisionino il trading di questi strumenti danneggiando Londra e le sue banche, che dal trading di quegli strumenti guadagna non poco in commissioni di intermediazione.
In tutto ciò, dai ministri dell’Unione non si è spesa neanche una parola su come risolvere il problema più grande dell’Unione Europea: stimolare la crescita in modo omogeneo tra i suoi ventisette scalmanati.
Ma in Ispagna son già 226 bps.
Inserito da danybus | giugno 17, 2010

226 basis point, cioè 2,26 punti percentuali, cioè 2,26%. E’ lo spread Bonos-Bund. E’ ciò che la Spagna oggi ha dovuto pagare in più in termini di interessi, rispetto alla Germania, per farsi prestare tre miliardi di euro dai mercati finanziari emettendo Bonos con scadenza decennale. E’ curioso che i mercati fossero in apprensione il giorno prima perché gli spread dei titoli già emessi avevano superato quota 220 bps., mentre oggi che tale spread viene cristallizzato nel rendimento di una nuova emissione si gioisce euforicamente per il successo. Evidentemente era grande la paura era che la Spagna non riuscisse neanche a rifinanziare il debito esistente, invece l’asta di oggi ha provato che Elena Salgado è ancora in grado di convincere gli investitori: la domanda per i Bonos decennali di nuova emissione è stata di € 5,64 miliardi, 1,88 volte il quantitativo in offerta (il cosiddetto bid-to-cover). Bueno.
Aspetta un secondo. L’ho già sentita una storia del genere. Ma sì, era la fine di gennaio, mi pare. C’era un paese europeo dell’area mediterranea che era sotto gli occhi di tutti. Pagava alti spread rispetto ai titoli tedeschi (381 bps. in più) ma quel giorno i mercati festeggiarono lo scampato pericolo perché quel paese era riuscito ad emettere titoli di stato per € 8 miliardi e la domanda fu per 4 volte superiore rispetto all’offerta. Nessun problema di rifinanziamento, insomma.
Bueno.
Il velo, il bavaglio e Pomigliano
Inserito da danybus | giugno 17, 2010

Cosa hanno in comune il disegno di legge sulle intercettazioni, la legge francese sul velo e l’accordo sindacale per lo stabilimento Fiat di Pomigliano?
Sono tutti casi di abuso del diritto risolti con soluzioni che per risolvere l’abuso hanno mortificato il diritto.
Prendi il disegno di legge sulle intercettazioni. Senza entrare nei tecnicismi del testo normativo approvato dal Senato, senza entrare nel merito della discussione, una norma che vieta alla stampa la pubblicazione di un certo atto giudiziario, prevedendo il carcere per i contravventori, stride palesemente con qualunque buon senso democratico. La libertà di stampa è un diritto talmente sacro in democrazia che trova un limite solo ex post, solo quando sconfina nel venticello della calunnia. Solo ex post. Il divieto di pubblicazione preventivo può essere giustificato anche dalle motivazione più giuste (e chi si scoccia quando Google utilizza un cookie, per mostrare un’inserzione che possa venire incontro ai suoi gusti, dovrebbe parimenti preoccuparsi per l’attentato alla privacy che viene da un utilizzo incontrollato delle intercettazioni), ma risulterà sempre incompatibile con uno stato democratico. Eppure, è un dato di fatto che la magistratura e la stampa hanno sistematicamente abusato dei propri diritti. La prima facendo un ricorso indisciplinato alle intercettazioni, le cui registrazioni non sono mai state efficacemente protette dal segreto istruttorio compromettendo la privacy non solo degli indagati, ma anche di chiunque si fosse messo in contatto con loro. I giornali, poi, non hanno saputo operare come filtro responsabile, non sono stati in grado di separare la notizia dal gossip e hanno pubblicato atti coperti da segreto istruttorio nella loro integralità. Il compito di una stampa responsabile è informare, non fare il copia e incolla di testi ottenuti per vie traverse e sospette (per quello c’è già Wikileaks). E cosi ci ritroviamo ora con una legge che per riparare a questi abusi della libertà di stampa, la mortifica imbavagliandola preventivamente in determinate circostanze. E’ giusto che io me ne lamenti, è giusto che lo facciate voi, ma il piagnisteo e i post-it di quotidiani e magistrati mi sembrano fuori luogo dal momento che magistratura e stampa non hanno saputo gestire responsabilmente le loro rispettive funzioni, fornendo al governo una motivazione sufficientemente forte per intervenire.
La libertà di vestirci come ci pare non è sancita dalla costituzione, ma lo è la libertà di culto. Il buon senso ci dice poi che fra i diritti della persona ci sia senz’altro quello di poter indossare liberamente un certo tipo d’abbigliamento. Eppure in Francia si discute sempre più di una legge che vieti di portare il velo (e altri segni religiosi cosiddetti ostensibili) in pubblico. E’ già vietato portarli agli allievi nelle scuole. Verrebbe da lamentarsi di un estremismo laico che soffoca il culto religioso. Perché una donna musulmana credente e praticante non dovrebbe portare il velo in pubblico? Perché un ragazzo ebreo a scuola dovrebbe togliere la Kippah e nascondere la stella di David sotto la camicia? Il problema è che, in una civiltà laica e multiculturale come quella francese, il segno di appartenenza religiosa è spesso scintilla di conflitti fra gruppi etnici e religiosi che non sanno convivere pacificamente. Sono sorti più d’una volta dubbi sulla condizione delle ragazze francesi. In alcune famiglie la libertà di culto diventa l’alibi per imporre l’obbligo di culto alle donne che, pur vivendo in una società laica come quella francese hanno poche occasioni di assimilarsi e fare una scelta di culto personale, anche perché obbligate dalla famiglie a presentarsi in società con evidenti segni religiosi.
Sembra dunque che l’unico modo per far convivere in società persone con culti diversi sia mortificare i segni d’espressione di quel culto in pubblico. Sembra che l’unico modo per permettere alle ragazze d’essere libere di non indossare il velo sia vietar loro d’indossarlo. Ancora una volta la mortificazione del diritto è la soluzione con cui si risolve l’abuso di un diritto.
A Pomigliano succede qualcosa di simile. Fiat vorrebbe investire 700 milioni di euro nello stabilimento campano e imbarcarsi in una localizzazione della propria produzione: localizzazione, non delocalizzazione. Per farlo chiede ai sindacati molte concessioni su scioperi, permessi elettorali, malattie e straordinari. In alcuni casi Fiat potrà non retribuire assenze per malattie palesemente in frode e potrà sanzionare scioperi selvaggi. Alcuni hanno gridato all’incostituzionalità dell’accordo. In realtà l’art. 40 della costituzione si limita a dire che “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Fatto sta che un’azienda che chieda al sindacato di rinunciare a diritti sacri come lo sciopero e i permessi per malattia sembra quasi voler tornare ai tempi delle fabbriche dickensiane. Eppure quegli stessi diritti su cui i sindacati oggi ergono barricate sono stati spesso abusati dai lavoratori: a Pomigliano, grazie a medici compiacenti e a sindacalisti in cerca di consensi, la produzione è stata ripetutamente interrotta per epidemia di massa o scioperi strumentali. E’ serio un sindacato che proprio in un momento come questo fa uno sciopero dalle 20:00 alle 22:00 “contro la mancata concessione di andare a vedere la partita dell’Italia“? Cosa dovrebbe fare Fiat? Investire 700 milioni di euro su Pomigliano, spostare la produzione da uno stabilimento già a regime come Tychy e poi dare una pacca sulle spalle ad Epifani chiedendogli, per favore, di non fare troppi scioperi? Nel momento in cui i lavoratori abusano dei loro diritti facendosi fare certificati medici falsi (e sulla deontologia di chi firma questi certificati ci sarebbe da scrivere un altro post) il diritto all’assenza per malattia retribuita diventa una vulnerabilità che Fiat può gestire solamente mortificando quel diritto e stabilendo che le assenze per malattie non si pagano sempre e comunque.
Purtroppo sono sempre più frequenti casi di questo tipo ed è allarmante quando la democrazia è minacciata non da aspiranti despoti, ma dai cittadini stessi che ne sviliscono i valori.

