Dany-Log

Mele, mirtilli ed altri tecnicismi

Inserito da danybus | gennaio 31, 2010

Premessa: non sono sicuro circa la chiarezza di questo post, ma sono certo sull’estrema prolissità del testo. Portate pazienza e passate oltre se non avete più di 10 minuti.

jobsbbSteve Jobs ha tenuto a chiarirlo durante la famosa presentazione di mercoledì scorso, ma giornalisti ed analisti erano ancora in un’estasi narcotizzante per l’attesa del nuovo gingillo e non l’hanno sottolineato più di tanto: Apple si caratterizza e si caratterizzerà sempre più come una “mobile company”. Espressione fumosa che vuol dire tutto e niente, ma che in sostanza serve al CEO di Apple Inc. (già Apple Computer Inc.) per affermare che oramai la maggior parte dei ricavi della società di Cupertino proviene dalla vendita di dispositivi portatili (iPod, iPod Shuffle, iPhone, Mac Book, iTunes Music Store, iTunes App Store, iPad, iBook Store, etc.).

Nulla di più vero e per questo s’impone ora una riflessione di carattere tecnico sui punti deboli di tale strategia.

Quando vendi un dispositivo mobile capace di connettersi a internet ci sono due cose che contano prima ancora del design: l’autonomia della batteria e la possibilità di ricevere notifiche in tempo reale (modalità push). Un dispositivo mobile che non mi permette un utilizzo intenso da quando mi sveglio a quando vado a letto ha un grosso handicap. Può anche essere il non plus ultra della figaggine con le sue linee smussate e l’interfaccia infiocchettata, ma se devo girare con un caricabatterie e cercare una presa elettrica quando entro in riunione o sono al ristorante, diventa un fardello; un fardello molto figo, ma sempre un fardello. Qualsiasi applicazione mobile (Facebook, Repubblica o la banale posta elettronica) per essere mobile al 100% deve avere un collegamento diretto con l’utente e notificarlo in tempo reale. Se devo tirare fuori l’iPhone dalla giacca ogni cinque minuti per controllare se è arrivata un’email importante, la posta elettronica in mobilità diventa una fonte di ansia e distrazione. Avere le notizie del Financial Times a portata di mano grazie alla loro bellissima applicazione per iPhone è molto comodo, ma mi piacerebbe che appena accedessi all’applicazione questa fosse già aggiornata, senza farmi attendere quei 20-30 secondi per “tirare” gli aggiornamenti.

L’SMS, come forma di comunicazione, con tutti i suoi limiti tecnici ed espressivi, ha avuto un successo rapido perché i “messaggini” vengono notificati istantaneamente sul cellulare del destinatario, senza che l’utente debba fare altro che dare uno sguardo al display.

Blackberry si è affacciata al mercato con un prodotto più ingombrante della media e dal design pessimo (adesso hanno cominciato a fare qualche progresso da questo punto di vista), ma ha avuto un incredibile successo perché i suoi palmari offrivano contemporaneamente ciò che nessun palmare sul mercato era (è?) in grado d’offrire: un’autonomia misurata in giorni (non in ore) e un’email che, per esperienza d’uso, è quasi del tutto identica all’SMS (tanto che molti utenti “corporate” utilizzano tra di loro SMS e email in maniera indistinta e non senza suscitare l’irritazione dell’autore di questo post).

Com’è messa Apple, la “mobile company”? L’iPhone è dotato di una batteria che, con un utilizzo normale arriva a durare fino alla fine del film in prima serata. Apple non ha capito da subito l’importanza delle notifiche in push e ha rimediato mettendoci due pezze. Prima introducendo il supporto a Microsoft Direct Push per le caselle elettroniche basate su Microsoft Exchange nella versione 2.0 del firmware dell’iPhone, poi mettendo in piedi un macchinoso sistema chiamato “Push Notification” a partire dalla versione 3.0 del firmware iPhone. Io li ho utilizzati entrambi per diverso tempo e devo dire che funzionano benissimo. Le mail sulla casella aziendale arrivano persino con qualche secondo di anticipo rispetto al Blackberry e alcune applicazioni di informazione finanziaria che supportano il Push Notification mi danno davvero l’impressione di avere un contatto diretto con il mondo (manco fossi in un centro operativo di un’agenzia stampa). C’è solo un difetto. Una volta attivata la modalità push (le notifiche delle applicazioni o l’email) Il telefono arriva a malapena all’ora dell’aperitivo. Altri palmari come HTC e compagnia bella sono più parsimoniosi e autonomi, ma una volta attivata la modalità push per caselle di posta elettronica questi arrivano difficilmente a superare le 24 ore di durata.

Come fa il Blackberry ad offrire terminali mobili con autonomia di 72 ore (con utilizzo normale, non in stand-by) e email in push sempre attiva? C’è bisogno di capire prima come avviene una connessione dati tramite il protocollo GPRS utilizzato dalle reti GSM/UMTS (sarò approssimativo giusto per far capire i concetti principali, mi perdonino i tecnici). (*)

Si sa che su internet siamo tutti noti all’esterno tramite un indirizzo ip che è una lunga sfilza di numeri. Gran parte degli utenti ha un indirizzo ip semi-variabile: cambia ogni volta che ci colleghiamo, ma siccome ormai sono diffusissime le connessioni ADSL, abbiamo sempre lo stesso indirizzo per lunghi periodi di tempo (giorni, settimane). Se il server Pincopallo vuole notificare al nostro computer l’arrivo di una nuova mail, non dovrà fare altro che contattarci al nostro indirizzo e la notifica arriva sul nostro computer. Per esser sicuri che il server remoto abbia sempre l’indirizzo ip corretto, il nostro computer può mandargli un piccolo “ping” ad intervalli di tempo abbastanza lunghi, così da comunicare sempre a che indirizzo IP è reperibile.

Per quanto riguarda i terminali mobili, invece, sarebbe impossibile per un gestore mobile assegnare contemporaneamente ad ogni sim card attiva un indirizzo IP (sono così tante, che verrebbero immediatamente saturati gli indirizzi IP disponibili nella sotto-rete del gestore mobile). Si utilizzano così due intermediari chiamati SGSN e GGSN. L’SGSN (Serving Gprs Support Node) è installato nella cella a cui è collegato via radio il terminale mobile e ha il compito di gestire il traffico dati da e per le sim card collegate a quella cella . Il GGSN (GPRS Gateway Support Node) è l’infrastruttura che fa da tramite fra la rete mobile e una rete IP (che può essere internet, ma anche una lan privata). E’ il GGSN che si occupa quindi di assegnare, all’occorrenza, gli indirizzi IP e DNS ai terminali mobili (in realtà è un server DHCP a cui è collegato il server GGSN, ma semplifichiamo altrimenti c’è da impazzire). Possono esserci diversi GGSN che servono diversi scopi e lo smistamento viene fatto tramite una configurazione l’APN (Access Point Name) che viene impostato sul telefonino (ad esempio c’è ibox.tim.it per le connessioni internet e mms.tim.it per i dati degli Mms) e gestito a livello di HLR (Home Location Register) sulla rete dell’operatore mobile.

Riassumendo. Quando digitate www.google.com sul vostro iPhone, il telefono si collega via radio al server SGSN della cella a cui è agganciato e richiede una connessione dati; a quel punto il server SGSN fa un piccolo controllo su un server chiamato HLR (Home Location Register) in cui sono registrati tutti i dati della SIM che sta chiedendo la connessione e, se l’utente è abilitato alla connessione (ha pagato correttamente le fatture o ha ancora credito residuo per la connessione), viene indirizzato al server GGSN competente che fornisce la connettività internet all’operatore telefonico assegnando un indirizzo IP. A quel punto il telefono è, come dire, agganciato alla rete con un suo indirizzo IP. Ogni volta che il telefono cambia la cella a cui è collegato (cioè ogni volta che si sposta oltre un raggio di 200 metri), il telefono dovrà collegarsi a un altro SGSN, ristabilire la connessione con il GGSN e quindi farsi assegnare un nuovo indirizzo IP per andare su internet. Questo crea non pochi problemi a chi vuole offrire servizi di notifica e trasferimento dati a un cellulare.
Il sistema di Direct Push di Microsoft (di cui si avvale l’iPhone e che è molto simile al Push Notification di Apple) funziona così. Il telefono manda dapprima un “ping” a un server remoto su internet. Così l’iPhone (o un altro palmare) si fa la solita trafila SGSN->GGSN->Internet->Server Remoto. A quel punto l’iPhone ha un indirizzo IP che il server remoto conosce e che verrà utilizzato per l’invio delle notifiche. Come dicevamo prima, però, basta muoversi nel raggio di 200 metri e l’indirizzo non è più valido. Per ovviare al problema, il telefono resta in modalità silente, ma monitora costantemente la connessione con il server SGSN e appena questa viene interrotta (per il cambio di cella o per un altro motivo), ne stabilisce una nuova, ottiene una nuova connessione dal GGSN e un nuovo indirizzo IP che l’iPhone comunicherà prontamente al server remoto che si occupa delle notifiche.

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Tutto questo processo fa si che l’iPhone (o il palmare che usa il Direct Push) sia in comunicazione quasi costante con il ripetitore della propria cella prosciugando rapidamente la batteria. Eppure ci sono delle notifiche con trasferimento dati che il telefono riceve senza dover comunicare costantemente con SGSN e GGSN. I messaggi MMS ad esempio. L’invio/ricezione dei dati relativi a questi dati vengono gestiti da un server GGSN a parte, all’interno della rete mobile, che sa costantemente dove trovare il cellulare senza che questo debba comunicare costantemente la propria posizione con spreco di batteria. Quando TIM vuole mandarmi un MMS, il GGSN dedicato contatta l’HLR (il registro delle SIM) per sapere dove mi trovo, si connette al SGSN della cella su cui sono agganciato e quindi stabilisce una connessione dati per mandarmi l’MMS.

Il sistema Blackberry utilizza proprio lo stesso meccanismo. La società canadese (Research In Motion, aka RIM) gestisce diversi GGSN collegati direttamente con i network dei diversi operatori. Quando riceviamo un’email (Blackberry è a sua volta costantemente collegata alla nostra casella attraverso un server BES, ma questa è un’altra storia), il GGSN di RIM si collega attraverso un collegamento ad hoc alla rete di TIM (o del vostro operatore) e ci raggiunge tramite l’SGSN. E’ così che il Blackberry non ha bisogno di essere costantemente agganciato comunicando a un server esterno il proprio indirizzo IP a cui essere raggiunto.

Questo tipo di infrastruttura ha anche degli svantaggi (oltre al costo e alla scalabilità). Blackberry deve fare specifici accordi con gli operatori per offrire questo tipo di servizio e la funzionalità di notifica è agganciata alla singola sim card. Se domani metto un’altra sim (anche dello stesso operatore) con connessione dati pagata nel mio Blackberry aziendale, il Blackberry non riceverà più le email perché il GGSN di RIM continuerà a cercare la vecchia sim. Se poi cambio operatore è ancora più complicato.

Su iPhone, invece, basterà mantenere i dati relativi alla casella di posta elettronica Exchange e questa funzionerà con qualunque Sim e qualunque tipo di connessione. Soluzioni come il Microsoft Direct Push hanno il pregio di funzionare senza nesssun intervento a livello di operatore telefonico. Basta una connessione dati verso internet e tutto funziona senza richiedere l’intervento specifico dell’infrastruttura dell’operatore telefonico, se non per ottenere la connessione verso l’esterno.

Non sorprende che Apple abbia scelto questo tipo di tecnologia (Direct Push) visto il caratteraccio dei suoi vertici e il loro lo scarso spirito collaborativo. Tuttavia, anche migliorando molto l’efficienza delle batterie, i suoi terminali saranno sempre penalizzati dai limiti dell’infrastruttura GSM che non gestisce efficientemente connessioni e notifiche “always-on” senza un’infrastruttura di server GGSN in collegamento diretto con gli operatori telefonici.Per quanto belli siano gli iPad (o gli iPhone), questi non saranno mai perfettamente funzionali se non supportati da un’infrastruttura di rete che comunichi efficientemente a livello di operatori mobili.

Se Apple vuole davvero essere una mobile company dovrà per forza di cose installare un’infrastruttura simile a quella di RIM e quindi scendere “a patti”, suo malgrado, con gli operatori di telefonia mobile proprio come ha fatto RIM. Oppure potrebbe diventare un operatore di telefonia mobile (magari in modalità MVNO – Mobile Virtual Network Operator) e cominciare a vendere sim card insieme ai suoi dispositivi. Allora sì che sarebbe una vera Mobile Company.

(*) Approfondimenti tecnici e risorse utilizzate per questo post:

Gartner: The Pros and Cons of Using NOCs for Wireless E-Mail

APN’s from Vodafone Technical Overview

GPRS Core Network (Wikipedia)

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Il mio iPod grande ed il mio grande iPad

Inserito da danybus | gennaio 30, 2010

L’iPad? A dire il vero – ora che è stato levato il velo posso dirvelo – è più d’un anno che lo uso quotidianamente con soddisfazione. Al mattino, ancora assonnato, lo agguanto dal comodino per leggere su internet una rassegna di siti d’attualità. Durante gli spostamenti in treno mi aiuta a passare il tempo con musica e video. Mi permette di tenermi costantemente in contatto con i social network, con i mercati finanziari e di leggere i blog dove e quando voglio senza dovermi sedere davanti al computer. Grazie alla funzionalità GPS e all’integrazione con Google Maps si rivela un’utilissima risorsa quando passeggi per strada e proprio non riesci a trovare quella via (e di chiedere a uno sconosciuto non sia mai). Quel che lo caratterizza di più, però, è un ambiente di sviluppo vivacemente popolato che mette a disposizione milioni di applicazioni di ogni genere per servire virtualmente qualsiasi scopo. Così quell’affare, che sembra un incrocio fra un palmare e un iPod, diventa all’occorrenza un telecomando per controllare la musica che suono iTunes in casa. Per non parlare di quando lo utilizzo per vedere un po’ di televisione a letto (non ho il televisore in camera da letto) collegandolo al ricevitore Sky via wi-fi (grazie a un’applicazione che si chiama Slingbox). Non nascondo che non ho resistito alla tentazioni di provarne anche le declinazioni ludiche trasformandolo, nei momenti di noia, in una divertente console portatile per videogiochi che, grazie all’interfaccia multitouch, offre un coinvolgimento di tutto rispetto nonostante la potenza limitata del processore grafico.

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Difetti? Lo schermo, tanto per cominciare, è troppo piccolo. Ha definizione e colori soddisfacenti, ma la lettura prolungata di testi su un display da 3,2 pollici affatica la vista e vedersi un film su un display poco più grande di una saponetta non è proprio il massimo. La batteria, poi, ha un’autonomia che non va oltre le 3-4 ore di utilizzo: se anche la retina dovesse sopportare l’intera visione de Il Padrino mentre viaggiate in treno da Roma a Milano, assicuratevi d’aver portato con voi il caricabatterie. La connettività bisogna procurarsela. Quest’affare si collega benissimo alle reti wi-fi, ma per poter essere connesso dappertutto bisogna firmare un contratto con un’operatore di telefonia mobile che ti appioppa una nuova utenza di telefonia mobile. E così mi ritrovo in tasca un telefono che ogni tanto squilla e riceve SMS, anche se io un telefono cellulare ce l’ho già e intendo mantenerlo separato da quell’affare che tutto fa.

Dopo aver ascoltato e condiviso queste mie osservazioni, Steve Jobs ha lavorato sulla versione definitiva dell’iPad e l’ha mostrata al mondo mercoledì scorso. Io ne sono del tutto soddisfatto e non vedo l’ora di poter sfogliare le mie fonti di informazioni su internet da uno schermo di circa 10 pollici, vedermi un bel film in treno senza preoccuparmi della batteria e magari leggermi un libro senza stancarmi gli occhi.

Ok, vado al punto. Io l’iPad lo compro. O meglio: lo comprerò. Prima, però, dovrò disfarmi dell’iPhone (sperando di ottenere almeno due biglietti da cento euro) che finora ho usato come una sorta di iPad sub-ottimale. Detto questo, trovo che Apple abbia scelto per il suo prodotto un posizionamento pessimo: né carne, né pesce; né corridoio, né finestrino e scomodamente in mezzo tra iPhone e Mac Book, senza alcun tipo di caratterizzazione particolare. E’ troppo costoso per chi vuole un lettore di e-book. Schifosamente caro per chi vuole una console di videogiochi; inadeguato per chi deve lavorare in mobilità (e si compra un Mac Book); inadatto ad assecondare l’effetto moda cui tiene tanto il pariolino (l’iPhone è per lui più pratico e più utilizzabile).

Sono molto contento dell’iPad e lo comprerò: è un prodotto perfetto per quel segmento di rompiscatole a cavallo tra fanatici della connettività ubiqua e alienati tecnologici, ma parte della mia soddisfazione per il prodotto deriva anche dal fatto che non sono più un azionista Apple. Con il Mac Book, la Apple aveva cavalcato la grande migrazione da computer desktop a notebook incrementando il proprio mercato. Con iTunes aveva allargato ulteriormente (e cambiato radicalmente) il proprio mercato di riferimento entrando nel segmento dei riproduttori audio e diventando il primo negozio online di musica. Con l’iPhone, due anni fa, ha cominciato a rivolgersi a all’enorme popolazione di sim card mondiale facendo per l’internet in mobilità quello che ha fatto con il download legale di mp3. Con l’iPad, Apple non incrementerà la propria base utenti, ma andrà a cannibalizzare difensivamente (meglio cannibalizzare un po’ della propria quota di mercato che farsela mangiare dai concorrenti) parte delle vendite di Mac Book e soprattutto di iPhone o iPod Touch. I margini non ne beneficeranno, soprattutto quando la concorrenza risponderà.

Molti hanno definito l’Ipad un iPhone grande, non senza un pizzico di delusione (o di sprezzo). Dal mio punto di vista, per quello che ho sempre cercato da un prodotto del genere, definirei piuttosto l’iPhone un iPad piccolo.

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Quelli che

Inserito da danybus | gennaio 27, 2010

Non sono un addetto ai lavori, ma credo che Facebook, anche nelle sue più deprecabili propaggini, sia una preziosa miniera di informazioni per lo studio della psicologia delle masse e del singolo nelle masse. Più che l’ansia da status, la condivisione spinta del materiale fotografico, il tag selvaggio e la socialità patologica (quel particolare vizio che spinge alcuni a diventare amici degli amici degli amici e dei parenti fino al duecentesimo grado in una sorta gara sociale), mi ha sempre colpito il fenomeno dei gruppi.

Qualunque membro su Facebook può creare un gruppo, invitare degli iscritti fra amici e non, e utilizzare quella sezione di Facebook come piattaforma di discussione e punto di aggregazione. Questo almeno è ciò a cui dovrebbe servire la funzione Gruppi nelle intenzioni dei fondatori di Facebook. Per una curiosa eterogenesi dei fini (e per una politica fin troppo permissiva da parte del Social Network), la sezione Gruppi è diventata un amplissimo ripostiglio di ubbie, vizzi, idiosincrasie che sentiamo il bisogno di comunicare al mondo in cerca di un’indulgente complicità. Ecco quindi spuntare migliaia di gruppi che iniziano per “Quelli che…” (tutti caratterizzati da almeno un errore ortografico nel titolo del gruppo: fà, stà,và, pò e varie abbreviazioni creative della generazione essemmesse). Si va dal banale “QUELLI KE I VESTITI LI BUTTANO SULLA SEDIA INVECE KE METTERLI NELL’ARMADIO” (sic) al più ardito “TUTTI QUELLI CHE HANNO AMOREGGIATO IN MACCHINA!!!” (sic). E’ evidente che nessuna persona sana di mente, anche se non particolarmente profonda e raffinata, si metterebbe mai a discutere su Facebook con degli sconosciuti sulle difficoltà che attendono chi giace con il partner sul sedile di una Punto, eppure tutti questi gruppi hanno seguiti spaventosi di persone che si iscrivono e diventano membri silenti trasportati da una sorta di eccitazione da condivisione. Uno dei gruppi più seguiti è “Quelli che…Oh Ciao!-”Ciao!-Ma chi era?-”Cazzo ne so…”. Chi legge nella propria home page su Facebook che un suo amico si è iscritto a quel gruppo, istintivamente pensa: “ohu, anche a me capita sempre”. Non riconoscere le persone salutandole comunque è un vizio/tara piuttosto comune, ma normalmente tendiamo a non andarne fieri comunicandolo ai quattro venti. Vedendo un mio amico iscriversi a quel gruppo, regrediamo improvvisamente all’infantile “anch’io” e quasi storditi si clicca su “Join group” sollevati per il fatto che ci siano tante persone con cui condividere quel difetto.

Ecco, questo inutile cappello era per dire che i Flaminio Maphia (gruppo la cui musica non rientra assolutamente nelle mie corde) hanno fatto uscire il singolo “Quelli che” in cui si riprendono pari pari i nomi dei gruppi di Facebook più seguiti. Il riferimento al fenomeno dei gruppi “Quelli che” non è esplicito, ma scommetto che l’ispirazione l’hanno trovata lì. E per quanto io possa detestare l’accento romano ostentato e tutto ciò che gira attorno ai Flaminio Maphia, devo dire che la canzone, nella sua semplicità, funziona. L’ascoltatore ride dentro di sé ed è appagato pensando “anch’io”.

E a margine di “Quelli che” rifletterei anche su questo ritorno in voga della banalità ostentata e della massa. Una volta si professava la sofisticazione e l’originalità (non senza eccessi di maniera), oggi invece c’è una sorta di rivincita della semplicità condivisa. Se ne sono accorti anche alcuni pubblicitari.

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Timeo danaos

Inserito da danybus | gennaio 27, 2010

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Dopo aver mostrato alla comunità finanziaria di tenere la contabilità di stato col pallottoliere o con molta malizia (o con entrambi), la Grecia si è affacciata sul mercato del debito con un’emissione obbligazionaria da 8 miliardi di euro a scadenza quinquennale.
I nuovi titoli vengono prezzati con un rendimento del 5,93%, uno spread del 3,8% (381 basis point) rispetto a quanto paga la Germania sul suo debito pubblico con analoga scadenza; 385 basis point in più di quanto riesce ad ottenere un’emittente corporate come Enel.

A me pare preoccupante che uno stato sovrano, membro dell’Eurozona, paghi interessi così alti (molto di più di paesi che ancora definiamo emergenti) sul suo debito, eppure la stampa economica ha dato molta enfasi al successo che i titoli greci hanno riscosso sui mercati, con una domanda quattro volte superiore all’offerta di 8 miliardi di euro: “segno che la Grecia non avrà problemi di rifinanziamento”. Qualcuno ha osservato che la domanda di € 25 miliardi, solo per questa emissione, è pari a circa la metà del deficit di bilancio che la Grecia dovrebbe finanziare nel 2010. Sale la borsa di Atene, scendono i rendimenti dei titoli decennali greci e tutti sono contenti.
Non per fare il guastafeste, ma bisogna ricordare che i titoli di stato greci possono ancora essere utilizzati dalle banche come “collateral” per le operazioni di rifinanziamento della BCE all’1% solo in virtù di una speciale misura “anticrisi” che rende idonei per queste operazioni anche le obbligazioni con rating minore di A- (e i titoli Greci oggi hanno un rating di BBB+). Che le banche greche corrano a comprare titoli di stato con rendimenti del 6% quando possono finanziarsi dalla BCE ad un tasso dell’1% non sorprende affatto. Quanto chiederanno, però, quando quei titoli non saranno più idonei ad essere portati dalla BCE per operazioni di rifinanziamento? Sette? Otto percento? Forse non sottoscriveranno affatto altre emissioni di debito. Con la complicità della BCE disposta ad accettare junk sovereign bond come collateral e i mercati liquidi e affamati di rendimenti, non c’è dubbio che la Grecia riesca a rifinanziarsi. Ma a che prezzo? Per quanto tempo? Si conta sulla tacita (e per niente certa) intenzione della BCE di prolungare il periodo “provvisorio” in cui accetterà titoli BBB+ per le operazioni di rifinanziamento.
Quando Parmalat Finanziaria cominciò ad emettere obbligazioni spazzatura, al ritmo di un’emissione al mese, nei mesi dell’avvitamento finanziario, offriva rendimenti tra il il 7-8% (e i titoli di stato allora rendevano qualcosina in più del 2% striminzito di adesso). “Ti pare che fallisce la Grecia?”. Ha dichiarato default 5 volte da quando esiste (l’ultima volta nel 1932) e come insegna il lavoro di ricerca “This time is different” di Rogoff e Reinhart, l’illusione di di vivere in tempi speciali e nuovi in cui le regole e gli eventi del passato non sono più significativi è soltanto… un ‘illusione. Nello stesso libro di Rogoff e Reinhart si spiega come il signoraggio e l’inflazione abbiano sempre rappresentato una strumento usato ed abusato dagli stati per evitare il default de jure (stampando moneta e alzando i prezzi si abbassa il valore reale del debito che nominalmente non varia), ma gli stati europei hanno tutti rinunciato alla sovranità monetaria e la spesa del governo di Papandreou sarà limitata da una sorta di commissariamento del tesoro greco (commissariamento nel senso che la Commisione ci metterà sempre più il naso). Inoltre tutti gli aggregati monetari in Europa registrano crescite anemiche (la media mobile del tasso di crescita di M3 era dello 0,6%, contro il 12% dei livelli pre-crisi) e lo spettro della deflazione (con cui si appesantirebbe il debito dello stato) è ancora un’ipotesi plausibile tanto quanto l’inflazione. Il default de facto della Grecia è, se non certo, prevedibile e plausibile. Nessuno dibatte su questo. C’è grande incertezza invece su come interverrebbe l’Europa nel caso di default di uno dei suoi membri.

Il rompicapo rappresentato dal default di un paese dell’Eurozona e il lungo effetto domino che ne deriverebbe pare stia stuzzicando più i giornalisti che le autorità competenti. Commissione e BCE tacciono; la Grecia fa ovvie dichiarazioni di circostanza e una politica monetaria che ha ridotto all’osso i tassi di interesse rende molto attraente il coupon dei titoli greci. Tanto più che un membro della UE come l’Ungheria (anche se non della UEM – cioè della zona euro) è stato già soccorso dal Fondo Monetario con discreto successo (l’Ungheria però è uno stato per certi versi più disciplina e uso a certe ingerenze).
A fine 2008 l’inerzia e l’incertezza figlie di un incerto barcamenarsi tra moral hazard e pragmatismo hanno creato il caos intorno al fallimento di Lehman con le conseguenze che tutti sappiamo. Il default della Grecia non sarebbe un cigno nero; è talmente atteso che tutte le fosche previsioni di default hanno ormai il sapore di apotropaiche sentenze per scongiurarlo. Tuttavia, i mercati hanno bisogno di chiarezza per prezzare correttamente il rischio. Riserbo e mistero sono ottime tattiche di marketing per promuovere un prodotto come l’iTablet, ma i mercati finanziari sono affamati di informazioni e certezze. Sarebbe assai spiacevole che l’Eurozona, in crescita zoppicante, fosse compromessa da un cavallo di Troia (o un banale cigno bianco avvistato a chilometri di distanza).

Intanto questa incertezza provoca pericolose distorsioni dei mercati e valutazioni del rischio non proprio ortodosse. Il tesoro greco, galvanizzato dalla sua prima emissione quinquennale dell’anno, ci ha preso gusto e ha già annunciato un’emissione decennale aggiuntiva a febbraio.

Temo i greci.

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Integranti intenzioni

Inserito da danybus | gennaio 11, 2010

2525755510_3f92347519_m.jpgNella ultime settimane, tra i vari scoop sul maltempo e le cronache di provincia, ha avuto un certo rilievo la tenzone tra gli opinionisti del Corriere Della Sera e de La Repubblica. Sartori dalle colonne del Corriere, prendendo spunto dalla prossima discussione parlamentare sulla cittadinanza agli immigrati, ha acceso la miccia riproponendo una tesi di fallaciana memoria sull’Islam:

“illudersi di integrarlo italianizzandolo è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare.”

Sartori ragiona per induzione – con un deboluccio a contrario – sostenendo che, in assenza di significativi esempi storici di integrazione di musulmani immigrati, la cultura sottostante a quella religione sia di fatto incompatibile con i moderni ordinamenti occidentali. Boeri di Repubblica controbatte con alcuni esempi (i magrebini in Francia; gli Uyguri in Cina; i Turchi in Germania, etc.) alzando l’asticella del dibattito: dalla possibilità di integrazione dei musulmani nel contesto civile italiano alla libertà di culto:

“Pensa Sartori, come quei sindaci leghisti che si battono contro la costruzione di moschee nelle loro città, che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse da noi, per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?”

L’esempio francese, ad essere onesti, non è proprio dei più virtuosi. Dopo mezzo secolo di permanenza in uno stato che subito dopo liberté, égalité, fraternité annovera l’ecumenismo laicista e l’integrazione civile fra i suoi valori distintivi, non sono mancate rivolte delle banlieue esondate in emergenze nazionali; per non parlare degli attentati alla metropolitana parigina negli anni ‘90. Anche sugli Uyguri la cronaca non ci ha restituito immagini rassicuranti sull’integrazione dell’Islam, ma il contesto della Repubblica Popolare Cinese non dev’essere certo ospitale quanto quello della République. Sartori schiva il tranello perbenista della libertà di culto facendo un passo indietro e rispondendo così:

Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.

Aggiungo a questo punto i miei due cent in qualità di cittadino italiano di religione ebraica “perfettamente integrato”.
Ora, a rischio di tirar fuori quella petulanza da vittime di cui a volte si biasimano i membri perfettamente integrati delle comunità ebraiche occidentali, vorrei rammentare la storia di persecuzioni, ghettizzazione e razzismo che hanno reso ardua l’integrazione ebraica (nonostante radici culturali comuni) a prescindere da qualsivoglia predisposizione culturale degli “immigrati” ebrei. Dalle comunità slave orientali a quelle mediterranee, tutti i tentativi degli ebrei di inserirsi nei tessuti civili dei paesi ospiti mantenendo al tempo stesso la loro forte identità ebraica sono stati osteggiati e temuti dalle autorità. Nelle comunità del Mediterraneo l’alternativa era tra apostasia o ghettizzazione. Nel lasso di tempo fra la Rivoluzione Francese e il Nazismo, nonostante un certo avanzamento della cultura laica, il callo dell’antisemitismo non si è ammorbidito del tutto continuando a fare capolino di tanto in tanto anche nei giorni i nostri (in forme talora edulcorate, talora dure e dissimulate da antisionismo).
Oggi tra gli ebrei italiani si contano senatori, direttori di giornali, giornalisti, professori, professionisti. E’ un’integrazione di successo ma – è bene dirlo – guadagnata e ottenuta cedendo di volta in volta piccole particelle di identità. E’ una pura constatazione di fatto che affermo senza alcun sottinteso critico: ognuno fa le sue scelte. All’asilo ho scelto che non fosse il caso di mettermi in un angolino ad emarginarmi quando la signora Bizzarri del Maria Ausialiatrice ci faceva recitare la preghierina. Ho scelto di rispettare il crocifisso appeso al muro del seggio elettorale installato al Maria Ausialiatrice senza far ricorso a chissà quale tribunale. Decido di non far subire a chi mi invita a cena regole alimentari piuttosto passé. Ho scelto di andare a scuola di sabato con tutti i miei amici e, quando è Natale, mi faccio contagiare da quella follia collettiva in cui una volta si celebrava la nascita di un ebreo famoso.
Le generalizzazioni statistiche dicono verità parziali, ma, tra gli ebrei che conosco, il coefficiente di correlazione lineare tra grado di integrazione nella società italiana e mantenimento della propria identità ebraica è molto vicino a -1 (inversamente proporzionale quindi).
L’integrazione di religioni aliene al rito incumbent è insomma possibile, come dice Sartori e come dimostrano le comunità ebraiche. L’esempio richiamato da Sartor, tuttavia, dimostra anche che integrazione rima con assimilazione. Tanto più si cerca la prima, tanto più diventa arduo evitare la seconda. E Non dico certo che non mi siano capitati sotto gli occhi esempi di equilibrio ottimale tra le due tendenze. Sono un ottimista tanto che al ritorno dal mio primo viaggio in Israele, affascinato da un paese in cui è preponderante l’identità ebraica, mi esprimevo così:

Nonostante tutto, rimarrò sempre un italiano d’origine controllata e garantita tirato su con Striscia la Notizia, Veline, Dante, Machiavelli, il cucchiaio di Totti e la pasta asciutta. Alla dicotomica scelta tra Alyah e assimilazione sono tuttora convinto che sia possibile opporre una terza via.

L’equilibrio ottimale di cui parlo è, però, ancora fragile, mobile ed è stato ottenuto dalle comunità ebraiche dopo secoli di conflittuale diaspora in Europa. Il problema dell’integrazione dei musulmani (e della cittadinanza italiana agli immigrati di quella religione), relativamente recente, non è dunque stabilire se l’Islam come religione sia culturalmente predisposta all’integrazione, quanto capire cosa sia disposto a concedere un musulmano che oggi vuole diventare italiano. Sarà ingiusto e politicamente scorretto, ma l’Italia è un paese costituzionalmente multiculturale dove regna una cultura totalitaria ingombrante con cui qualsiasi civiltà deve fare i conti. La colf filippina (più o meno della mia età) che oggi ha una figlia nata in Italia che va all’asilo e parlerà italiano meglio della madre, ha una cultura del tutto compatibile con quella del paese di cui è cittadina e magari tra 20 anni non si porrà nemmeno il problema dell’integrazione come me lo pongo io scrivendo su internet testi lunghi e pedanti. Il nigeriano musulmano che sbarca a Lampedusa, purtroppo (e non per colpa sua), parte con un deficit di integrazione notevole: non solo ha abitudini culturali poco compatibili con la vita italiana di tutti i giorni, ma per colpa di gente riconducibile grosso modo alla medesima matrice culturale oggi ci vediamo costretti a rinunciare a piccole libertà, ad essere più controllati, a levarci le scarpe in aeroporto e a farci spogliare da un body scanner. In questo contesto, alcune pretese di chi è ospite appaiono democraticamente giuste, ma praticamente inopportune e controproducenti.
Tesi come quelle di Sartori (o come quelle che si ritrovano nei libri di Fallaci) evidenziano con candore e schiettezza un problema senza proporre però una soluzione, come se fosse possibile ignorarlo e risolverlo con una non-integrazione che diventa rifiuto e ghettizzazione. D’altro canto, offrire a chi sbarca sulle coste delle Penisola l’illusione di un’integrazione a tappe forzate è utopico e dannoso perché cala dall’alto, ex abrupto, un equilibrio che ancora non si è formato e che solo secoli di interazione potranno creare con risultati soddisfacenti. Evitare questo tipo di interazione (rifiutandola da una parte con l’emarginazione à la Sartori, o con l’integrazione d’ufficio à la Boeri dall’altra) non farà che aggravare un conflitto fra culture non proprio affini.

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Lusso scontato

Inserito da danybus | gennaio 4, 2010

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Le macchine in coda ai caselli in prossimità degli outlet; le vie del lusso prese d’assalto dalle masse. E’ periodo di saldi: una ricorrenza annuale in cui si manifesta in tutta la sua desolazione la disperazione di una società sotto il giogo del lusso necessario e della griffe-à-tout-prix. Non credo ci sia bisogno di spiegare il meccanismo psicologico su cui fa leva il mercato del lusso (il bisogno di esclusività, l’espressione del benessere, l’oggettivazione dell’appagamento personale, ecc.), né tanto meno mi sembrerebbe coerente ergermi a Savonarola del 2010 e criticarlo, visto che ne sono così invischiato da non riuscire a rinunciare alla marca neanche quando compro del banale nimesulide in farmacia. Purtroppo, però, il lusso ha ormai assunto risvolti perversi e senza senso che suscitano desolazione e sconforto prima ancora che indignazione.

Se a fine mese decido di spendere 500 euro per un paio di scarpe, quando potrei tranquillamente soddisfare lo stesso bisogno con un quarto della stessa cifra comprando calzature più anonime, in primo luogo ho già valutato che posso permettermelo e poi sto dando sfogo al mio personale edonismo: il piacere di essere servito in una bella boutique; la spensieratezza di uscire dalla stessa boutique con pesanti buste alla mano, leggeri nell’anima e nel portafoglio, il gusto del possesso ed altre frivolezze del genere. Esaspero particolarmente il carattere vacuo di tale piacere solo per rimarcare ulteriormente come io stesso non vi sia insensibile. Quando poi indosso quelle scarpe, in realtà, ostento uno status esclusivo così da rendere palese, oggettificandolo nel quotidiano, un certo senso di benessere. E’ tutto così irrazionale e stupido, ma può esserlo altrettanto spendere soldi, tempo e passione per roba come il calcio, la musica o il cinema: ognuno ottimizza razionalmente il risultato delle proprie scelte secondo funzioni di utilità che di razionale hanno ben poco.

Quando mi si presenta l’opportunità di comprare lo stesso paio di scarpe per il 30% in meno (150 euro di risparmio) facendo un viaggetto di 70 km, pagando pedaggio e benzina e perdendo un’intera giornata in un casermone affollato di gente dove verrò servito malamente da personale di vendita esasperato, ritengo razionalmente che il gioco non valga la candela. Non tanto per un elitario distacco dalla massa o per il gusto dello scialo, ma perché il risparmio netto che andrei ad ottenere sarebbe a totale detrimento dell’essenza stessa di lusso e della motivazione prima che può spingere uno come me a comprare un paio di scarpe che costano quattro volte il prezzo di comuni calzature non griffate. Intendiamoci: se trovo in centro, senza far code, così per caso, un articolo scontato che mi interessa, ben venga; ma mettersi a far code nel mezzo del nulla, come se stessero distribuendo latte in polvere in Burkina Faso, solo per risparmiare il 30% sull’acquisto di beni voluttuari, mi sembra grottesco sotto ogni aspetto.
Se davvero l’oculatezza e la crisi sono le cause principali che alimentano le code di fronte alle vetrine di Prada, direi che forse sia il caso di spiegare alla gente in fila che si possono trovare scarpe più anonime che costano l’80% in meno di ciò che andrebbero a spendere nelle boutique di Via Dei Condotti a prezzi di saldi. Se invece sono lusso e stile a farci fare quelle code, consiglierei ai seguaci degli outlet di guardarsi attorno facendo notare loro che non c’è nulla di lussuoso o stiloso nel fare la coda per arraffare le briciole griffate dei più abbienti.

Non è deprecabile il consumismo; non lo è il lusso; non lo è la sua volgarizzazione. E’ preoccupante invece una società che trasforma un bene esclusivo in un bisogno inclusivo per cui fare la coda con tanto di numerino, come dal panettiere.

Buono shopping.

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Anche i preti potranno sposarsi

Inserito da danybus | gennaio 3, 2010

Anno nuovo, decade nuova. Come consuetudine ormai da queste parti, ci si diverte a vestire i panni di Nostradamus vaticinando sull’anno che verrà. Prima di cominciare, però, rileggiamo col senno di poi ciò che blateravo un anno fa.

Sul credit crunch:

Tutte queste potenti cure (misure di stimolo all’economia n.d.r.) hanno sicuramente fatto sopravvivere il paziente nel 2008. Nel prossimo anno l’attenzione sarà tutta sugli effetti collaterali che le cure stesse avranno sul resto del sistema finanziario. Nella migliore delle ipotesi la liquidità tornerà a scorrere nelle vene dell’economia rimettendo in moto una crescita moderata; nella peggiore delle ipotesi l’enorme massa di liquidità immessa nel sistema rischia di fare più danni dei problemi che s’intendeva risolvere e gli Stati Uniti potrebbero invischiarsi in una “trappola di liquidità” come quella che colpì il Giappone lo scorso decennio. Il verificarsi del secondo scenario comporterebbe un lungo periodo di stagnazione e deflazione negli Stati Uniti e una forte svalutazione del dollaro che avrebbe effetti nefasti per l’Europa e per il mondo.
La mia personale convinzione è che siamo, ahimè, molto prossimi al verificarsi del secondo scenario, ma in qualche modo le conseguenze sull’economia globale verranno attenuate da un’azione coordinata delle banche centrali volta ad isolarne gli effetti negli Stati Uniti.
Sarebbe una buona opportunità per una nuova Breton Woods.

Effettivamente, a dispetto dei tassi a livelli “exceptionally low for extended period” e del quantitative easing, la liquidità immessa nel sistema bancario statunitense fa molta fatica ad arrivare a imprese e famiglie che sono ancora impegnate nel brusco deleveraging. Questo grafico è particolarmente significativo per capire come tale processo sarà lungo quanto brusco:

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La liquidità va quindi a finire in commodity, azioni, corporate bond e qualsiasi tipo di asset (immobiliare escluso) che abbia prospettive di ritorni superiori allo 0%. Le banche ne approfittano per lanciare mastodontici “rights issue”, ripagare il TARP e svincolarsi dal guinzaglio dello Zio Sam.

Nel 2010? Le banche continueranno lentamente a fare pulizia nei bilanci: ci sono miliardi di commercial mortgage e di finanziamenti a SMEs (o PMI) che aspettano solo di essere svalutati. A prescindere da chi la spunterà tra IASB e FASB, le banche opereranno sempre più come morti viventi. Sarebbe il caso che alcune facessero testamento.
Il dollaro si manterrà forte nei confronti dell’euro grazie alla debolezza dell’ultimo e all’incertezza che aleggia sui PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E’ probabile invece che la banca centrale cinese e lo Yuan ci riservino qualche sorpresa dopo l’insofferenza mostrata negli ultimi anni nei confronti del verdone.
Se nel 2009 e nel 2008 i riflettori sono stati puntati sulle banche, nel decennio che inizia i l’attenzione sarà rivolta con apprensione ai sovereign bond (il debito degli stati sovrani). L’aspettativa di una prossima Argentina nell’unione monetaria europea è così discussa che, se dovesse effettivamente materializzarsi, apparirebbe nelle sembianze di un cigno bianco. Quel che è certo, è che nel corso del 2010 ci sarà una tale offerta di debito emesso da stati sovrani (da tutto il mondo), che sarà inevitabile un inasprimento dei tassi nella parte della curva 5Y-10Y. L’alternativa sarà tra (a) un accomodamento di questa tendenza, con il rischio di imbatterci in un soffocamento della ripresa economica in atto, oppure (b) un ulteriore ricorso al QE per tenere sotto controllo i tassi nella parte lunga della curva, con il rischio di alimentare bolle ed inflazione. L’eccesso di capacità produttiva e lo stato comatoso del mercato del lavoro fanno apparire contenuti i rischi di inflazione, ma bisogna fare i conti con la possibilità di uno yuan rivalutato e di una stretta ai rubinetti dei paesi Opec.

Sui media:

[... ]consumatori con meno potere d’acquisto e connessioni a banda larga sempre più veloci, saranno sempre meno inclini a spendere quei 15 euro per soddisfare il feticcio di posare di posare sulla mensola il loro film preferito e guardare qualche contenuto extra. Sarà allora il caso che i fornitori di contenuti si adoperino seriamente per creare un sistema serio di distribuzione dei contenuti. Hulu.com mi sembra un buon punto di partenza.
[...]Chissà che il 2009, con la tanto paventata crisi dei consumi, non porti le major a ripensare in tal senso i propri sistemi di distribuzione via internet.

La Rai ha creato Rai.tv. Mediaset ha annunciato l’arrivo di video.mediaset.it (catch up tv). La direzione è quella che avevo previsto ad inizio anno, ma è in atto una frammentazione dell’offerta. Google sostiene, pro domo sua, che i proprietari dei contenuti farebbero meglio a rivolgersi a Youtube per la distribuzione e la valorizzazione dei contenuti video (”Media companies would be better off handing their online video activities to Google’s YouTube video-sharing site than pursuing home-grown efforts such as Hulu.com and the US cable industry’s TV Everywhere initiative”). Il 2010 probabilmente vedrà l’inizio di questo tipo di tendenza con Youtube che comincerà ad offrire contenuti premium a pagamento.

Sui telefonini:

Nel 2008 c’erano troppi produttori di telefoni cellulari e poco spazio in un mercato che tutto sommato è cresciuto molto. Ne 2009 con il consolidarsi delle quote di mercato di Apple (iPhone) e RIM (Blackberry) e la frenata dei mercati emergenti ci sarà ancora meno spazio ed è prevedibile che qualche produttore salti. Motorola? Sony-Ericsonn? Samsung? Palm?

Toppata, anche se Sony-Ericsson continua a licenziare. Motorola e Samsung potrebbero sopravvivere grazie ad Android. Palm invece sembra essere sempre più marginalizata (Sorry Bono Vox). Sembra che ormai se la giocheranno Apple e RIM, con quest’ultima che con grande sorpresa di tutti è riuscita a diversificare la propria clientela andando oltre la consueta utenza corporate (tra i giovani il blackberry comincia ad avere un certo successo come smartphone alternativo al costoso iPhone).

Sul petrolio:

Con il petrolio che oggi quota a poco di un quinto di quelli che furono i picchi dell’estate 2008, c’è da immaginare che alcuni stati esportatori andranno in crisi e faranno di tutto per evitare il peggio e riportare le quotazione su livelli per loro sostenibili. Dal momento che questi stati hanno una politica estera “poco convenzionale” (parliamo di Iran, Venezuela, ma anche della Russia) aspettiamoci pure qualche temporaneo picco che riporti il petrolio al 100 dollari (un embargo? un guerra?).

Il Petrolio si è ripreso da quando era sceso sotto quota 40$ anche grazie al fuoco soffiato da Iran, Venezuela e Russia sulle tensioni internazionali. Nel 2010 i negoziati sul nucleare iraniano continueranno ad alimentare le tensioni sul mercato dell’oro nero controbilanciando una domanda fiacca che rischia di indebolirsi ulteriormente quando le misure di stimolo all’economia cinese svaniranno.

Su Israele:

Verrà riaperto il fronte con il Libano e stavolta l’Iran potrebbe essere della partita in modo più diretto.

Previsione sbagliata che rimando al 2010.

Sul traffico aereo:

Io dico che il traffico sugli scali italiani potrebbe crescere ancora a due cifre a dispetto delle fosche previsioni. La flotta aerea è aumentata enormemente in questi anni e il petrolio è a prezzi bassissimi. Ciò dovrebbe più che compensare il minore potere di spesa di consumatori e aziende dando nuova linfa ai vettori low-cost.

Beh, avevo un po’ esagerato. Comunque il numero di passeggeri è rimasto stabile in Italia.

Su Apple:

Steve Jobs darà le dimissioni da amministratore delegato. Il tira-e-molla del 2008 con voci e smentite sulle sue condizioni di salute è stato imbarazzante per la società e umiliante per l’uomo che credo non vorrà continuare per tutto il 2009 con ridicole recite ad ogni Mac World.

Effettivamente si è dimesso, ma è anche rientrato nel mese di settembre. Auguri.

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Stream of a decade in decay

Inserito da danybus | dicembre 25, 2009

L’11 settembre e il potere gregario della notizia. Il Grande Fratello e il potere gregario del reality. Il nuovo millennio e la vecchia guardia. Il televoto e l’Enalotto. Internet, i blogger e la rivincita dei nerd. L’apice dell’sms, la caduta dell’sms e la ribalta dell’email. L’apice dell’email, la caduta dell’email e la ribalta dell’instant messaging. Apple, iPod e la morte delle radio. La rinascita delle radio. La playlist, la whishlist, l’e-commerce. Le serie tv e BitTorrent. Lost, 24, Battlestar Galactica, Dr. House, Grey’s Anatomy e la sua colonna sonora. La nostalgia degli anni ’80 e lo sdoganamento dei ’90. I mondiali persi, i mondiali vinti; lo scudetto perso, lo scudetto vinto. Il calcio su Sky e la fine di ’90 minuto. Google, Youtube e la memoria molle. La morte annunciata del libro, l’ottimo stato di salute del libro e l’inatteso stato comatoso della TV. Roth, Piperno, Richler, Jacobson. Il Codice Da Vinci, Harry Potter. I “signori” degli anelli e le piccole gemme che ti ricordi. The Ethernal Sunshine Of The Spotless Mind, Lost In Traslation, il cinema di Tarantino, i fumetti sul grande schermo, i nuovi Woody Allen e gli occhi lucidi davanti ai film della Pixar. I concerti di Cohen, Dylan, Conte, Springsteen e i dischi dei Baustelle. La new economy, i derivati, le commodity, la bolla immobiliare, la grande crisi e le bolle che verranno. I co.co.pro, i contratti a progetto che non ti permettono di far progetti, la nostalgia della rendita e il revival della rendita. La fuga dei cervelli, la fuga degli amici. I social network: nuovi amici che tornano, vecchi amici che ritornano. Il low cost e l’alta definizione. I Bric, il nuovo ordine mondiale, le pandemie e l’Amuchina. Le foto digitali, le foto col cellulare, il Blackberry, l’iPhone, l’always-on e il never off.
Le liste e il loro susseguirsi sempre troppo veloce.

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God’s work, bonuses and meritocracy

Inserito da danybus | dicembre 24, 2009

blankfFT’s person of the year. And the winner is… Lloyd Blankfein: figlio di un postino, proveniente da una famiglia emigrata nel Bronx dall’Est Europa a fine XIX secolo. La scelta del Financial Times sarà anche opinabile, inopportuna e disallineata allo Zeitgeist anti-finanza, ma alcuni tratti della biografia di Blankfein costituiscono un encomiabile esempio di meritocrazia à l’ameicainne, il miglior dono che una società possa ricevere e dare.

Mr Blankfein was born in 1954 to Seymour Blankfein, a postal clerk in the Bronx. The Blankfein family had emigrated to the US from eastern Europe during the 1880s and had at first prospered in the New York garment industry, but then suffered during the Great Depression.

His parents moved to East New York, now a bleak and run-down area of Brooklyn, and lived in the Linden Houses, a public housing project. Mr Blankfein attended schools including the Thomas Jefferson High School, where he gained entry to – and financial aid from – Harvard.

One formative experience was his discovery that, when his father retired from the US Postal Service to Florida, his place was taken by a sorting machine. Mr Blankfein was afterwards haunted by the image of his father working hard at a job that had already become redundant.

His background was not wholly unusual at Goldman. It was founded by Marcus Goldman in 1869 as a commercial paper dealer, and Charles Ellis records in The Partnership, a history of Goldman, that Sidney Weinberg, its most influential early partner, rode the New York subway and used to say proudly: “I’m just a Brooklyn boy from [Public School] 13.”

After attending Harvard and Harvard Law School, Mr Blankfein got his first job at Donovan, Leisure, Newton & Irvine, a law firm founded by an Anglophile who instituted a tradition of serving tea and biscuits every afternoon. After a four-year spell there (including two years in Los Angeles advising Hollywood companies on tax) he grew interested in finance.

Goldman and Morgan Stanley turned him down when he applied to become an investment banker but he found a way in through the back door when he was instead recruited by J. Aron, a commodities trading firm. By the time he joined in 1982, Goldman had acquired J. Aron.

Mr Blankfein ascended the trading side of Goldman as it contributed an ever greater share of revenues, becoming chief executive in 2006, when Hank Paulson was appointed Treasury secretary. By then, Mr Blankfein was arguing for Goldman blurring the boundaries between its investing, advising and trading sides.

The bank went in the direction that he wanted and profited hugely from it: by 2007, Goldman’s net revenues had reached $46bn, of which $31bn came from trading and investing its own capital, and Mr Blankfein’s compensation was $54m. Becoming a Goldman “partner” – one of its 400 senior managing directors – had become the most reliable route to great wealth on Wall Street.

Mr Blankfein is not known for obvious extravagance. Most of his wealth is tied up in Goldman shares – his holding is currently worth about $615m – although he lives in a $26m apartment in 15 Central Park West, an apartment building favoured by Wall Street figures. He also owns a house in Sagaponack in the Hamptons, which he bought in 1995.

He has few outside interests, but he reads a lot – he majored in history at Harvard and remains a history buff – and is a keen judge for the Financial Times and Goldman Sachs Business Book of the Year Award. He swims and runs to keep in shape, although his weight fluctuates.

He devotes some time to philanthropy, including chairing a taskforce at Harvard on financial aid. “He has been an insightful voice on what financial aid means. His education was significant in his life,” says Drew Gilpin Faust, Harvard’s president.

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Ragazzi di 27-28 anni

Inserito da danybus | dicembre 20, 2009

Leggendo stamattina l’editoriale di Dario Di Vico stava per andarmi di traverso la colazione. Ero intenzionato a scrivere un post di risposta pro domo mea, ma poi mi sono accorto che ci aveva già pensato Gianfilippo Cuneo con straordinario tempismo commentando direttamente sul blog di Di Vico. Dal momento che avrei voluto scrivere esattamente le stesse cose, riporto il suo commento Cuneo qui sotto:

Se è vero che c’erano molti ragazzi di 27/28 anni nei Fondi, le decisioni vere le prendevano altri “ragazzi” di 37/38 anni a Londra; c’erano però anche i banchieri che davano l’acquisition financing che di anni ne avevano una o due decine di più. Si può capire che i trentenni/quarantenni non avessero memoria dei cicli economici, ma quelli di qualche anno in più avrebbero dovuto sapere che un decennio di continua espansione di fatturati e valori non ci sono mai stati.
All’inizio dello sviluppo del private equity c’erano aziende relativamente mal gestite, ed il private equity ha contribuito a farle sviluppare (casi Panini, Seat, Riva, Ferretti, Castelgarden, Galbani e molte altre): la leva era sopportabile se c’era davvero lo sviluppo, realizzato da manager competenti. Il seme dei guai è stato messo quando sono arrivati gli imitatori, al secondo o terzo “giro”, che si illudevano che ci fosse uno sviluppo eterno. In particolare, l’errore è stato di pensare che nuovi manager potessero continuare a migliorare il business anche dopo che era stato sottoposto una o due volte alla cura di altri manager professionali. Nel gioco dell’ “omino nero” sono tutti bravi quelli che scartano il fante di picche, ma ce n’è sempre uno che alla fine del gioco se lo tiene.
Il sotto-settore del private equity che si chiama “capitali per lo sviluppo” (growth capital) non ha fatto gli errori dei leveraged buyout; poca leva, imprenditori competenti, rimozione dei vincoli storici (in particolare limiti di capitale proprio) hanno consentito una notevole creazione di valore, e ancora lo consentiranno in futuro. Growth capital è però un settore che è rimasto piccolo relativamente all’abnorme crescita degli LBO

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