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L’imbattibile Walzer

Inserito da danybus | marzo 8, 2010

51VGRFReEkL._SL500_AA240_.jpgHo scoperto Howard Jacobson due anni fa leggendo l’edizione italiana di Kalooki Nights (Cargo). Mi lasciò entusiasta per l’ottima amalgama di prosa elegante, vis comica e universo ebraicocentrico. Restai particolarmente deluso, invece, nello scoprire che in Italia Jacobson, malgrado i suoi dieci romanzi all’attivo (e i suoi 67 anni al passivo), fosse ancora un debuttante con una sola opera (Kalooki Nights, per l’appunto) tradotta nella nostra lingua. Visto il discreto successo dell’edizione italiana di Kalooki Nights, Cargo ha recentemente pubblicato, sempre nella traduzione italiana dell’ottima Milena Zemira Ciccimarra, L’imbattibile Walzer (The Mighty Walzer), romanzo antecedente del 1999.

E’ uno di quei cosiddetti romanzi di formazione. Si segue il protagonista dalla fanciullezza, soffermandosi sugli episodi e le tappe salienti che ne determineranno personalità e carattere da adulto. La vita di Oliver Walzer sembra destinata ad essere straordinaria e grandiosa. Oliver descrive in prima persona il suo retroterra e ciò che lo circonda con la consapevolezza e l’acume di chi domina il mondo dall’alto e sembra essere inevitabilmente destinato alla grandezza. Eppure Oliver rimarrà rintanato nel suo guscio, deluso, frenato e tradito da quella sua superiore consapevolezza o per una masochistica devozione alla sconfitta. Ciò lo rende contemporaneamente un personaggio drammatico ed eroico.

Ecco cosa c’è di tanto deludente nella mia vita: alla fine, dopo tanto arrossire e tanto ritirarsi, dopo tutta quella esitazione e quella riluttanza, non ho mai desiderato altro che questo: levare in alto la coppa di campione e fottere.

La vita di Oliver è raccontata seguendo la sua carriera di pongista professionista. Il ping-pong, con raffinata tecnica narrativa, è nel romanzo di Jacobson sia metafora della vita di Oliver, sia vero e proprio campo di battaglia in cui il protagonista si confronta con il proprio masochismo e le proprie nevrosi.

Il ping pong è soffocante, angusto, ripetitivo e narcisistico, proprio com’ero io.

La terribile contraddizione della timidezza. Pensi che tutti ti guardino, ma hai paura che nessuno lo faccia.

Inevitabilmente per un romanzo di formazione – soprattutto per un romanzo di formazione moto ebraico – uno dei filoni principali è quello del rapporto con le donne:

Il mio forte era la misoginia [...] Avevo una scarsa considerazione delle donne, perché loro avevano una scarsa considerazione di me. L’unica cosa che le donne desiderassero era l’omaggio di un insulto. In questo modo quel che imparai da Benny il Polacco influenzò i miei scritti misogini e rimosse ogni ostacolo che si frapponeva tra me e Cambridge.

La misoginia è forse il canale espressivo più palese dell’umorismo di Jacobson. A dire il vero, la costruzione di ogni periodo, ogni singola locuzione, persino la punteggiatura, sono intrisi di un un umorismo a rilascio graduale che permea costantemente il romanzo.

- E cosa mi dici di Sheeny?
- Non m’importa di Sheeny. Non mi interessa se non lo vedo più per il resto della mia vita.
- Per questo gli hai succhiato il cazzo?
- Gliel’ho succhiato perché lui me l’ha chiesto.
- E se te l’avessi chiesto io?
- Non l’hai fatto.
- No. Ma se lo avessi fatto?
- Mi sarei rifiutata.
- Ah!
- A te voglio vederti ancora.
- Ah!
- Ho rispetto di te.
- Perciò non puoi succhiarmi il cazzo?
- Non ancora. Non subito.
- Perché mi rispetti?
- Sì.
- Ma se non mi rispettassi lo faresti?
- Sì, perché non mi importerebbe che tu non rispettassi me.
- Ah. (e vidi l’inizio di un altro tema misogino per il mio insegnante di inglese). Perché pensi che non avrei rispetto di te se tu mi succhiassi l’uccello?
- Perché nessuno lo fa.
Quel che avevo voglia di dire era allora smetti di ciucciar cazzi, ma non mi sembrava il modo migliore per servire la mia causa.

E comunque, come diceva Sheeny con un interessante capovolgimento di uno dei più controversi aforismi di Gesù, non era per quello che usciva dalle loro bocche che le apprezzavamo (le donne, ndb).

Sono sfiorati appena i temi riguardanti la religione, ma L’imbattibile Walzer contiene già qualche principio di insofferenza nei confronti degli ortodossi e dell’ossequiosa osservanza dei precetti religiosi, che sarà centrale in Kalooki Nights.

Iniziava a portare quei dannosi vestiti lunghi e informi del tipo non-puoi-vedermi-la-fica per i quali tutte le religioni lugubri hanno un debole. La castità è come la gentilezza: ti dona solo quando non la vai sbandierando.

Rendere lode a Dio non è obbligatorio, sai, anche se esiste. Puoi scegliere di non farlo. Fu questo il nostro grande contributo secoli fa. Noi distinguevamo. Sceglievamo. Con tutta la scelta che avevamo, abbiamo scelto Lui. E poiché sapevamo quanto fosse suscettibile, abbiamo acconsentito a fingere che era stato Lui a scegliere noi.

L’imbattibile Walzer non ha quell’unicità che mi aveva colpito in Kalooki Nights. Ha tutto ciò che potresti aspettarti da un romanzo di formazione scritto da uno che viene suo malgrado definito un “Philip Roth inglese”. Ciononostante, come in Kalooki Nights, il piacere di una prosa preziosa e di un umorismo originale vale la lettura del libro. Come anticipato, una nota particolarmente positiva va alla traduttrice che ha svolto egregiamente il difficile compito di riportare in italiano un testo la cui bellezza è tutta nella sintassi, nei giochi di parole e nella contaminazione dell’yiddish.

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Ah, la mia lista…

Inserito da danybus | marzo 4, 2010

E’ impressionante l’attualità dei libretti di Da Ponte rispetto al nostro panorama politico (o forse bisognerebbe considerare preoccupante la vicinanza del panorama politico alla commedie di Beaumarchais).

Leggendo qua e là del “bel pasticcio” elettorale, ho pensato che quest’aria del Don Giovanni descriva piuttosto accuratamente il contesto in cui si sono compilate le liste elettorali alle regionali:

Finch’han dal vino calda la testa,
una gran festa fa preparar!
Se trovi in piazza qualche ragazza,
teco ancor quella cerca menar.

Senza alcun’ordine la danza sia,
ch’il minuetto chi la follia,
chi l’alemanna farai ballar.

Ed io frattanto dall’altro canto,
con questa e quella vo’amoreggiar!

Ah, la mia lista doman mattina
d’una decina devi aumentar!

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Invictus e l’unita ebbrezza

Inserito da danybus | marzo 4, 2010

Dopo aver visto Invictus, l’ultimo lavoro di Clint Eastwood, mi sono fermato a riflettere sul potente impatto emotivo del film.
Il tema del razzismo, inserito nel delicato contesto storico dell’apartheid, è trattato con linearità, seguendo il collaudato schema di Gran Torino: il pregiudizio razziale che alimenta un reciproco odio; un germoglio di fratellanza che sboccia tra due protagonisti di ciascuna parte; il razzismo che soccombe; il razzismo che torna a minacciare il nuovo equilibrio con un colpo di coda; il finale ad effetto (agrodolce in Gran Torino e felicissimo in Invictus).

Prescindendo dai meriti tecnici di attori e regia, storie di questo tipo (paradigmatiche, teneramente ovvie e forse un po’ retoriche) dovrebbero interessare poco uno come me che ama la contorsione, le personalità ineffabili, l’inconscio e il dialogo ricercato con arguzia. Eppure ero lì davanti allo schermo a sorridere vedendo quei germogli di fratellanza e sospirando ad ogni recidiva di odio. In me, come in gran parte del pubblico, c’era una partecipazione pressoché totale che derivava da una temporanea sospensione del filtro critico.
So come finiranno i campionati del mondo di Rugby del 1995, ma faccio il tifo per i Verdeoro come se giocassero in diretta; vedo questi personaggi stereotipati che sono troppo buoni o troppo cattivi, ma li prendo in simpatia e antipatia senza badare all’assenza di grigi. Ascolto Matt Damon pronunciare frasi da capo di stato e Morgan Freeman pronunciare incitamenti da coach di rugby, ma fa niente. E’ bello perché emoziona ed emoziona perché lo permettiamo.

Perché lo permettiamo? Credo sia l’inconscio bisogno di unione e partecipazione che è fortissimo in ognuno di noi e sbaraglia qualsiasi ragionamento dell’intelletto e qualsiasi razzismo. Mi torna in mente una poesia di Saba, il Goal:

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

“Anche io son parte”. Lo spettatore di Invictus, con il pop-corn in mano e le chiappe sulla poltrona, credo si senta (o voglia sentirsi) proprio come il portiere della squadra vincente nella poesia di Saba: solo presso la rete inviolata ma parte di quella unita ebbrezza.

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Endorsement

Inserito da danybus | marzo 3, 2010

bonomo-paola-12-cropped1.jpgIl concorso si chiama “LinkedIn European Business Awards“, la categoria “Rising Star” e la candidata “Paola Bonomo“.
Non si vincono soldi, non si acquisisce potere, ma a lei piace vincere e al sottoscritto, animato anche da un polveroso orgoglio patrio, piacerebbe che ad emergere sia un concorrente italiano, un concorrente donna e un concorrente con-le-palle. Senza toccare minimamente il mondo transgender, credo che Paola Bonomo soddisfi tutte queste condizioni.

Consulente di lungo corso in McKinsey, dirigente di Ebay e oggi responsabile della business unit “online” de Il Sole 24 ore, Paola è animata da entusiasmo ed acume rari che profonde senza parsimonia in tutto ciò di cui si occupa: che si tratti di lavoro, d’una causa che le sta a cuore o di un semplice scambio di idee. Ha il pallino della meritocrazia e della condizione delle donna, temi che tratta con regolarità nei suoi blog (Live from Planet Paola, In diretta dal pianeta Paola, Meritocrazia) con profondità e buon senso, senza mai lambire l’estremismo ottuso dei relativi “ismi”.

Ho avuto il piacere di conoscerla personalmente ed ho avuto modo di apprezzare come alle idee e all’immagine di una professionista affermata corrisponda non il cliché della donna ossessionata da carriera e risultati, ma una personalità poliedrica, leggera e piacevole in grado di sostenere con garbo e profondità discussioni d’ogni registro, anche e soprattutto in ambiti estranei a quello professionale.

Non ho dubbi che anche gli altri nove candidati al concorso di LinkedIn esprimano modelli di professionalità altrettanto validi, ma su Paola Bonomo mi sento di garantire personalmente (per quanto possa valere): la sua professionalità non è solo d’esempio, ma è anche motivante. Se ciò non dovesse bastare, è l’unica concorrente italiana. E sarebbe ora che emergessero modelli femminili italiani come quelli di Paola (sia pure in un concorso dove non ci sono in palio soldi, né un contratto di lavoro).

Per votarla dovete essere iscritti a LinkedIn e collegarvi a questa pagina e selezionare la categoria “Rising Star”.

Spread the word.

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Fra Libia e Zurigo non mettere il dito

Inserito da danybus | febbraio 26, 2010

L’ingerenza di Maroni e del nostro governo nella querelle tra Svizzera e Libia non solo è inopportuna e manifestamente parziale, ma anche goffa e priva di ogni logica.

Per chi non avesse seguito tutto il confronto diplomatico, ricordo che tutto cominciò mesi fa, quando la Svizzera trattenne Hannibal Gheddafi e consorte accogliendo le accuse di due loro domestici che li accusavano di sevizie ed aggressioni. La Libia rispose con un mini embargo finanziario-petrolifero e con l’arresto di due uomini d’affari svizzeri residenti in Libia. Ultimo capitolo del battibecco libico-elvetico è la pubblicazione di una lista di persone non grate da parte di Berna che non saranno ammesse nel territorio svizzero (fra queste figura lo stesso Gheddafi). Tripoli ha risposto misuratamente sospendendo i visti e gli ingressi di tutte le persone provenienti dall’area Schengen.

L’Italia – si sa – fa grandi affari con i libici ai quali riserviamo accoglienze a base di escort e beduine sistemazioni in tenda. E poco importa se ci deridono e beffeggiano appuntando all’occhiello grotteschi cimeli durante gli incontri con le nostre più alte cariche. Il blocco degli ingressi in Libia dall’area Schengen ha quindi causato qualche intoppo agli uomini d’affari italiani e alla nostra diplomazia che tanto si è spesa per lo sdoganamento di Tripoli.

Maroni (ma anche Frattini) si è dunque sentito in dovere le difese della parte libica bacchettando la Confederazione Elveticaper aver utilizzato strumentalmente Schengen compromettendo la libera circolazione dei cittadini europei. Il non sequitur è marchiano. La Svizzera ha sempre trattato i suoi problemi con la Libia a livello bilaterale senza mai coinvolgere altri paesi. È invece la Libia che ha sfruttato l’adesione della Svizzera a Schengen per estendere il conflitto a tutta l’Europa.

Anche mettendo da parte l’antipatia che nutro nei confronti di una persona che manda in giro per il mondo la sua inquieta prole a far danni protetta da soldi e immunità diplomatica, non riesco a seguire il ragionamento di Maroni. La Svizzera è un paese sovrano che fa entrare nel proprio territorio chi vuole. Gli accordi di Schengen sanciscono la libertà di circolazione all’interno dell’area Schnegen e non impediscono ai paesi membri di limitare l’ingresso di persone fuori dall’Area. D’altronde la ritorsione libica è del tutto incomprensibile e strumentale. Sono comprensibili i malumori di Tripoli con la Svizzera e sarebbe stato comprensibile un blocco degli ingressi in Libia di persone con passaporto elvetico, ma perché coinvolgere tutta l’Europa? Per alzare il tiro. Maroni e Frattini ovviamente ci cascano. Maroni arriva persino a dire che la Svizzera mette in pericolo l’esistenza stessa di Schengen limitando la circolazione delle persone.
Il ministro dell’interno forse non ricorda quando lui stesso propose di limitare gli ingressi di cittadini bulgari e romeni (che sono cittadini dell’Unione Europea, non nord-africani). Quello sì che avrebbe messo a repentaglio Schengen.

(posted by Wordpress for iPhone)

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Nemo Prodi in Europa

Inserito da danybus | febbraio 26, 2010

Avrà forse avuto informazioni privilegiate giocherellando con una tavola Ouija, eppure le dichiarazioni di Prodi di inizio millennio a proposito dell’Unione Monetaria suonano piuttosto profetiche.

“We must now face the difficult task of moving forward towards a single economy, a single political entity… For the first time since the fall of the Roman Empire we have the opportunity to unite Europe.” (1999)

“I am sure the euro will oblige us to introduce a new set of economic policy instruments. It is politically impossible to propose that now. But some day there will be a crisis and new instruments will be created.” (2001)

Ma la citazione che col senno di poi oggi risulta più azzeccata è quella di Nicholas Ridley, ministro per il commercio e l’industria del governo di Margaret Thatcher:

“[European Monetary Union is] a German racket designed to take over the whole of Europe … [if you are prepared to give up Sovereignty to the EU] you might just as well give it to Adolf Hitler, frankly.” (1990, su Spectator magazine. Ridley fu costretto a dimettersi in seguito a quell’intervista).

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Effettivamente, tenuto conto dei dati sulla bilancia dei pagamenti e dei tassi di cambi reali (REER), la Germania è stata la più grossa beneficiaria della zona euro: ha assorbito gran parte dei deficit degli altri paesi e risulta nettamente più competitiva sia all’interno dell’area euro, sia fuori. C’è chi è arrivato a sostenere che la grossa anomalia all’interno dell’area euro non sia la Grecia, ma la Germania, che dovrebbe lasciare l’Euro. Già nel 1957, prima ancora che si parlasse dell’Euro, il problema delle divergenze nella bilancia dei pagamenti in una stessa area di scambio comune era stato studiato (The Ecoomic Journal – The Balance-of-payment problems of European Free-Trade Area). Si sostiene che fin quando gli squilibri all’interno di un area di scambio comune sono bilanciati da una sostanziale posizione di equilibrio con l’esterno, le divergenze sono sostenibili. E non è proprio il caso della situazione attuale.

Ridley aveva ragione.

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E così temi i greci?

Inserito da danybus | febbraio 21, 2010

I riflettori sono ancora puntati su Atene e sulla prossima emissione di titoli pubblici in programma per la settimana prossima. Sarà un test cruciale per capire se la Grecia sarà in grado di reperire sui mercati finanziari, senza l’aiuto di UE e FMI, i 53 miliardi di euro di cui avrà complessivamente bisogno nel 2010. E pensare che, solo tre settimane fa, tutti i giornali esultavano per lo “scampato pericolo” plaudendo al successo dell’emissione di titoli greci per 8 miliardi di euro (qui da queste parti, invece, avevamo capito che l’entusiasmo affettato era solo presagio di problemi, puntualmente venuti a galla tre giorni dopo).

Questa è la situazione delle finanze greche:

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Nelle rosee previsioni del ministero delle finanze della Grecia, ci saranno 53 miliardi di euro da reperire sul mercato quest’anno (8 già trovati con l’emissione di fine gennaio). Se Atene non fosse in grado di finanziarsi sui mercati del debito, FMI o UE dovranno metterci una pezza da 30-40 miliardi di euro.

E l’Italia come è messa? Benissimo.

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Quest’anno ci sono solo 410 miliardi di euro da reperire sul mercato.

Quando il debito indica l’Italia, lo sciocco guarda la Grecia.

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Le perfezioni provvisorie

Inserito da danybus | febbraio 20, 2010

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Le Perfezioni provvisorie è l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, magistrato barese che si dedica da ormai qualche anno all’attività letteraria pubblicando romanzi gialli di successo.

Il giallo è un genere popolare che viene sempre più utilizzato per parlare d’altro. Il contatto col torbido, l’enigma che avvolge il torbido e l’acume necessario a risolvere l’enigma sono, nei romanzi gialli più strutturati, i colori di una tavolozza che dipinge tratti d’umanità borderline.

L’avvocato Guerrieri, il penalista di Le perfezioni provvisorie negli impropri panni d’investigatore privato, non è da meno: vive solo, ha la tendenza ad alzare il gomito ed ha come psicoterapeuta un sacco da boxeur con cui intrattiene grandi conversazioni “ad alto tasso di patologia psichiatrica”. Come io narrante è severo con se stesso e si rimprovera continuamente quando si lascia prendere da ragionamenti stupidi o dice cose sconvenienti, salvo poi trasformare l’io censorio in una sorta di indulgente e benevolo Grillo Parlante che rende il protagonista-narratore simpatico e irresistibile.

“Anch’io smisi di fare sport agonistico più o meno alla tua età”
naturalmente non c’era una sola buona ragione per cui dovessi dirle questo a parte la mia patetica vanità.”

O ancora:

“No, non preoccuparti. Il tu va benissimo, non c’è problema”
Non c’è problema? Ma come parli, Guerrieri? Sei impazzito? Dopo non c’è problema ti rimangono tre passaggi: un attimino, quant’altro e piuttosto che nell’immonda accezione disgiuntiva. A quel punto sei maturo per andare all’inferno nel girone degli assassini della lingua italiana.”

Come intuibile dall’ultimo passaggio, Guerrieri è anche caratterizzato da uno snobismo politicamente corretto che dispensa con sarcasmo lungo tutto il racconto. E’ piuttosto esilarante il viaggio in macchina con il signor De Santis, costruttore-ex-muratore: L’Uomo Che Non Perdonava A Nessuna.

Il libro poi è pieno di piccole citazioni d’ogni genere (cinema, musica, letteratura, cultura pop), anche quelle in odore di snobismo, ma personalmente tutte ben gradite. In questo senso è molto apprezzabile la colonna sonora del libro (ho capito che mi sarebbe piaciuto già da quando ho visto citati Leonard Cohen e Paolo Conte). Ancora più graditi sono i piccoli spunti di introspezione, che poi sono il sugo di un romanzo la cui trama, a dir la verità, è un po’ insipida e banale. Ad esempio:

Il senso di perfezione che hanno solo le cose provvisorie e destinata a finire presto

Erano i tempi dell’università e sicuramente almeno tre di noi fumavano, all’epoca. E, sicuramente, quel pomeriggio di tanti anni fa fumavamo diverse sigarette. Eppure la scena che mi è apparsa alla mente era senza sigarette, come se il divieto avesse esteso una specie di efficacia retroattiva sui ricordi.

Nonostante che il caso dell’avvocato Guerrieri non sia particolarmente articolato e interessante, il romanzo che lo racconta è invece ben strutturato, divertente e riflessivo.

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Simply said

Inserito da danybus | febbraio 20, 2010

George Papandreou, primo ministro greco, durante una visita a Londra ha dichiarato:

“Non stiamo cercando soldi da altri paesi… Stiamo semplicemente dicendo: vorremmo prendere in prestito dai mercati alle stesse condizioni degli altri paesi dell’area euro”.

Non dico che mi piacerebbe avere l’aspetto di George Clooney… Sto semplicemente dicendo: mi piacerebbe trombare quanto lui.

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In Press we trust

Inserito da danybus | febbraio 19, 2010

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Da qualche settimana non si vedono più le inserzioni del Tesoro Público sulla stampa finanziaria internazionale. Considerate le ultime dichiarazioni della Salgado e di Blanco (con tanto di indagini dei servizi spagnoli di intelligence), la cosa non sorprende molto.

Senza peccare di esterofilia e di acritica adulazione dei media anglosassoni, noto il rigore con cui Economist e Financial Times hanno continuato ad ospitare sulle loro pagine opinioni di economisti molto critici nei confronti della Spagna, senza farsi condizionare né dai soldini delle inserzioni, né dalle pressioni politiche del paese che tiene la presidenza di turno dell’Unione Europea. Visto da qui, dove le penne sono legate a doppio filo a politica e affari, fa un po’ invidia.

Ad ogni modo quegli spot, già due mesi fa, non potevano che essere presagi di problemi

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