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Salvate il salvabanche

Inserito da danybus | dicembre 10, 2015

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Quando in Italia avviene un dissesto finanziario (i bond argentini, Cirio, Parmalat, etc.), il medesimo miscuglio di ignoranza e disinformazione che ha appena colpito i piccoli risparmiatori continua ad invischiare ed inquinare il dibattito che ne segue su cause, conseguenze e soluzioni. Non è un caso, infatti, se dagli errori del passato risparmiatori e regolatori non abbiano imparato nulla, permettendo il ripetersi di stragi del risparmio.

Oggi è la volta delle obbligazioni subordinate e delle azioni bancarie. Un gruppetto di banche locali gestito malissimo (Carife, Carichieti, Banca Marche, Banca Etruria) si è trovato in una fase di dissesto. Per evitare che saltassero per aria lasciando in mutande tutti i loro correntisti e i loro dipendenti, il governo ha favorito un intervento di sistema che salvaguardasse la continuità aziendale di queste banche sacrificando gli azionisti delle banche (cioè i proprietari della banche) e chi aveva sottoscritto le loro obbligazioni più rischiose (cosiddette subordinate).

Con un grosso errore di comunicazione, il decreto che ha consentito questo intervento è stato chiamato il “Salvabanche” e lo shame telling che ne è seguito suona più o meno così: il governo salva le banche e lascia in mutande i risparmiatori.

Non è proprio così.

Il realtà il governo ha salvato: tutti i correntisti delle banche; tutti i dipendenti delle banche; tutti i sottoscrittori di certificati di deposito; tutti i sottoscrittori di obbligazioni bancarie senior. Le regole europee sul cosiddetto “bail in” che entreranno in vigore fra poco, avrebbero addirittura previsto di sacrificare i correntisti con depositi superiori a 100 mila euro, ma il governo è riuscito ad evitarne la piena applicazione. Per salvare questa enorme platea di persone, sono stati sacrificati i proprietari delle banche (cioè gli azionisti) e coloro che avevano sottoscritto obbligazioni subordinate che rendevano il 5-6% (2-3 punti percentuali in più di quello che si poteva ottenere sottoscrivendo obbligazione normali; 4-5 punti percentuali in più di quello che si poteva ottenere sottoscrivendo titoli di stato o certificati di deposito).

Mi sembra normale che a pagare per un dissesto bancario siano i proprietari delle banche e coloro che aveva speculato su queste banche prestando loro denaro a tassi molto superiori al mercato. Da questo punto di vista l’intervento del governo è stato ineccepibile ed ha avuto il merito di salvare tutti i correntisti, cosa che con la piena applicazione delle regole europee non sarebbe stata possibile, decimando i conti correnti sopra i 100 mila euro, come successo a Cipro.

A questo punto entrano in scena le cronache locali di poveri risparmiatori che avevano sottoscritto azioni ed obbligazioni della banca perché gliele aveva consigliate lo sportellista o come prerequisito per potere accedere ad un mutuo a condizioni vantaggiose. L’opinione comune è che il governo abbia sbagliato ad assimilare questo tipo di risparmiatori ai proprietari delle banche e agli speculatori. Io mi chiedo però se sia giusto salvare e mettere sullo stesso piano il risparmiatore che – per ingenuità ed ignoranza – ha avuto accesso a mutui vantaggiosi e rendimenti sopra la media e il risparmiatori che si accontentava dell’1% del conto deposito. Da questo punto di vista, l’intervento del governo è stato ineccepibile e chi ha sottoscritto azioni ed obbligazioni subordinate deve prendersela in primo luogo con la propria ignoranza e poi con un sistema di controlli che per l’ennesima volta ha fallito consentendo alle banche di vendere titoli rischiosi a risparmiatori prudenti. Ci sono procedure come la MiFID che dovrebbero evitare pratiche di questo tipo, ma evidentemente si è trattato di norme che non hanno cambiato nulla nella sostanza aggiungendo solo complicazioni burocratiche al processo di collocamento e negoziazione dei titoli.

Il cosiddetto Salvabanche del governo ha consentito di limitare i danni, non di salvare banche insalvabili. In tutto questo marasma generale, mi sembra assurdo che si sia puntato l’indice contro il governo, senza spendere nemmeno una parolina su Banca d’Italia e BCE. Mi sembra assurdo che si auspichi un salvataggio degli azionisti di banche gestite male, senza richiedere che invece sia sacrificata anche tutta la dirigenza che ha portato quelle banche al dissesto.

Intanto mentre ci appassioniamo a storie strazianti di provincia, le obbligazioni subordinate delle banche più fragili (MPS, popolari, etc.) oggi devono pagare rendimenti che del 9-10%, conto il 5-6% che pagavano prima del cosiddetto Salvabanche (altro che Salvabanche!).

Si prevede un 2016 di fuoco per il sistema bancario italiano…

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Imitare i Bitcoin?

Inserito da danybus | novembre 9, 2015

shutterstock_176103800-e1439242975243Bitcoin, dove eravamo rimasti? Due anni fa avevo scritto un bel post di quelli lunghi in cui spiegavo bene i Bitcoin e il meccanismo su cui si basa il sistema. A due anni di distanza, dopo il fallimento di Mt Gox, uno dei mercati in cui i dollari sonanti venivano scambiati con Bitcoin (e viceversa) e lo spettacolare dimezzamento del valore dei Bitcoin da 800 dollari a 200 dollari che ne seguì, attorno alla criptovaluta più utilizzata del mondo si è sviluppato un florido ecosistema di startup finanziarie che offrono servizi di custodia, cambio e gestione di Bitcoin. La scorsa settimana poi, grazie a un articolo dell’Economist che all’argomento ha dedicato la sua copertina della scorsa settimana, il tema è tornato alla ribalta delle cronache.

Se due anni fa tutti si concentravano sull’appeal speculativo del Bitcoin (il cui valore era in perenne ascesa), sulle sue proprietà messianiche di valuta anarchica e sulla sua capacità di favorire transazione anonime e rapide (nonché losche) al riparo da qualsiasi controllore, oggi c’è una grande attenzione sul funzionamento tecnico del Bitcoin e sul meccanismo che consente di effettuare transazioni in maniera anonima e sicura senza il bisogno di un’autorità centrale garante. Grazie al sistema Bitcoin posso spostare un milione di dollari in Bitcoin in maniera istantanea, avere la certezza che quella transazione vada a buon fine e non pagare neanche un centesimo di commissioni: niente male rispetto al bonifico di una banca. Il controllo delle transazioni viene effettuato in maniera impeccabile e rapida attraverso una sorta di meccanismo cooperativo (peer-to-peer) chiamato Blockchain. Il sistema Bitcoin non è altro che un enorme database distribuito su una rete peer to peer in cui ad ogni utente (anonimo) è associato un certo numero di Bitcoin. Una transazione non è altro che una modifica autorizzata e certificata su questo database, mentre il sistema Blockchain è il meccanismo attraverso il quale viene garantita l’integrità e l’affidabilità del database grazie a un complesso meccanismo di calcoli crittografici eseguito contemporaneamente da tutti i computer che partecipano alle transazioni. I computer più veloci che partecipano a questi calcoli vengono remunerati dal sistema attribuendogli dei Bitcoin di nuova emissione: questo meccanismo incentiva la partecipazione massiva al sistema.

Ci si è subito sbizzarriti pensando a tanti ambiti della vita quotidiana in cui un’autorità centrale fa da garante delle transazioni richiedendo una commissione per il suo lavoro: il notaio, il registro degli immobili, il registro delle imprese, l’anagrafe, il PRA. Sono tutti sistemi che, con costi più o meno elevati e diversi grandi di efficienza, garantiscono la certezza e l’integrità di database da cui dipendono miliardi di euro.

Immaginiamo cosa succederebbe se il registro degli immobili italiano fosse gestito con un sistema simile. Avremmo tante particelle immobiliari (terreni, fabbricati, etc.) ognuna associata a persone fisiche o giuridiche. Contrariamente al Bitcoin, le persone fisiche dovrebbero essere visibili in chiaro. Nel sistema Bitcoin l’anonimato delle transazioni serve a rendere il sistema simile all’utilizzo del contante, nel caso di un registro immobiliare ho bisogno che ad ogni chiave pubblica sia associato un nome e cognome. Anziché esserci un sistema informatico centrale (o peggio un archivio cartaceo), questo sistema sarebbe distribuito peer-to-peer attraverso internet con un notevole risparmio di costi. Fin qui, niente di difficile.

Diciamo che voglio vendere il mio appartamento al Colosseo a Scajola. Sul database distribuito quella particella immobiliare sarà associata alla mia chiave pubblica e per modificare il database dovrò semplicemente chiedere, inserendo la mia chiave privata, che quella particella venga associata alla chiave pubblica di Scajola. A differenza dei Bitcoin, non è che un immobile può passare di mano con la velocità e facilità con cui passa di mano una banconota da 500 euro. Ci sarebbero orde di borseggiatori che, puntandomi una pistola alla tempia, mi richiederebbero di inserire la mia chiave privata per trasferire sulla loro chiave pubblica il mio appartamento al Colosseo. Oppure, potrebbe esserci il caso che Scajola si ritrovi intestato a lui un appartamento donato da me senza venirne a conoscenza.

Chiamiamolo notaio, chiamiamolo avvocato o certificatore: anche se il registro degli immobili lo faccio circolare attraverso una tecnologia simile al Bitcoin, le transazioni dovrebbero essere validate da una figura terza che chiederebbe una commissione in cambio del suo lavoro. Nel sistema Bitcoin, ci sono tanti computer che effettuano calcoli complicatissimi per garantire l’integrità del database e che in cambio ricevono Bitcoin di nuova emissione per il loro lavoro (questi computer vengono chiamati “miner”). Nel caso di un registro immobiliare così strutturato, il ruolo dei miner verrebbe svolto da una rete di notai remunerati con una commissione.
Un sistema del genere potrebbe forse essere più efficiente e meno costoso rispetto a quello attuale con cui viene regolato il registro immobiliare, tuttavia perderebbe molte delle caratteristiche del sistema Bitcoin originale e sarebbe comunque controllato da una cerchia ristretta di persone perdendo quelle caratteristiche di database distribuito peer-to-peer. Probabilmente sarebbe più facile e rapido da consultare, ma sarebbe esposto a diverse falle di sicurezza che ne comprometterebbero l’integrità: cosa succederebbe se qualcuno si impadronisse delle chiavi di accesso con cui i notai possono modificare il registro? Il sistema Bitcoin è sicuro perché nessuno riesce ad avere la potenza di calcolo necessaria per compromettere il database, dal momento che questo viene mantenuto da un numero elevatissimo di computer che eseguono contemporaneamente calcoli complessi. Nel momento in cui introduco una cerchia ristretta di utenti a cui è affidata la manutenzione del database sto compromettendo l’integrità del database stesso. Allora, tanto vale tornare al sistema classico basato su un database centrale gestito privatamente, più costoso, più lento ma più sicuro.

La tecnologia Bitcoin è stata concepita per riprodurre alla perfezione il meccanismo di circolazione e gestione del contante. Applicato ad altri tipi di transazioni in cui c’è bisogno di un controllo maggiore e di minore velocità delle transazione, il Bitcoin diventa meno efficiente e meno sicuro. Si può imitare il meccanismo Blockchain implementandolo ad esempio all’interno di un mercato ristretto in cui vengono scambiate azioni e obbligazioni, ma il risultato sarà sempre un sistema meno sicuro del Bitcoin dal momento che alla rete parteciperà un numero limitato di computer.

In breve, il sistema alla base del Bitcoin è affascinante e ingegnoso, ma copiarlo e scimmiottarlo per usi diversi da quello per cui è stato concepito secondo me può creare solo al meglio risultati mediocri, al peggio dei disastri.

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It’s Netflix Time

Inserito da danybus | novembre 6, 2015

Rispetto ad altri servizi di streaming come Infinity (Mediaset) o Sky Online, Netflix è arrivato in Italia con un ritardo di due anni. Per non parlare degli altri servizi di streaming in modalità pay per view come iTunes, Chilli e Google Play. Eppure, il lancio italiano di Netflix è stato accompagnato da tanti wow e aspettative, nonostante si tratti di una tecnologia e un tipo d’offerta relativamente vecchie.

Cosa ci sarà di tanto speciale in Netflix, dunque?

C’è che Netflix nasce come un servizio all you can eat svincolato dai canali televisivi. Ha strutturato fin dall’inizio la sua piattaforma e i suoi contenuti per giocare d’attacco e cambiare le modalità con cui vediamo contenuti televisivi. Ce l’ha nel suo DNA. Infinity e Sky Online, invece, nascono per giocare di rimessa. Sono stati da sempre concepiti come servizi per raccattare gli abbonati più restii a dotarsi di decoder e parabola, il pubblico più nerd, sperimentando in vista di inevitabili cambiamenti tecnologici (la banda larga in Italia? Vade retro!).

Sky e Mediaset hanno nel loro DNA un modello di business in cui si acquistano contenuti televisivi in esclusiva per poi trasmetterli in un pacchetto di canali in modalità “push” (ti spingo i contenuti che voglio). L’atout della loro offerta è l’esclusività di contenuti (il film in prima visione, la partita di calcio, etc.) e, secondariamente la piattaforma su cui mando quei contenuti. L’unità di pensiero e di misura è il canale televisivo.

Netflix, invece, sin dai tempi in cui era un servizio che ti spediva dvd a noleggio via posta tradizionale, ha sempre fatto della piattaforma in modalità “pull” (tu ti prendi i contenuti che vuoi) il suo punto forte. Ha un algoritmo fantastico che in base alle tue abitudini e al tuo profilo personale è in grado di suggerirti i contenuti giusti da vedere. Ha una tecnologia versatile che consente di farti vedere streaming in HD sul tablet, sul telefonino e di trasferirlo senza intoppi sul tuo televisore di casa. E’ totalmente svincolato dalla logica settoriale di canali e generi: su Netflix un documentario viene proposto con la stessa enfasi di serie tv e film. La versione italiana di Netflix ha ancora pochi contenuti rispetto a quelli di Sky, ma mi è capitato di ascoltare più di una persona dirmi: “ho visto un documentario fighissimo su Netflix”. Probabilmente, lo stesso documentario inserito all’interno del catalogo rigorosamente diviso per generi di Infinity Tv o Sky On Demand sarebbe passato del tutto inosservato. Possiamo dire che Netflix è molto brava a valorizzare quel poco che ha, figuriamoci se avesse tanto.

Un palinsesto è molto comodo perché mi scomoda dall’incombenza di scegliere fra 5000 film. C’è qualcuno che sceglie per me che film vedere stasera. Può essere fastidioso, ma l’imbarazzo della scelta a volte può esserlo ancora di più. Per ovviare, le piattaforme televisive hanno semplicemente moltiplicato il numero di “qualcuno che sceglie per me” moltiplicando i canali. Il giusto mezzo sta nella possibilità di scegliere, ma di scegliere in maniera guidata, senza essere abbandonato a me stesso. In questo la piattaforma di Netflix è molto avanti ed è qualcosa di diverso da qualsiasi altro servizio di streaming in Italia perché sfrutta pienamente le informazioni che può acquisire ogni volta che interagiamo con la piattaforma. Il problema di una piattaforma con contenuti bellissimi ed esclusivi come Sky, è che chi sviluppa i contenuti editoriali di National Geographic non si parla con la redazione di Sky Cinema o di Discovery Channel. Il mio decoder Sky, ormai collegato a Internet da 3 anni, potrebbe sapere vita, morte e miracoli sulle mie abitudini televisive, eppure quando vado su Sky On Demand, trovo tanti contenuti alla rinfusa ordinati per generi e canali. Tanta è la cura con cui Sky impacchetta i canali, quanta è la sciatteria con cui ha sviluppato Sky On Demand e Sky Online.

Riflettendoci, perché Sky dovrebbe offrire per 9 euro al mese tutti i suoi contenuti all’interno di una piattaforma migliore della combinazione satellite/decoder, quando ha quasi 5 milioni di abbonati che per il pacchetto base pagano 20 euro? Non è un caso che chi si abbona all’offerta di Sky Online a 9 euro mensili non abbia la possibilità di trasmettere direttamente i contenuti per cui paga a un televisore se non acquistando un “tv box”. E’ il classico problema di cannibalizzazione. Sky non investe molto sul servizio Sky Online, non lo cura particolarmente, perché altrimenti andrà ad intaccare l’offerta su cui guadagna di più. Il problema è che quando la tua piattaforma è “cannibalizzabile” da una a più basso costo e con migliori prestazioni grazie a una nuova tecnologia, se non la cannibalizzi tu, lo farà qualcun altro.

Questo è esattamente quello che sta facendo Netflix con la pay tv e i canali gratuiti (in Italia, come nel resto del mondo). Netflix, fondata nel 1997 come videonoleggio via posta, ha una capitalizzazione di 45 miliardi, contro i 30 miliardi di DISH (una società di pay tv via satellite americana fondata negli anni ’80), i 25 miliardi di Bskyb (casa madre di Sky) e i 5 miliardi di Mediaset. I mercati finanziari hanno le idee piuttosto chiare su dove si sposteranno i profitti di chi vende contenuti video.

Nella catena del valore dell’entertainment, Netflix sta rivoluzionando la distribuzione, ma fa ancora fatica a imporre le sue logiche alla produzione, tanto che ha deciso di investire pesantemente nella produzione di contenuti propri. Il mondo delle produzioni cinematografiche e televisive è ancora governato da logiche di 30 anni fa: produzione organizzata di grandi studios, esclusive, finestre di distribuzione, etc. E’ un mondo che tutto sommato non è stato divorato da internet come lo è stato il mondo della musica. Nel settore musicale le case discografiche si sono letteralmente calate le braghe e, a parte qualche rara eccezione (Beatles, Battisti, etc.) sui servizi di streaming c’è tutto il catalogo senza esclusiva perché fondamentalmente la musica è diventata una commodity. Il valore sta nel modo di distribuire la musica. Sta nelle radio che compongono playlist basate sui miei gusti; su piattaforme di condivisione che mi consentono di scoprire nuova musica; sull’applicativo di Spotify che mi fa la playlist per correre in base al ritmo dei miei passi percepito attraverso l’accelerometro dell’iPhone.

Nel mondo della musica, non esiste una situazione in cui i contenuti di EMI li trovo su Apple Music, mentre quelli di Universal su Spotify. Tutto è su tutto e la partita si gioca su altri fronti remunerando chi produce in base all’effettivo utilizzo da parte dell’utente (sulla quota di questa remunerazione, discografici, artisti e servizi di streaming stanno ancora negoziando molto). Immagino che in futuro, la casa discografica non avrà ragione d’essere dal momento che tutta la parte di distribuzione, promozione e impacchettamento del contenuto verrà fatta in maniera molto più efficiente online da servizi come Spotify che, un giorno, alla fine forse potrà remunerare maggiormente l’artista bypassando la casa discografica.

Per quanto riguarda la produzione di film, gli studios e i canali televisivi hanno ancora il loro modo di fare business integrando molto produzione e distribuzione. Gomorra e Romanzo Criminale li finanzia e Sky li vuole in esclusiva per sé, distribuendoli al limite su altri canali in finestre di distribuzione successive. Netflix si è adattata al gioco producendo serie in esclusiva e distribuendole in esclusiva per sé, ma il vero modello a cui Netflix sta mirando è quello di Spotify in cui tutto sarà disponibile su tutto e le piattaforme di distribuzione verranno scelte non in base ai contenuti, ma in base a quanto funzionano bene le piattaforme stesse. E in questo mondo, Netflix è avanti di qualche decennio visto che da quando è nato, non potendo contare su contenuti esclusive, ha investito sul modo di distribuire vecchi contenuti. E’ chiaro come Sky e Mediaset faranno di tutto per entrare nella partita della banda larga controllandone (rallentandone) lo sviluppo e ostacolandone l’accesso a contenuti terzi, ma alla fine la tecnologia avrà la meglio. Cinque anni sembrava impossibile distribuire alta definizione su un’ADSL da 7 mbit e invece oggi Netflix è accessibile da quasi tutto il parco ADSL nazionale.
L’entertainment non è diverso da ogni altro settore industriale: quando ti rendi conto che sei costretto ad innovare, è già troppo tardi.

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Il gelato e lo storytelling

Inserito da danybus | ottobre 2, 2015

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Unilever acquista Grom. Quelli di Algida. Quelli del gelato industriale, quelli del gelato confezionato.
“Vade retro” , “Ah, l’avevo detto io che Grom non era vero gelato industriale”. “Ah, non venderanno si sono fregati con le loro mani adesso che hanno compromesso tutto lo storytelling sul gelato artigianale con cui riuscivano a vendere un cono piccolo a più di due euro facendoti pagare la panna a parte”.
Insomma, secondo i guru del gelato, Unilever ha fatto un pessimo affare.

Vi do due notizie.

1) Lo storytelling conta molto meno di quello che i vari esperti di marketing cercano di farci credere. Grom vende perché il suo gelato e i suoi locali sono superiori alla media delle gelaterie scamuffe presenti sul nostro territorio. Vende perché i dipendenti sono formati a dovere come in un’azienda, non come in una gelateria. Sì, lo so: ognuno di voi conoscere quella gelateria buonissima, che fa un cioccolato delizioso, che è veramente artigianale, etc. etc. Ma prima di Grom, mediamente le gelaterie erano abbastanza mediocri e fanno tutte ampiamente uso di addensanti e basi industriali. L’Italia è piena di aziende industriali che producono basi per gelati artigianali: sarà pure un ossimoro, ma queste aziende fatturano complessivamente centinaia di milioni di euro in Italia. A chi le venderanno?
Insomma, se ogni tanto mi mangio un gelato da Grom non è certo per tutta la favoletta dell’azienda biologica Mura Mura da cui comprano gli ingrediente, né per le piantagioni venezuelane da dove portano il cioccolato.

2) Il mercato italiano per Unilever conta ancora meno dello storytelling. Uniliver ha comprato Grom per svilupparlo su mercati esteri dove si è accorta di poter fare margini molto più alti che con Ben & Jerry. Sono lì tutte le potenzialità dell’acquisizione. Sull’integrazione del brand e del format Grom con la rete distributiva di Unilever a livello mondiale. Per questo credo che Unilever sia disposta anche a sacrificare l’aura di gelateria artigianale di cui Grom si fregia insieme a un 10-15% delle vendite in Italia.
Tutto il resto è conversazione (o storytelling).

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VW, Gas Auto

Inserito da danybus | settembre 25, 2015

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Messa da parte la schadenfreude verso i tedeschi e tutte le battute del caso, faccio qualche riflessione sul caso VW:

1) Il diesel inquina da morire, ma in Europa non si sono mai fatti test seri al riguardo per evitare di penalizzare un settore con migliaia di dipendenti. Sono scelte. A Taranto si è tollerato per anni un inquinamento mortale per preservare posti di lavoro. Ma a questo punto a cosa serve tutta questa pantomima su Euro5, Euro6, auto elettrica, ecoincentivi e compagnia bella quando permettiamo liberamente la circolazione di auto che emettono ossidi di azoto a manetta? Qui c’è un paper di un anno fa dell’International Council of Clean Transportation in cui risulta palese che tutti i diesel catalogati come Euro5 ed Euro6 eccedono di oltre 7 volte i limiti di emissioni ossidi di azoto.
VW (e forse altri) hanno equipaggiato i propri veicoli con un software speciale per superare i test statunitensi e vendere macchine diesel da quelle parti. In Europa i margini e le condizioni dei test sono così laschi che VW e le altre case automobilistiche non hanno avuto alcun bisogno di barare. Come per la disciplina di bilancio, come per la gestione dei flussi migratori, un Europa con un mercato unico e 28 campanili diversi produce storture come questa in cui ogni paese gareggia al ribasso sul rigore dei test per evitare di danneggiare la propria industria.
Lo scandalo non è VW, ma l’Europa che, non solo ha permesso che venissero messe in circolazioni macchine fortemente inquinanti, ma ci ha anche appiccicato le varie etichette Euro “n” illudendoci di non inquinare.

2) Le macchine incriminate non devono essere sostituite, basterà semplicemente aggiornare il software in modo tale che il motore impieghi bene la valvola di ricircolo dei fumi esausti EGR (Exhaust Gas Recirculation). Spiegata in maniera terra terra, i motori diesel per inquinare meno fanno uso di questa valvola che reimmette nella camera di combustione i gas esausti in modo tale da bruciarli e non farli andare direttamente in atmosfera. Questo crea delle inefficienze nel motore che avrà prestazioni più basse e consumi di carburante più elevati. Il computer di bordo delle VW fa in modo di non utilizzare a pieno la EGR per ottenere prestazioni migliori, salvo poi utilizzarlo a pieno quando capisce che sta per essere testato per le emissioni.
Provate a fare un giro su google cercando il termine “esclusione valvola EGR” e vi accorgerete che i consumatori, prima ancora delle case automobilistiche, si sono ingegnati per escludere tale valvola. Già, proprio come i possessori di iPhone che installano il Jailbreak ai propri smartphone per superare alcuni limiti imposti da Apple. Quindi non solo abbiamo un parco macchine diesel che inquina molto, ma potenzialmente ognuno è libero di fare una piccola modifica al computer di bordo della propria vettura diesel per fare in modo che consumi di meno, che vada più forte e che inquini come un trattore.
Queste sono tutte cose arcinote, di dominio pubblico ben prima che scoppiasse il diesel gate della VW. Se VW si fosse astenuta dal vendere macchine diesel negli Stati Uniti (dove tra l’altro non sono così diffuse) limitandosi a venderle in tutti gli altri paesi dove non c’era neanche bisogno di barare per superare i test ambientali, non avremmo mai avuto nessuno scandalo.

3) Con questo scandalo, il software diventa protagonista di un’industria dove l’hardware l’ha sempre fatta da padrone. D’ora in poi, per capire quanto una macchina sia in linea con gli standard ambientali imposti (più o meno severi) non sarà sufficiente testare il suo hardware, ma sarà necessario anche analizzarne il software che la fa funzionare assicurandosi che il costruttore abbia inserito salvaguardie abbastanza robuste da evitare manomissioni degli utenti.

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Grosso grasso casino greco

Inserito da danybus | luglio 7, 2015

Il default della Grecia, anche dopo due programmi di assistenza per un ammontare complessivo di circa 240 miliardi di euro, è ormai un dato di fatto. Con l’arrivo di Syriza al governo e l’atteggiamento di scontro verso i creditori, il paese è ripiombato in recessione spegnendo quella flebile ripresa avviata nel 2014. Al di là di quello che leggerete sui giornali e dei mille summit che si terranno a Bruxelles, non c’è nessun programma di aiuto che possa salvare la Grecia dal default.

Un default della Grecia, d’altronde, non fa più paura all’Europa perché rispetto a quattro anni fa sono stati istituiti una serie di meccanismi per salvaguardare gli altri paesi da un possibile “effetto contagio”. La BCE è riuscita a sdoganare in Europa il quantitative easing consentendo agli stati di finanziarsi a basso costo (acquisto di titoli di stato da parte della banca centrale); c’è l’OMT (Outright monetary transaction) della BCE che permette alla banca centrale di acquistare titoli di stato illimitatamente in caso di attacco speculativo; c’è l’ESM e le passività delle banche verso la Grecia sono state ormai collettivizzate a livello europeo (una bella fregatura per l’Italia che non aveva banche esposte verso la Grecia e che ora ha un’esposizione di circa 40 miliardi attraverso il fondo salva stati europeo). Non è un caso che il mitico spread fra BTP e BUND si è mosso poco dopo il referendum con cui i greci hanno detto al programma di aiuti proposto dall’Europa (a 160 basis point è ancora la metà di quanto era due anni fa quando era stato ristrutturato il debito greco).

In pochi mesi la Grecia passerà dalla richiesta di aiuti finanziari alla richiesta di aiuti umanitari. L’Europa ci rimetterà un sacco di miliardi e dovrà spenderne ancora per evitare una tragedia alle proprie porte.

Ma il peggio deve ancora venire.

Già perché se l’attenzione mediatica è stata tutta rivolta sul debito pubblico e gli spread., pochi si sono preoccupati di approfondire le conseguenze sul sistema bancario europeo di quello che sta accadendo in Grecia. Quando si parla di sistema bancario, si parla dei conti correnti, della capacità di fare pagamenti, investimenti e di disporre dei propri risparmi. Si parla di quel sistema che nel 2008 è andato in tilt causando la più lunga delle recessioni perché era saltato un piccolo ingranaggio di nome Lehman Brothers.

Le banche greche hanno nei loro bilanci prestiti verso imprese greche e titoli di stato greci. E’ normale che in un contesto del genere in cui l’economia greca è in recessione da cinque anni e lo stato sull’orlo del default, queste banche non possano vendere agevolmente questi asset per far fronte alle normali richieste dei correntisti che vogliono prelevare soldi dalle banche. Se poi aggiungiamo il fatto che questi correntisti dopo l’ascesa di Tsipras al governo sono un po’ preoccupati per il futuro del paese (magari sono gli stessi che l’hanno votato, ma non fa niente) e che, per questo, i prelievi dai conti correnti si sono fatti più frequenti ed intensi, le banche hanno un bel problema di liquidità. Per fortuna, la BCE, come ogni banca centrale, garantisce liquidità alle banche dell’Euro fornendo delle linee di credito in cambio di asset a garanzia. Senza entrare troppo in tecnicismi, se una banca non vuole o non può vendere propri asset per far fronte alle richieste di liquidità della propria clientela, fornisce quegli asset in garanzia alla BCE che in cambio fornisce liquidità.

In questo modo alle banche viene garantita sempre la liquidità e chi lasica i proprio soldi sul proprio conto corrente può essere sicuro di poterli prelevare e usare per pagamenti quando vuole.

Una settimana fa la BCE ha deciso di non aumentare più una speciale linea di liquidità fornita al sistema bancario greco (la cosiddetta ELA – Emergency Liquidity Assistance) lasciandola ferma a 89 miliardi. In questo modo le banche greche non possono più far fronte a ulteriori richieste dei correntisti e il governo greco ne ha dovuto decretare la chiusura a tempo indefinito limitando inoltre i prelievi dai bancomat a 60 euro al giorno per conto corrente. Avete capito bene: un greco che aveva i risparmi di una vita in banca, non può disporne se non prelevando 60 euro al giorno.

E’ difficile capire se la mossa della BCE sia stata tecnica e politica. In teoria, la ELA può essere concessa solo a banche solvibili e la BCE deve aver considerato che in mancanza di un programma d’aiuti approvato dal governo greco, queste banche non lo fossero. In questo caso, tuttavia, avrebbe dovuto sospendere tout court la linea da 89 miliardi in essere. Lasciare la linea di credito attiva, senza aumentarla, ha l’aria di essere una decisione politica per spingere la Grecia ad accettare un programma d’aiuti con annesse riforme.

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Così facendo tuttavia, la BCE ha compromesso il suo ruolo di “lender of last resort”, di prestatore di ultima istanza, di garante del sistema bancario (che dovrebbe uno dei suoi obiettivi principali).La BCE è stata pronta a mandare in crisi il sistema bancario greco per tenere fermo un punto politico.

Se un correntista europeo perde la fiducia nella BCE, si potrebbe innescare la più mostruosa corsa allo sportello della storia. Il caso della Grecia ha dimostrato che se lo stato non è più solvibile, puoi dire addio ai soldi che hai messo in banca perché non è detto che la BCE sia disposta a garantire la liquidità al sistema bancario di quel paese (in Grecia non l’ha fatto). E allora perché dovrei tenere 1 milione di euro sul mio conto al Monte dei Paschi di Siena quando con un semplice bonifico a costi minimi posso trasferire tutto su Deutsche Bank oppure una banca svizzera? Basta un po’ di passa parola, basta che la maggior parte dei correntisti italiani si convinca di questo ed eccoti servita una crisi bancaria anche in Italia con annessi effetti recessivi. Sì, in teoria la Banca Centrale Europea dovrebbe garantire adeguata liquidità al sistema bancario italiano in caso di forti deflussi… Quello che non ha fatto in Grecia.

Draghi aveva detto che l’Euro è irreversibile e che avrebbe fatto “Whatever it takes” per salvarlo. Congelando la linea di liquidità alle banche greche ha perso di credibilità e quando un banchiere centrale perde credibilità, le cose si mettono male…

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Moltiplicatori

Inserito da danybus | giugno 13, 2015

fiscal-austerityUno dei dibattiti più accesi fra gli economisti riguarda i cosiddetti “moltiplicatori fiscali”. Se diminuisco la spesa pubblica (o aumento la tassazione) di 100, di quanto scende il PIL? Il moltiplicatore fiscale ci dà la risposta a questa domanda.

C’è chi sostiene che i moltiplicatori siano generalmente minori di 1 (il PIL diminuisce meno che proporzionalmente), mentre alcuni sostengono che i moltiplicatori fiscali, in alcuni casi specifici, come ad esempio una crisi finanziaria, possano essere di gran lunga superiori a 1 (Il PIL diminuisce più che proporzionalmente), portando a una spirale negativa autodistruttiva. Nel caso di moltiplicatori fiscali superiori ad 1 per un tempo prolungato, le misure di austerity fanno scendere il debito, ma fanno anche scendere il PIL in maniera più che proporzionale, portando ad un deterioramento del rapporto fra debito e PIL: il rapporto debito PIL in questo scenario aumenta fino ad arrivare a livelli insostenibili portando il paese all’insolvenza.

L’evidenza empirica dei dati successivi all’implementazione delle misure di austerity in alcuni paesi europei negli anni della crisi ha portato il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicare uno studio di Blanchard e Leigh in cui si dimostra come l’effetto dei moltiplicatori fiscali sia stato di gran lunga sottovalutato nell’implementare le misure di austerity in alcuni paesi che, alla fine della fiera, si sono ritrovati con un rapporto debito/pil di gran lunga più alto del previsto (chiedete ai greci).

A due anni di distanza e nel bel mezzo di un dibattito ancora molto acceso fra fautori dell’austerity e tifosi della spesa pubblica travestiti da keynesiani, la BCE risponde con un “Occasional Paper” intitolato “Fiscal multipliers and beyond“. Che tanto “occasional” non sembra.

Il paper della BCE vuole cambiare approccio concentrandosi sull’analisi dei moltiplicatori fiscali allungando l’orizzonte a vent’anni. La tesi è che, se pure è vero che nel breve periodo il moltiplicatore fiscale può essere superiore a 1, specie durante una crisi economica, specie se l’austerity si fa con maggiori tasse anziché con minori spese, dopo qualche anno gli effetti negativi iniziali sono controbilanciati dagli effetti positivi di una maggiore stabilità economica e da moltiplicatori fiscali che si riassestano su valori intorno a 0,5.

Il paper non è convincente come quello dell’IMF, ma vale la pena leggerlo per alcuni spunti interessanti:

1) Non è possibile sapere ex ante il valore del moltiplicatore fiscale. Quindi, che che ne dica la BCE, bisogna applicare le misure di austerity con molta attenzione. Mediamente il moltiplicatore fiscale è intorno a 0,5, ma durante alcuni periodi particolari può aumentare molto, come sottolineato dall’IMF.

2) Il paper della BCE individua delle soglie del moltiplicatore fiscale superate le quali l’austerity ha effetti negativi sul rapporto debito/PIL in un dato periodo di tempo. In paesi come Italia e Grecia che partono da un alto livello di indebitamento, basta un moltiplicatore fiscale di 0,5 perché si abbiano effetti negativi in un anno (e infatti il nostro rapporto debito/pil e quello della Grecia sono peggiorati nonostante l’austerity). Se allarghiamo l’arco temporale a 5 anni, si hanno effetti negativi solo se il moltiplicatore fiscale è di 1,4, un valore molto vicino a quelli stimati da Blanchard per paesi in recessione (e infatti dopo 5 anni le prospettivi per il rapporto debito/pil di Italia e Grecia non sono di miglioramento).

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3) Nel paper viene fatta una simulazione per quantificare l’austerity necessaria (in termini di % sul PIL) per stabilizzare le finanze di un paese nei prossimi vent’anni. Nella simulazione si confrontano i risultati in uno scenario di implementazione tutto all’inizio (frontloading) o più ripartito nel tempo (backloading).
Quello che è interessante vedere è che per l’Italia lo sforzo è minimo (0,9% del PIL).Il paper parte dalla situazione al 2013, per cui probabilmente, molto è già stato fatto. Secondo le stesse analisi, il rapporto debito/pil italiano dovrebbe cominciare a scendere dopo due anni dall’implementazione dell’austerity (partendo sempre dal 2013).
E’ curioso che nella tabella manchino due casi estremi. Non è stata inserita la Grecia che ha già implementato tutte le misure subito (frontloading). Non so se qualcuno in BCE abbia visto il paper, ma suona un po’ come un’ammissione di colpa tra le righe. Non è stata inserita la Germania che non ha bisogno di misure di austerity.

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4) Il problema dell’Italia è un altro e lo troviamo nelle conclusioni del paper:

In all cases, the credibility of the fiscal consolidation process, which seems crucial to reducing its short-term costs, should be enhanced by well-designed medium term plans based on detailed and permanent measures. To be credible and to avoid
creating even more economic uncertainty, consolidation programmes should be lasting and avoid frequent changes in objectives, accounting gimmicks and sector discriminating
measures.

Gli effetti negativi dell’austerity hanno una durata tanto breve quanto è forte la credibilità del processo di consolidamento delle finanze in termini di stabilità delle misure adottare, dettagli forniti nella loro implementazione e discriminazioni nell’applicazione delle misure di austerity.

Le simulazioni della BCE ci dicono che l’Italia è sulla buona strada e abbiamo ancora pochi sforzi da fare rispetto ad altri paesi, ma avranno tenuto conto di una Corte Costituzionale che continua a mischiare le carte e di un governo che a volte sembra vivere un po’ alla giornata facendo e disfacendo ciò che si è fatto prima?

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Italicum

Inserito da danybus | aprile 29, 2015

Abbiamo un disegno di legge elettorale che – alcuni dicono – trasforma la nostra Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale. Se una Repubblica presidenziale è una repubblica in cui gli elettori scelgono chi va al governo per i prossimi cinque anni, mi chiedo: non è quello che abbiamo sempre voluto? Non ci siamo sempre lamentati degli inciuci, dei cambi di casacca e dei giochini da prima repubblica? Vogliamo tornare al Pentapartito, agli Scilipoti, ai Mastella e ai Bertinotti? Sì, ma con l’Italicum il 50% dei parlamentari viene scelto dalla segreterie dei partiti con il meccanismo dei capolista bloccati. Ah sì, e dove eravate quando hanno approvato la precedente legge elettorale in cui il 100% dei parlamentari veniva scelto dalle segreterie dei partiti? E poi, dopo i fatti di Mafia Capitale e di Ischia, siamo sicuri che il sistema delle preferenze, senza essere calmierato, non crei collusioni e voti di scambio a livello locale?

L’Italicum è stato approvato prima dalla Camera e poi dal Senato, che ha apportato alcune modifiche venendo incontro ad alcune istanze delle opposizioni e della “minoranza del PD” (il fatto che un partito al governo debba avere una “minoranza” interna mi manda ai matti, comunque). Per il sistema del bicameralismo parlamentare e della cosiddetta “navetta”, il testo deve essere ora approvato di nuovo dalla Camera nelle sue modifiche. Nel frattempo è stato eletto un nuovo Presidente della Repubblica in disaccordo con il PDL e così lo stesso PDL che aveva votato l’Italicum al Senato, oggi sostiene – cito Brunetta – che “l’Italicum pone il paese a rischio di derive autoritarie”. La minoranza del PD, forte della rottura del patto con il PDL, rinserra i ranghi e promette battaglie.

Per evitare che venga approvata questa legge le stanno provando tutte. Dalle pregiudiziali di costituzionalità, al voto segreto. Il Governo, reduce da 18 mesi di calvario alla Camera e al Senato che avevano già approvato tutto, ora ha posto la fiducia. Che tradotto in soldoni significa: o votate questa legge, oppure io mi dimetto, ve ne andate tutti a casa e si va alle elezioni con l’attuale sistema elettorale (un proporzionale puro).
Alcuni dicono che porre la fiducia sulla legge elettorale sia incostituzionale. E perché? Alcuni dicono che è una cosa vergognosa, un atto fascista. E perché? Nessuno sta imponendo l’Italicum. Nessuno sta ponendo la fiducia su un testo scritto dal Governo, ma su un testo uscito da mesi di dibattiti parlamentari e già approvato sia dalla Camera, sia dal Senato. Se davvero i parlamentari tengono al paese e ritengono che questa legge sia dannosa per la democrazia, votino contro e si vada alle elezioni. Non è in corso nessuna emergenza finanziaria. Possiamo permettercelo. Se invece si tureranno il naso e approveranno l’Italicum, significa che dopo tutto tenevano più ai rispettivi scranni che agli assetti costituzionali del Paese. E finalmente nel 2018 noi voteremo con un sistema elettorale ce ci consentirà di scegliere con certezza chi andrà al governo.

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10 km

Inserito da danybus | marzo 21, 2015

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La sveglia del telefono comincia a vibrare verso le sei del mattino. L’hai impostata la sera precedente con le migliori intenzioni, ma quando vibra in una stanza e in un mattino senza luce, le motivazioni del sonno hanno già avuto il sopravvento su quelle dello sport. Tendi l’orecchio verso l’esterno alla ricerca di un alibi dal cielo, ma è tutto silenzioso e fuori sembra sereno anche senza che sia sorto il sole.
In soggiorno ti aspetta tutto il necessario per correre che avevi diligentemente preparato la sera prima con la voglia di sentirti in forma, ma con la consapevolezza che rovistare nell’armadio, alle sei del mattino, avrebbe costituito un ostacolo sufficiente a farti desistere. Alle sei e un quarto sei ancora seduto sul divano a sfogliare il quotidiano con notevole anticipo su tutti: pensi che in fondo quell’ora strappata a Morfeo possa essere sfruttata per approfondire ciò che non avresti avuto il tempo di leggere durante la giornata, ma sai benissimo che l’approfondimento dell’attualità non è che una misera scusa in mancanza di quella pioggia provvidenziale che ti avrebbe consentito di tornartene a dormire senza l’onta e il peso dell’insuccesso.
Posi l’iPad con rassegnazione e fatalismo, infili le scarpe e prendi lo smartphone con Runtastic già pronto e quella playlist che avrebbe dovuto renderti invincibile. E’ gennaio, sono i cosiddetti giorni della Merla, e sai che fuori non ci saranno più di cinque gradi. Tutto il condominio sembra ancora assopito e ti dirigi verso il cancello con la circospezione e l’agilità di un ladro. Fuori, senza il traffico di macchine, anche la via più stretta sembra una pista d’atletica e Via Pò sembra un grande boulevard parigino. Senti l’aria pungerti dal freddo e vuoi correre per trovare un po’ di calore nel metabolismo, ma bisogna aspettare quei cinque secondi affinché Runtastic riesca a localizzarti sulla mappa attraverso la rete GPS per poter poi documentare questa prodezza mattutina. E’ tutto pronto… Via!

1 km) Si parte attraversando Via Pò per dirigersi verso l’ingresso del Parco Dei Daini, un parco quadrato all’interno di Villa Borghese dove fino all‘800 correvano Daini e Gazzelle, mentre oggi corrono i calciatori della domenica che ci organizzano partitine di calcio. Cerchi di prendere il ritmo sulle note di Enola Gay, ma la canzone è più lenta di quel che hai bisogno per scaldarti e così procedi con un ritmo tutto tuo. Arrivato all’ingresso del parco, ci sono ancora i lampioni accessi e un cielo blu notte. Finita Enola Gay parte About That Bass e dopo 1 minuto, Runtastic segna il primo chilometro completato con il tempo di 4 minuti e 50 secondi.

10868272_10153578894321040_1229694042941560415_n2 km) Sei gasato dalla canzone, hai ancora fiato e l’acido lattico non sai neanche cos’è. Pensi solo ad eguagliare quel tempo: se lo mantieni per 10 km riuscirai a fare 10 km in meno di 50 minuti. Mentre completi il giro del Parco Dei Daini ti scorrono accanto il retro della Galleria Borghese e la Fontana di Venere. Dentro la Galleria le luci sono accese illuminando una stanza piena di arte, mentre fuori è buio: c’è un intimità calda da museo segreto su cui ti riprometti di soffermarti più tardi e la Venere in mezzo alla fontana sembra infreddolita come te, oltre che pietrificata. Completi il primo giro del parco e parte I’m Too Sexy di Right Said Fred. Sei al secondo chilometro percorso con 10 secondi di ritardo rispetto al primo, con più fatica e meno fiato.

3 km) Cominci a fare calcoli mentali per capire quanto manca al traguardo dei 10km: cinque volte quello che hai fatto adesso. Ti sembra un’enormità e così provi a distrarti seguendo il testo della canzone per associazioni mentali, ma I’m too sexy fa venire in mente solo pensieri ridicoli mentre corri in pantaloncini. Arranchi in vista dei tre chilometri e finalmente si cambia canzone. Parte Heart of glass di Blondie mentre ripassi per la seconda volta davanti alla Galleria Borghese e alla Venere infreddolita in mezzo alla fontana. La luce del museo si è spenta. Senza che tu te ne sia accorto, il cielo si è tinto di un violetto chiaro e provi a farti coinvolgere dalla voce irresistibile di Blondie. Sei sorpreso da come i colori stiano cambiando intorno a te e decidi di fare un altro giro dello stesso parco per osservarlo cambiare sotto i tuoi occhi. Ti accorgi di non sentire più freddo e mentre le gambe continuano a macinare, la testa diventa un turbinio di pensieri (un’idea per qualcosa da scrivere; le cose da fare in giornata; quella persona da chiamare; la voglia di organizzare una serata; una persona che non sopporti; una a cui sei grato). Mentre corri col fiatone e il traguardo dei 10 km è ancora lontano, tutto il resto ti sembra incredibilmente vicino e a portata di mano.

1558443_10153620242736040_6319614853568044493_n4 km) Il sole spunta pallido dai pini di Villa Borghese e vuoi sbrigarti a vederlo bene prima che sorga del tutto. Intanto è partita Your love keeps lifting me higher and higher, polmoni e cuore si sono abituati al ritmo e improvvisamente quello che conta è arrivare al Pincio il prima possibile per vedersi Piazza del Popolo dall’alto con il sole alle spalle. Ti fai prendere dal ritmo di Jackie Wilson e sei euforico perché ti riconosci alla perfezione nel testo di quella canzone. Arrivato alla solita Galleria Borghese questa volta giri verso Piazza di Siena, incontri la fontana dei Cavalli Marini che in quest’ora del mattino dà il meglio di sé e prima ancora di arrivare a Piazza di Siena, Runtastic decreta la fine del quarto chilometro con un tempo leggermente migliore del precedente.

405398_10150698074496040_1889011095_n5 km) Parte Face to Face dei The Twins e con gli anni ’80 in cuffia affronti il lungo rettilineo che ti porterà fino al Pincio. Per strada si comincia a vedere qualche patito di jogging con cui scambi sguardi di rispetto e complicità ma sempre restando concentrato sull’obiettivo: la vista dal Pincio con l’alba alle spalle. La testa frulla sempre di più e ti ritornano in mente i momenti passati a Villa Borghese quando avevi appena imparato ad andare in bicicletta o quando ti portavano a vedere il teatro delle marionette. Ti stupisci di come tutto ciò possa essere allo stesso tempo così diverso e così evocativo. Hai finito il quinto chilometro e sei solo a metà strada, ma per 10 secondi ti fermi a vedere in che razza di posto sei arrivato: Piazza del Popolo è vuota e il sole colora di rosa una skyline ancora in dormiveglia.

6 km) Si ritorna verso il parco dei Daini ascoltando Gli Spari Sopra di Vasco Rossi. L’aggressività della canzone ti entra dentro e non vedi l’ora di arrivare a casa per affrontare la giornata. Non pensi che sarà faticoso ripetere lo sforzo fatto finora e tutto sembra in discesa anche se è in salita. Le endorfine cominciano a darti alla testa e quasi ti viene voglia di saltellare al ritmo di Vasco Rossi. Arrivato di nuovo a Piazza di Siena ti soffermi per fare un giro del galoppatoio e terminare così il sesto km con un tempo intorno ai 5 min.

11082646_10153715157371040_2494708276175796931_n7 km) Adesso non pensi più a quanto sia difficile raggiungere l’obiettivo dei 10 km, ma pensi solo a come farlo nel più breve tempo possibile, a come battere il tempo precedente. Senti le gambe contratte e affaticate ma spingi sempre di più mentre comincia a suonare Modern Love di David Bowie. Ti soffermi sulla parte del testo che dice “but I try”, ti sembra che la musica stia parlando con te e decidi di fare il giro del laghetto di villa borghese prima di tornare al Parco dei Daini. Intanto è giorno, non hai più freddo, ma non ci fai neanche caso. Il laghetto è calmo, le barche sono a riposo e una luce sempre più intensa illumina il tempio di Esculapio sul finire del settimo chilometro.

8 km) Parte Do ya think I’m Sexy di Rod Stewart e le endorfine ti fanno sembrare la situazione meno ridicola rispetto a quando suonava I’m too Sexy dopo il secondo chilometro. Ti dirigi verso il parco dei Daini ripassando davanti alla fontana dei Cavalli Marini. Il rettilineo che porta di fronte alla galleria borghese è in salita e la stanchezza si sente tutta. Arrivi in cima col fiatone sperando di aver raggiunto gli 8 km, sbirci su Runtastic e ti accorgi che mancano ancora 200 metri, ma cosa importa visto che in realtà devi farne 2200 di metri per arrivare all’obiettivo? E intanto rieccoti al Parco dei Daini.

9 km) Un giro completo di Parco per un altro chilometro e poi con il tragitto per arrivare a casa sei arrivato a 10km. Parte Blue Monday dei New Order. Sei sempre più stanco, ma l’obiettivo più vicino ti fa sentire le gambe più leggere. Il Parco dei Daini si è animato di gente, si sentono i rumori del traffico di via di Porta Pinciana, non c’è più il fascino di prima ad accompagnarti, ma c’è un mondo fuori che si è già messo in moto e che ti fa andare di fretta. Riordini le cose da fare nella giornata e spingi sempre più forte con le gambe, tanto sei quasi arrivato e puoi anche esaurire le ultime energie. Neanche te ne accorgi e il nono km è già finito con ottimo tempo. Sei a 47 minuti complessivi e manca solo un km.

10 km) Fuori dal Parco dei Daini Via Po’ è già moderatamente trafficata. Non sembra più un boulevard. Sono quasi le 7:30 e la gente guarda con curiosità te che corri a casa vestito in pantaloncini e maglietta mentre loro stanno andando a lavoro. L’ultima canzone per tornare è You Spin Me Round dei Dead Or Alive. Pensi di riuscire a percorrere quell’ultimo km prima della fine di quella canzone, o almeno ci provi (in realtà non ce la farai e dopo partirà Walk like an Egyptian). Pensi a come inizierai la giornata anche se hai già iniziato da un’ora. Pensi di essere stato troppo solo e non vedi l’ora di condividere le immagini e le sensazioni di questi
10 km. Pensi che magari un giorno ne scriverai un post noiosissimo, ma per il momento ti limiterai a mettere un post di Runstastic su Facebook e qualche foto. A casa si sente l’odore del caffè che viene dalla porta del vicino e cerchi di inalarlo il più possibile per recuperare energia. Ti senti invincibile, pensi di poter fare tranquillamente altri 10 km, ma il tuo lavoro ti eviterà di confrontarti con la realtà dell’acido lattico.
Sotto la doccia sei ancora un po’ su di giri per le endorfine, la pigrizia della sveglia è lontana 10 km e ancora prima di vestirti per lavorare pensi che sarà una bellissima giornata, perché è bello cominciare con un obiettivo raggiunto contando solo sulle tue gambe.

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The Rai Way and the right way

Inserito da danybus | febbraio 27, 2015

raiway

Quando ci sono in ballo questioni in cui capitalismo e cosa pubblica vengono a contatto, la politica prende sempre il sopravvento dimenticando che, anche nel perseguire l’interesse del pubblico, lo Stato, come azionista di un’azienda, non dovrebbe mai prescindere dalle logiche industriali.

Con Rai Way siamo alle solite e la politica è arrivata a tirare in ballo il Patto del Nazzareno anche su questo tema.

Ei Towers, controllata al 40% da Mediaset, ha lanciato un’offerta pubblica d’acquisto e scambio su Rai Way valutandola 4,5 euro. L’operazione ha molto senso industriale in quanto il sistema di diffusione del segnale televisivo italiano sconta inefficienze dovute alla presenza di due reti per la copertura dello stesso segnale sulle stesse aree geografiche. Non sono un esperto del settore e non sono entrato molto nei numeri, ma non ci vuole un genio a capire quanta convenienza avrebbe Ei Towers a prendersi Rai Way. Agli azionisti di Rai Way, Ei Towers offre 3,13 euro in denaro e 1,37 euro in azioni Ei Towers (un’azione Ei Towers vale sui 49 euro). La RAI, azionista al 65% di Rai Way, riceverebbe quindi 553 milioni in contanti (azzerando il proprio debito) e diventerebbe azionista al 15% della nuova entità (Mediaset invece ne deterrebbe il 31%).

Il Governo ha ribadito che, come impone anche il decreto con cui è stata approvata la quotazione di Rai Way, non vuole/può far scendere la RAI sotto il 51% di Rai Way. La Rai si è affrettata a dichiarare l’Opas come ostile e le opposizioni hanno gridato allo scandalo, come se fosse un reato fare un’offerta pubblica d’acquisto su una società quotata di cui lo stato detiene la maggioranza.

Nessuno si è fermato a considerare gli aspetti industriali.

In un paese normale, con un mercato normale, l’azionista di Rai Way di sarebbe fermato a fare queste considerazioni.

Vogliamo che l’infrastruttura di trasmissione del segnale televisivo resti in mano pubblica? Sì? Ok.
E’ conveniente gestirlo con due reti parallele? No. Ok.
Quanto si potrebbe guadagnare accorpando le due reti? Molto, creando anche una rete più efficiente.
Possiamo accorpare le due infrastrutture mantenendo il 51% in mano pubblica?

Vediamo un po’…

EiTowers vale 900 milioni.
Posso offrire agli azionisti un premio del 10%, lanciando un’opas a 54 euro per ogni azione Ei Towers. Pagando 40 euro cash e 14 euro emettendo nuove azioni di Rai Way.
La componente cash dell’offerta verrebbe a costare 810 mln di euro, cifra che Rai Way potrebbe finanziare ricorrendo all’indebitamento (la nuova entità avrebbe un ebitda di 200 mln senza contare le sinergie).
Alla fine ci sarebbe un’unica infrastruttura efficiente per la trasmissione del segnale di cui la RAI (e quindi lo stato) deterrebbe il 51% e Mediaset l’8%.
Mediaset potrebbe anche rifiutarsi di vendere la suo quota in Ei Towers, ma bisogna ricordare che Mediaset non ha la maggioranza di Ei Towers, per cui Rai Way potrebbe sottrargliela in qualsiasi momento rilanciando e invogliando gli altri azionisti, cosa che Ei Towers, invece non può fare con Rai Way, che è saldamente in mano alla Rai e allo stato che ne detengono il 65%.

Insomma, c’è molto valore da tirar fuori grazie a un’operazione a cui Ei Towers ha pensato prima di Rai Way. Rai Way ha un grande vantaggio dato da un indebitamento più contenuto di Ei Towers e un azionista saldamente in maggioranza. Quell’azionista, potrebbe sottrarre l’infrastruttura a Mediaset e appropriarsi di quei vantaggi andando al rilancio come si farebbe in un normale mercato dei capitali.

Il problema è che quell’azionista è lo stato… Per cui rimarremo a parlare di scandali e Patti del Nazzareno anziché fare due conti su un foglio Excel.

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