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Volontario per forza

Inserito da danybus | gennaio 19, 2012

All’inizio la possibilità di un default greco era tabù. Non succederà mai. Poi si è cominciato a parlare di una ristrutturazione volontaria del debito che comportasse un allungamento delle scadenza, restando l’haircut (il taglio netto di quanto dovuto) un argomento tabù. Poi si è arrivati a parlare anche di haircut, ma solo del 20%. Poi del 50%… Però tutto volontario, perché non puoi obbligare i creditori (chi detiene i bond) ad accettare la ristrutturazione, altrimenti scatterebbe il default e a quel punto le banche e le assicurazioni che hanno venduto i CDS (polizze assicurative contro il default) dovrebbero andare a sborsare dei bei soldini per i previdenti (o gli speculatori) che avevano comprato CDS.

Oggi uno di quei previdenti (o uno di quei speculatori) ha spiegato al Financial Times perché non si raggiungerà mai un accordo sul debito greco che coinvolga il settore privato (PSI, private sector involvment):

“If people think they are going to get forced into a deal anyway, then why agree to the terms before you have to? Especially if by not doing so you can trigger your CDS.”

Su 260 miliardi di obbligazioni greche, 55 miliardi di euro sono in pancia alla BCE (che non aderirebbe alla ristrutturazione), 80 miliardi sono in mano a banche e fondi pensione greci (che dopo il taglio andrebbero ricapitalizzati con aiuti pubblici, per cui non si tratterebbe di un vero e proprio coinvolgimento di creditori privati), 55 miliardi a banche e assicurazioni di altri paesi europei e 70 miliardi in mano a fondi di investimento esteri (hedge fund, fondi sovrani, etc.).

La domanda principale però è: quanti CDS sono stati emessi sul debito greco? Chi li ha emessi? Chi li detiene? Ah, saperlo…

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Declassami questo

Inserito da danybus | gennaio 16, 2012


Venerdì scorso, dopo la chiusura dei mercati, è arrivato l’inesorabile giudizio di S&P che in un colpo solo ha declassato una decina di paesi europei. Francia e Austria perdono la tripla A portandosi ad AA+, mentre l’Italia viene declassata a BBB+, livello definito in maniera colorita e impropria “junk”.
Le critiche sul complotto statunitense per affondare l’euro e i sospetti che malafede e dolo avessero ispirato questa mossa di S&P erano del tutto prevedibili, non meno del downgrade stesso. Come si può pensare che un debito a 10 anni con rendimenti costantemente oscillanti fra 6% e 7% possa ancora mantenere un rating superiore a BBB+? I falchi, per la maggior parte francesi con l’orgoglio di grandeur ferito, se ne infischieranno altezzosamente proponendo provvedimenti divertenti come quello di vietare alle agenzie di rating di emettere giudizi sul debito pubblico, alla maniera di una brutta regina che impone di oscurare gli specchi del regno. Altri scrolleranno le spalle sostenendo che la notizia era già scontata dai mercati e nei prezzi.
Se tutto era già scontato nei prezzi, perché tanto affanno, tanti giudizi e tante proposte così strampalate sul problema delle agenzie di rating? Essere declassati da “AA” ad “A” non è la fine del mondo. Le agenzie di rating certificano che siamo ritenuti un po’ più rischiosi, ma questo si sapeva già e, letti i commenti del giorno dopo, dopodomani ci si continueranno a comprare e vendere titoli di stato come prima. Diverso è il discorso quando si passa da A a “BBB+”, cioè da un livello che rientra nella categoria “Investment grade” a “Junk”. Molti fondi di investimento e fondi pensione per regolamento o statuto possono investire unicamente in strumenti di tipo investment grade e la mossa di S&P, anche se non cambia niente nella generale percezione del rischio del nostri debito pubblico, va ad escludere sostanzialmente una serie di soggetti dalle prossime aste di BTP. In altre parole il nostro debito diventerà meno liquido. Non solo. LCH Clearnet, la cassa di compensazione dei principali mercati europei di derivati, dal 17 gennaio alzerà ulteriormente i margini per fare trading sui nostri BTP. Se prima per acquistare una posizione di 100.000 euro su un BTP bastavano 10.750 euro di margine di garanzia, da domani ne serviranno 1.000 in più. Ciò contribuirà ad aumentare ulteriormente la tensione sui nostri BTP e quindi sul famoso spread.
Non dimentichiamoci che Grecia, Irlanda e Portogallo hanno avuto seri problemi a finanziare il debito in scadenza, ricorrendo ad aiuti esterni (ESFS e FMI), proprio quando hanno perso il rating di investment grade passando a BBB+. Aspettiamoci quindi qualche problemino alla prossime aste (curioso che il downgrade sia arrivato proprio il giorno dopo in cui Spagna e Italia avevano già collocato una bella fetta di debito a lungo e a breve termine).

E come risolviamo il problema delle agenzie di rating? Non si può certo impedir loro di emettere giudizi. Alcuni propongono di stimolare una maggiore concorrenza introducendo più soggetti. Si era proposta la creazione di un’agenzia di rating europea (non so con quali pretese di imparzialità). Tuttavia, se introduco più soggetti a giudicare un brutto quadro, il quadro non migliorerà di certo nel momento in cui è visto da più occhi. Il ruolo delle agenzie di rating è utilissimo per quanto riguarda i corporate bond perché rivela sinteticamente agli investitori informazioni utili su una moltitudine di soggetti che sarebbero difficili da monitorare (così dovrebbe essere). Sugli stati sovrani il discorso è diverso dal momento che per giudicare la solvibilità di una stato bisogna tener conto anche di una serie di fattori di carattere politico del tutto svincolati da logiche quantitative ed economiche. Bisogna evitare che questi giudizi sui debiti sovrani possano legare le mani a una serie di soggetti istituzionali come fondi di investimento e fondi pensione. Non ci si era mai posti il problema in passato, perché era ritenuto improbabile che un paese dell’Unione Europea perdesse così velocemente il rating investment grade, ma sarebbe opportuno che le authority competenti consentissero ex lege agli investitori istituzionali di poter derogare ai loro regolamenti per la selezione delle obbligazioni da poter acquistare, almeno per quanto concerne il debito sovrano. Attenzione, non si tratta di obbligare i fondi pensione a comprare BTP, né d’impedire alle agenzie di rating di emettere giudizi negativi. Però sarebbe necessario che ,salvaguardata la possibilità di emettere giudizi sui debiti sovrani, i gestori abbiamo piena libertà di seguire o meno quei giudizi senza avere le mani legate da tre soggetti privati che fanno il bello e cattivo tempo sui mercati del debito pubblico.

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Evasori d’ampezzo

Inserito da danybus | gennaio 6, 2012

Schermata 01-2455933 alle 14.21.34.pngIl luogo era ricco e il clima d’austerità era propizio: in una destinazione da cinepanettone brulicante di auto lussuose, signore ricche di botulino e ristoranti pieni come piace al nostro ex presidente del consiglio, si sarebbe trovato sicuramente qualche evasore occupato a fare la bela vita mentre il paese reale scartava l’austerity sotto l’albero. E non qualche evasore anonimo del nord-est che si scarica il costo della Ferrari sulla fabrichetta, ma il gran mondo, quelli che suscitano invidia sociale, gelosia di classe e ammirazione mediatica.

D’altronde, passeggiando per Corso Italia con i miei amici e sgomitando fra i tavolini delle pasticcerie, l’osservazione più frequente era: “ma dov’è questa crisi?”. “C’è meno casino dell’anno scorso, ti dico”. “E’ gente che spende meno”. “Chissà quanto dichiarano…”

Insomma, i riflettori erano lì e l’Agenzia dell’Entrate si è piazzata davanti all’occhio di bue sventolando i dati di quello che è stato definito un blitz rispondendo con una retata di fine anno alle domande di tanti.
Gli esercizi commerciali controllati a Cortina, nell’annus horribilis della sobrietà montiana, hanno fatturato quattro volte quello che avevano fatturato nel giorno precedente o nello stesso giorno dell’anno scorso. Ironicamente molti hanno commentato che l’Agenzia dell’Entrate fa bene alle Entrate di Cortina. La diffusa e nota tendenza a sommergere è l’unico motivo di tanta crescita in concomitanza con l’ispezione dell’Agenzia dell’Entrate. Nessuna anomalia statistica può spiegare uno scostamento così grande diffuso su tutti gli esercizi commerciali.

Non è noto quanto lo stato recupererà da questa serie di controlli, ma, al di là del maggior reddito derivante dall’incredibile crescita del fatturato nella vigilia di San Silvestro, dubito che verranno comminate sanzioni rilevanti.
E’ chiaro che quella dell’Agenzia delle Entrate è stata un’operazione mediatica più che un’operazione di sostanza e, come tale, val la pena rifletterci.

C’è bisogno che l’Agenzia dell’Entrate si occupi di immagine più che di sostanza? Non sarebbe auspicabile, ma visto il momento e la particolare condizione del rapporto stato-contribuente credo che sia necessario.
Equitalia, non senza torti, viene vista come una sanguisuga che mette sul lastrico poveri disoccupati alle prese con la quarta settimana e quando arrivano proiettili e attentati agli ispettori la solidarietà della popolazione è tutt’altro che unanime. Ci si vergogna di rubare, ma non ci si vergogna di evadere. E’ considerato un peccato veniale e condonabile, un mezzuccio con cui siamo tutti alle prese. Pretendere lo scontrino o la fattura è diventato un atto da spia e da traditore, come quello di un ragazzino del liceo che protesta con il professore perché il compagno copia il compito. E quando la solidarietà di contribuente tartassato non bastasse, l’albergatore, senza vergogna alcuna, ti chiede di pagare in contanti e ti propone un piccolo sconto (mai uguale neanche alla metà del suo risparmio fiscale) facendoti diventare un complice evasore dell’IVA. E si accetta quasi sempre.

Un’operazione come il blitz di Cortina ha, o dovrebbe avere, il merito di mostrare alla popolazione, schiacciata dall’IMU e dalle addizionali IRPEF, che l’Agenzia dell’Entrate non risparmia nessuno. Che c’è un mondo che campa bene evadendo sulle spalle dei contribuenti onesti, ma che lo stato è pronto a stanarlo. Alla prossima stagione invernale l’albergatore cortinese avrà paura di un altro blitz, non si azzarderà a fare del nero e quand’anche proporrà al suo ospite di incassare qualcosina in nero in cambio di uno sconto, il suo ospite lo guarderà malissimo ripensando che il suo albergatore per anni ha nascosto tanto fatturato rubando allo stato e, indirettamente, a lui che oggi paga più tasse per rimediare.
Questo è quello che dovrebbe accadere in un mondo molto semplice, ma è molto più complesso di così e il blitz di Cortina, complici alcune forze politiche pronte a dichiararsi in favore della lotta all’evasione con tanti “sì pero”, ha suscitato reazioni miste.

L’obiezione più stupida che ho sentito è: “Bravi, così i turisti se ne andranno a St. Moritz”. Se Briatore vuole evadere le tasse scaricando il leasing del Force Blue su una società di comodo può provarci senza problemi, ma non provi ad attraccare in Sardegna pretendendo che nessuno lo tocchi in virtù dei soldi che porta in Italia. Se ne vada a Montecarlo. Idem per Cortina. Dopo i condoni dovremo forse istituire delle zone franche per il turismo in cui la finanza non può fare controlli? Inoltre, da quello che mi risulta, i controlli hanno riguardato soprattutto esercizi commerciali. Io ero a Cortina il giorno del 30/12 e a parte uno che mi sembrava un commercialista (invece ho scoperto dopo essere il tipo dell’agenzia dell’entrate che controllava i corrispettivi) che mi occupava un tavolino, non ho provato nessun tipo di disagio. Probabilmente ci tornerò anche l’anno prossimo.

Più ficcante, invece, è l’osservazione di chi ritiene che la pressione fiscale in Italia, una delle più alte fra i paesi industrializzati, sia un forte incentivo all’evasione. Fintanto che sarà alto l’incentivo ad evadere, sarà alta l’evasione a prescindere dai controlli. E’ una buona argomentazione, ma finché prevale tra la popolazione una mentalità come quella attuale è impensabile per uno stato alle prese con il riordino dei conti pubblici abbassare la pressione fiscale nella speranza che che un punto percentuale in meno di IRES o di IRAP spinga i contribuenti ad essere più onesti nelle loro dichiarazioni. Spiace dirlo, ma è più efficace un’operazione di impatto come il blitz di Cortina per far capire che i tempi sono cambiati. Quando nel decreto Salva Italia era stata inserito un ulteriore prelievo, del tutto arbitrario, per i capitali rientrati con lo scuso fiscale, in prima battuta ero del tutto contrario perché lo stato si comportava come un meschino che non rispetta i contratti. Poi mi sono detto che forse era l’unico modo per segnalare che effettivamente era finita l’era dei condoni. Non ce ne saranno più, anche perché non saranno credibili. A volte bisogna dare segnali di discontinuità forti sacrificando la correttezza all’impatto.

Il mio amico Andrea si chiede:

punire gli evasori o impedire che evadano? faccio l’esempio autovelox: meglio avvisare prima così si rallenta tutti o facciamo il sorpresone e diventiamo ricchi con le multe?

Credo che l’operazione “Cortina” sia proprio un bel cartello di avviso autovelox. Nessun sorpresone, nessuna multa. Un’operazione mediatica finita sui giornali per far “rallentare” gli evasori. L’importante, però, è che segua anche concretezza alla minaccia. Ce li vedi gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate fare un’operazione come quella del 30/12 nei ristoranti di Napoli? Basiamo la nostra lotta all’evasione sui blitz nei luoghi di vacanza? C’era bisogno di mandare 80 uomini sulle Dolomiti per scoprire che tanti SUV sono intestati a società in perdita o persone con bassissimo reddito? Non bastava incrociare i database del PRA e dell’Agenzia dell’Entrate?

Capisco anche il fastidio ci chi si sente invaso nella privacy, di chi sente a disagio nel dover rendere tracciabile qualsiasi spesa, di chi deve aver a che fare con mostri tipo Serpico o il Redditometro, di chi deve dar conto di tutto e ritrovarsi l’Agenzia dell’Entrate anche in vacanza. Purtroppo, però, la privacy è un lusso che, assieme ad altri sfizi, non possiamo più permetterci dato l’uso e l’abuso che se ne è fatto. E’ spiacevole che a farne le spese sia tutta la popolazione, ma d’altronde non si può neanche fare il ragionamento dei carcerati che si ritengono tutti innocenti. Complici nolenti o volenti della situazione patologica in cui versiamo lo siamo più o meno tutti in qualche misura.

Quando ho letto che il fatturato dei ristoratori di Cortina è aumentato del 400% durante un blitz dell’Agenzia dell’Entrate, ho provato sdegno riuscendo ad indirizzarlo verso qualcosa e qualcuno di più definito del solito magmatico “sommerso”. Erano i commercianti con cui ho avuto a che fare la settimana scorsa, i ristoratori che mi avevano dato da mangiare e gli albergatori che mi avevano dato un letto. Persone simpaticissime, accoglienti che non voglio demonizzare (devono campare pure loro, per carità). Eppure l’operazione dell’Agenzia dell’Entrate, condotta con modalità del tutto discutibili, ha in qualche modo rotto quella catena di complicità che univa i contribuenti contro lo stato. Empiricamente, a leggere le prime reazioni su Twitter e su Facebook, è un sentimento che ho riscontrato in molti che magari l’anno prossimo saranno meno ben disposti a chiudere un occhio sul ristoratore che ti fa il 10% di sconto se paghi in contanti. Dividi e tassa: è brutto da dire ma il prelievo fiscale non funziona se i cittadini si uniscono contro lo stato.

Da questo punto di vista, l’operazione di Cortina è stata un successo, ma è una misura tampone figlia di un colossale insuccesso. Si deve rivedere completamente il ruolo di Equitalia. Dare una ragione sociale a chi deve riscuotere la gabella non è una grande furbata dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Consenti al cittadino di incavolarsi contro un ente che non sempre è visto come “Repubblica italiana”, a cui tutti dovremmo essere fedeli. I sequestri preventivi sono l’incubo di famiglie e aziende già in crisi e per rendere più credibile e giusta la lotta all’evasione bisognerebbe entrare nel merito delle singole situazioni anziché sparare nel mucchio come è solita fare Equitalia. La visita dell’Agenzia dell’Entrate si svolge spesso con modalità non dissimili dall’esazione di un pizzo. L’azienda paga tutte le tasse regolarmente, ma ci si attacca comunque a qualche cavillo (un ammortamento calcolato con un’aliquota discutibile, un’auto usata promiscuamente, etc.) e poi si arriva a un accordo come se si fosse al suk.

Dott. Befera, ha mostrato a tutti che l’Agenzia dell’Entrate è pronta a usare gli artigli senza paura di esporsi, anzi, con la voglia di esporsi. Faccia vedere agli italiani che siete bravi a usare anche la carota e che siete dalla parte dei contribuenti.

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Vacanze di Natale a Cortina (o di cosa è restato di quegli anni ’80).

Inserito da danybus | dicembre 27, 2011

Dopo aver visto Natale a Cortina, riprendo un esperimento avviato ad inizio 2011 e abbandonato quasi subito per mancanza di interesse e futilità dell’argomento: osservare la società attraverso i lungometraggi natalizi dei fratelli Vanzina.
Qualche riflessione sul primo Vacanze di Natale uscito nel 1983 la trovate qui. Seguono pensieri in ordine sparso sul nuovo cinepattone ampezzano.

Dopo un periodo di crisi e derive di dubbio gusto, De Laurentis gioca la carta del ritorno alle origini: basta con le mete esotiche, la sessualità spinta e gli eccessi. Si ritorna a Cortina, dove cominciò la saga, dove c’è ancora il VIP in cui si balla ancora Maracaibo. E il protagonista è sempre lui: l’avv. Covelli.

Quasi vent’anni dopo…

Schermata 12-2455923 alle 15.43.27.png In una sorta di passaggio generazionale, l’avv. Covelli, interpretato da Garrone nel film dell’83, è oggi interpretato da Christian De Sica, che nel 1983 recitava il ruolo del figlio dell’avv. Covelli. Il film si apre negli uffici dello studio legale Covelli&Partners. La professione si è evoluta e l’avvocato romano benestante non è più l’avvocato-borghese-signorotto-di-città, ma un ricco avvocato d’affari il cui prestigio è veicolato dal lustro della targa dorata e dalle forme delle segretarie. Ci si chiede se dopo l’ondata di liberalizzazioni, dopo altri 20 anni, un avvocato romano potrà ancora personificare uno status di ricchezza così disinvolta.

La servitù

Non ci sono più tre filippine al seguito della famiglia Covelli, ma una sola: Mirna (i costi dei domestici extracomunitari non sono più bassi come negli anni ’80 e la crisi avrà colpito anche i ricchi in qualche modo). Mirna è perfettamente integrata, non gira per casa in divisa e non viene trattata a pesci in faccia dalla padrona di casa come le sue connazionali di Vacanze di Natale ’83. E’ così integrata da assimilare i vizi della famiglia per cui lavora e tradisce il fidanzato filippino con un maestro di sci.

La colonna sonora

Bob-Sinclar.jpegLa fa da padrone Bob Sinclair mettendo in scena se stesso e tutte le sue hit degli ultimi dieci anni. Più che una colonna sonora sembra un product placement riuscito non meglio di quello della Fiat Panda (quest’ultimo davvero goffo, al limite della televendita). Fanno da controcanto, un po’ in nostalgica sordina, alcune hit degli anni ’80 (Dolce Vita, Maracaibo, etc.). Personalmente non ho dubbi su quali note fossero preferibili, ma lascio al gusto di ognuno il confronto tra Bob Sinclair e la colonna sonora del vecchio Vacanze di Natale.

Social Network
“Te taggo le palle” è una battuta che dice tutto sul ruolo di Facebook in questo film. C’erano mille modi per creare equivoci e situazioni comiche facendo irrompere Facebook in un cinepanettone, ma si è scelta la strada piuttosto bieca del vezzo e delle esagerazioni adolescenziali.

Il pacco sociale
vacanze-di-natale-a-cortina4.pngElemento caratterizzante di ogni “Vacanze di Natale” è lo scontro comico fra classi sociali benestanti e meno abbienti, dove quest’ultime si ritrovano solitamente a giocare fuori casa nell’habitat delle prime. Nel 1983, avevamo un macellaio (interpretato dal mitico Mario Brega) che portava la famiglia a Cortina. Rappresentava lo sguardo naif dello spettatore medio su quel benessere non più così inaccessibile. Vagava per Cortina goffo, inopportuno, ma con la dignità di chi era riuscito a guadagnarsi un posto al sole tra le Dolomiti. Oggi, questo ruolo è affidato a una bizzarra famiglia di edicolanti bresciani. Una parte della famiglia fa il “salto” sociale grazie a una vincita al gioco dei “pacchi”, l’altra (sorella e cognato dei fortunati vincitori) riesce a trovare un posto al Cristallo a prezzi accessibili grazie a un’offerta last minute. Il filoconduttore è l’invidia sociale, sentimento che divora tanto i nuovi ricchi nei confronti dei ricchi di sempre, quanto i poveri nei confronti dei nuovi ricchi. Gli unici ricchi con cui la famiglia di bresciani riesce a interagire sono i vip della televisione (che potrebbero essere considerati poveracci e nuovi ricchi a loro volta). Per il resto c’è una totale mancanza di interazione tra i borghesi e i ricchi che mangiano da Bepi e la corte che fa da contorno. Al contrario, nel primo Vacanze di Natale i Covelli andavano a sciare con Mario, il figlio del macellaio.

Ricchi straccioni
Il vero ricco, però, quello che annovera tra i suoi lacchè un ricco industriale, è un magnate russo del gas. E’ lui che alla fine la fa da padrone. A lui va la ragazza più bella. A lui sono diretti i favori di un industriale in ansia per un contratto di fornitura del gas. Dell’Italia apprezza gli aspetti più deteriori (a cominciare dalla musica) e attorno a lui tutto prende le fattezze di ciò che può incontrare il suo pessimo gusto. In ogni cinepanettone c’è sempre stato lo straniero come punto di vista particolare sulla nostra società, ma aveva la funzione di ridicolizzare lo straniero stesso o di cospargere d’ammirazione il savoir faide italiano. Nel 2011, invece, segno dei tempi, facciamo i conti con chi è più ricco di noi e ci vede come luogo di villeggiatura. E stiamo al gioco.

Rispetto agli ultimi cinepanettoni, Vacanze di Natale a Cortina nonostante gli incassi deludenti, ha il merito di riprendere lo spirito originario della saga avviata nel 1983. Il problema è che, 18 anni dopo, raggiunta la maggiorità, si ha davanti un quadro piuttosto avvilente di ciò che siamo diventati rispetto a quando quel genere faceva i primi passi.

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Lavorare stancava

Inserito da danybus | dicembre 7, 2011

La manovra “lacrime e sangue”. Se n’è parlato e scritto talmente tanto, che mi sembra inutile soffermarmi sull’opportunità di questo o quel tributo facendo scienza delle finanze da bar. Sospendiamo il giudizio per un attimo (sospendiamolo per qualche anno in realtà), diamo tutto per necessario e giusto. Cerchiamo di andare oltre il micragnoso calcolino dell’aliquota, della rendita catastale e dei mesi che ci separeranno dal far-niente-retribuito.

Il cosiddetto decreto “Salva-Italia” del governo Monti, al netto di tutto ciò che manca e che si spera verrà integrato sul fronte delle liberalizzazioni, dei tagli alla spesa e – più in generale – delle misure per la crescita economica, marca una differenza epocale con ogni altra misura di assestamento dei conti con cui mi sono confrontato nei miei trent’anni di vita in un susseguirsi di prima e seconda repubblica, destra, centro e sinistra. Per la prima volta vengono disattese le istanze di una parte ben rappresentata e rappresentativa dell’elettorato (pensionati, prossimi pensionandi, dipendenti over 40) in favore di una categoria storicamente e convenientemente trascurata: i giovani (termine superficiale con cui si mettono nello stesso calderone, studenti, precari e giovani dipendenti al primo impiego). La generazione della crisi, la famosa prima generazione che non risparmierà, spendendo ciò che hanno risparmiato i genitori.

Chi si aspettava di partire per il buen retiro tra qualche mese, dovrà aspettare altri cinque anni di duro lavoro e prenderà poco meno di quanto sperato. Chi percepisce già la pensione potrà scordarsi per qualche anno l’aumento del 2-3% dovuto all’adeguamento al tasso di inflazione. E se questi pensionandi o pensionati, come probabile, sono anche proprietari di case comprate con il duro sudore del loro lavoro, dovranno cominciare a pagare intorno a 1.000 euro l’anno di IMU.

Tutto questo ha consentito di finanziare agevolazioni in favore dell’occupazione giovanile (deduzione dell’IRAP per assunzione di giovani e donne), di rimandare l’aumento dell’IVA, di scongiurare un aumento delle aliquote IRPEF e di non tagliare marcatamente i servizi pubblici al cittadino (istruzione, sanità, etc.). I genitori dei trentenni di oggi si sacrificheranno per consegnare ai nipoti di domani un paese più stabile e genitori più sereni.

Io, d’altronde, ho sempre saputo che non sarei mai andato in pensione prima di 70 anni (ma non è nelle mie prospettive andarci neanche a 80 anni se cuore e testa me lo permetteranno) e ho sempre ritenuto un investimento idiota (oltreché palesemente in perdita) il riscatto degli anni della laurea per smettere di lavorare in anticipo. E’ come scommettere sulla propria inettitudine, sulla propria disperazione professionale. Considero tragiche le lettere di questi sessantenni che non vedono l’ora di andare in pensione perché fanno e hanno fatto per anni un lavoro che li rendeva infelici (“me lo merito”, “lavoro da quando avevo 15 anni…”). Gente pronta ad affrontare le tenebre di un paese in default piuttosto che lavorare altri cinque anni alla scrivania. Come siamo arrivati a un mercato del lavoro del genere? Un mercato in cui un adulto non è nelle condizioni di rimettersi in gioco, di seguire le sue aspirazioni rassegnandosi ad anni di lavoro demotivante e vivendo col feticcio del miraggio previdenziale? Un mondo in cui la maggior parte di camerieri e commessi sono over 40 (o stranieri) anziché giovanissimi con un impiego temporaneo per pagarsi gli studi? Un mondo in cui fare impresa è così scoraggiante che ci si rassegna al comfort del posto fisso, deprimente, ma sicuro?

Ecco, caro governo tecnico, dopo averci giustamente imposto un sistema previdenziale più sostenibile in cui lavoreremo oltre i 70 anni, fai in modo che i nostri figli godano di un mercato del lavoro in cui lavorare fino al limite del rincoglionimento senile sia un privilegio e un piacere. Per questo, come i miei genitori oggi fanno sacrifici per la mia generazione, sarei disposto a fare sacrifici a mio turno rinunciando alle certezze giuslavoristiche.

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Taxi: informazioni di servizio

Inserito da danybus | novembre 9, 2011

Leggo sul Corriere della Sera di ieri che in giunta comunale se le sono date di santa ragione. L’opposizione del PD, mentre il paese andava a rotoli e il mercato dei BTP italiane a puttane, presentava 9000 emendamenti su… Sulla “vertenza taxi”. Almeno, però, il consigliere del PD Fabrizio Panecaldo è riuscito a ottenere una grande vittoria per i consumatori e per l’ospitalità della città di Roma: il Comune si adopererà con le compagnie aeree che operano su Fiumicino e Ciampino per far stampare sui biglietti aerei la tariffa fissa che il taxi deve applicare dagli aeroporti al centro cittadino. “Gli stranieri al loro arrivo saranno più informati”, ha commentato Panecaldo.

Lascio al buon senso di ognuno e ala penna di altri qualsiasi commento su un’amministrazione locale che rinuncia a far sì che i concessionari di un servizio pubblico non truffino i consumatori (d’altronde il Comune di Roma non ha mai ritirato o sospeso una licenza per il servizio taxi, è pure normale che i tassinari si sentano autorizzati a fare il loro comodo).

Mi chiedo, però, se al Comune di Roma fossero al corrente di questo comunicato della IATA:

Istanbul – The International Air Transport Association (IATA) today launched a new era in air travel as it bid farewell to the paper ticket on the eve of the industry’s conversion to 100% electronic ticketing.

“Today we say goodbye to an industry icon,” said Giovanni Bisignani, IATA’s Director General and CEO. “The paper ticket has served us well, but its time is over. After four years of hard work by airlines around the world, tomorrow marks the beginning of a new, more convenient and more efficient era for air travel.”

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BTP alla patria

Inserito da danybus | novembre 8, 2011

L’iniziativa di Giuliano Melani, l’imprenditore toscano che ha promosso una sorta di patriottica sottoscrizione di BTP per contrastare l’azione malefica del mercato in mano agli speculatori, ha avuto in questi giorni molta risonanza ed è stata lusingata dall’adesione di importanti banche nazionali che, tramite le colonne del Corriere Della Sera, si sono dichiarate disponibili ad azzerare le commissioni di intermediazione ai propri clienti per l’acquisto di titoli di stato.
Gli intenti sono lodevoli, ma prima di avventurarsi nell’acquisto di titoli rischiosi (non tanto per un default dell’Italia che nessuno ritiene immaginabile, quanto per la possibilità più che concreta di ritrovarsi con perdite significative in conto capitale) bisognerebbe interrogarsi sull’efficacia che un’iniziativa del genere potrebbe avere sulla sostenibilità dell’indebitamento pubblico e sull’abbassamento del suo costo.
Vediamo un po’.

Dallo scorso agosto la Banca Centrale Europea ha acquistato titoli di stato italiani per un ammontare stimato di 150 miliardi di euro col fine di sostenerne i prezzi e quindi di abbassare il rendimento medio, cioè il costo che lo stato avrebbe dovuto spendere per gli interessi sulle nuove emissioni di debito pubblico. Risultato? Ad agosto il rendimento medio dei BTP con scadenza decennale era del 6%, subito dopo gli acquisti della BCE è calato significativamente, ma poi è tornato a salire toccando oggi quota 6,66%. Una liquidità di 150 miliardi spalmata su un trimestre non è stata in grado di arrestare la caduta dei prezzi dei titoli di stato.

Quali sono le risorse che potrebbe raccogliere un’eventuale campagna patriottica del tipo “l’oro alla patria”? Nel 2008 (non ho tempo ora di cercare il dato aggiornato) il reddito medio annuo delle famiglie italiane era di 32 mila euro (dopo tasse e contributi) e la propensione al risparmio è oggi dell’11%. Ogni anno, quindi i 25 milioni di nuclei familiari mettono a disposizione del paese un risparmio di 88 miliardi di euro (supponiamo che il reddito non sia diminuito e che prima dell’iniziativa del signor Melani neanche un euro di questo risparmio finisse in BTP). In caso di adesione massiccia alla campagna “l’oro alla patria” le famiglie potrebbero comprare BTP sul mercato per un importo di poco superiore alla metà dell’intervento della BCE degli ultimi tre mesi (intervento che non ha avuto alcun risultato apprezzabile).
Senza contare che, se gli italiani tolgono soldi dai conti correnti per comprare BTP, gli istituti di credito avranno meno risorse per… Comprare BTP. E’ un gioco a somma zero insomma: se il settore pubblico consuma più di quanto incassa e se questo deficit è superiore a quanto risparmia il settore privato, servono capitali dall’estero. Punto. C’è poi da chiedersi se sia salutare, in un sistema che già spiazza gli investimenti privati assorbendo gran parte del risparmio delle famiglie e privilegiando fiscalmente l’investimento in titoli di stato, favorire il drenaggio di risorse verso il debito pubblico (quindi togliendolo alle imprese) tramite l’azzeramento delle commissioni per l’acquisto di titoli di stato.

Nel 2012 lo stato dovrà emettere nuovi titoli di stato per un ammontare compreso tra 250 miliardi e 300 miliardi di euro, mentre le famiglie risparmieranno 80-90 miliardi: la dipendenza dall’estero rimane un dato di fatto. Nell’attesa di ridurla grazie a uno stato che consuma di meno o a un settore privato che produce di più, la credibilità resta ben più importante del patriottismo.

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Tarpare l’Eurozona

Inserito da danybus | novembre 7, 2011

toobigtoofail.jpegIeri ho visto il film-documentario dell’HBO sulla crisi finanziaria statunitense culminata nei frenetici giorni che seguirono il fallimento di Lehman Brothers (Too Big To Fail). E’ un film divulgativo destinato a un grande pubblico e si porta dietro il peccato originale del suo fine. Inoltre, gran parte del materiale sembra tratto dal libro autobiografia di Henry Pulson, l’ex segretario al tesoro statunitense, e perciò il racconto di quei giorni ci dà una visione parziale, fin troppo indulgente degli errori che furono commessi. Tuttavia, il film mi ha colpito riuscendo tramite la drammatizzazione cinematografica a far comprendere meglio alcune scelte difficili che furono prese all’indomani del fallimento di Lehman Brothers.

2611512_height370_width560.jpegSubito dopo il fallimento di Lehman l’amministrazione statunitense pensò di aver messo a segno un bel colpo: (i) aveva tracciato una linea oltre la quale il governo non avrebbe salvato Wall Street, (ii) si era fatta bella e dura con l’elettorato alle prese con la crisi causata da Wall Street e (iii) aveva mostrato agli investitori che il mondo poteva andare avanti come prima anche senza Lehman Brothers. Non furono del tutto previdenti su quest’ultimo punto. Migliaia di investitori (privati, hedge fund, altre banche, etc.) si ritrovarono nell’impossibilità di ritirare i propri investimenti depositati nei dossier titoli presso Lehman (avrebbero potuto farlo qualche mese dopo, sbrigate le complesse procedure di amministrazione controllata portate avanti fra Londra e New York) e improvvisamente tutti ebbero paura di fare affari con… Le banche d’affari.

Goldman, Jp Morgan Stanley, Bank of America. Chi sarebbe stata la prossima? Ciascuno dei CEO delle grandi banche cercava di farsi bello agli occhi del mercato e Timothy Geithner giocava a pianificare fusioni fra i diversi istituti così da renderli più forti evitando una seconda Lehman. D’altronde, il Tesoro non poteva smentire la propria linea dura e dire: “Ok, abbiamo scherzato. Far fallire Lehman è stata una sciocchezza. Salveremo chiunque d’ora in poi”. E i CEO non avevano nessuna intenzioni di farsi dire dal governo cosa avrebbero dovuto fare e con chi avrebbero dovuto fondere.

Ed ecco spuntare un Deus ex machina chiamato TARP (troubled asset relief program). Il Tesoro avrebbe iniettato 700 miliardi di dollari nel sistema finanziario statunitense comprando dalle banche asset tossici e ricevendo in cambio partecipazioni sotto forma di azioni privilegiate. Il Tesoro sarebbe intervenuto quindi, ma richiedendo un prezzo alle banche: azioni privilegiate prive di diritto di voto (tanto per non dire che si stavano nazionalizzando le banche), stop ai bonus e stop ai dividendi finché non si fosse rimborsato quanto ricevuto in cambio del TARP.

Schermata 11-2455873 alle 00.02.41.pngLa scena madre del film è la riunione in cui tutti i vari CEO delle banche d’affari sono da Henry Paulson. C’erano banche che non avevano alcun bisogno del TARP e altre che avevano enorme sete di capitali. Paulson taglio corto e obbligò senza mezzi termini tutti a richiedere ufficialmente il TARP. Aveva già sul tavolo assegni pronti con le cifre già stampate Il ragionamento corretto era il seguente: se il TARP fosse stato sottoscritto solo da Merrill Lynch, non avrebbe funzionato, perché il mercato avrebbe percepito il ricorso al TARP come un segno di debolezza e avrebbe spinto Merrill Lynch al fallimento con grandi problemi per le altre banche, anche quelle virtuose. In altre parole, se il TARP fosse stato un intervento mirato ad alcune banche, sarebbe stato visto dal mercato come una misura per tappare una piccola falla: un indicatore di una falla più che una soluzione di sistema.
Accanto ad Henry Paulson avevano fatto sedere Sheila Bair, presidente dell’ente che vigila sui depositi presso le banche (FDIA) minacciando indagini infinite dell’autorità vigilanza sulle banche che avrebbero rifiutato il TARP. Alla fine, tutti cedettero senza andare a vedere il bluff di Paulson e Bair. I mercati riacquistarono fiducia nel sistema finanziario statunitense, i corsi azionari si ripresero e gran parte dei fondi furono restituiti al tesoro che, su alcune posizioni, riuscì anche a guadagnare. Il film si conclude lì, senza andare ad analizzare i contraccolpi negativi di quel piano e senza parlare dello stato comatoso dell’economia reale. Nondimeno, non si può negare che il TARP riuscì ad arrestare la spirale negativa di sfiducia che stava andando a minare le fondamenta stesse del sistema finanziario. Non fu il “Bazooka” da 700 miliardi di dollari a salvare il sistema finanziario statunitense, ma l’astuzia di Paulson che riuscì a far sottoscrivere il TARP a tutte le principali banche.

Nella situazione del sistema finanziario statunitense nel 2009 vedo molte analogie con l’attuale crisi che coinvolge i debiti sovrani europei. C’è una sfiducia generalizzata nei paesi più deboli che chiedono ai più grandi di intervenire in proprio soccorso. Il problema è che non appena un paese accede agli aiuti (vedi Grecia, Portogallo e Irlanda) il mercato interviene per massacrare i titoli di quel paese vedendo la sua situazione finanziaria traballante. Insomma, per quanto grandi siano gli aiuti dell’EFSF, non riescono a spegnere i focolai di sfiducia e anzi, hanno l’effetto controproducente di “segnalare” al mercato dove colpire e di indebolire la stabilità complessiva del sistema europeo (quelle garanzie prima o poi dovranno essere sborsate dalla Germania e dagli altri paesi del club AAA). E d’altronde dubito che Germania e Francia reggerebbero a un fallimento a catena di Grecia, Spagna e Italia (anche Goldman, la Germania delle banche d’affari, fu messa in difficoltà dal fallimento di Lehman).

Ecco, anziché continuare con questo gioco al massacro in cui i più forti dell’Eurozona si beano della loro situazione impartendo lezioni ai più deboli, sarebbe molto più coraggioso adottare una soluzione come quella del TARP. L’ESFS, il veicolo “salva stati” creato da tutti i paesi dell’Eurozona, dovrebbe essere capitalizzato massicciamente con risorse del Fondo Monetario Internazionale e a quel punto tutti i paesi dell’Eurozona dovrebbero chiedere all’ESFS fondi in prestito in proporzione al PIL, rimborsabili dopo dieci anni. In cambio tutti i paesi dell’Eurozona dovrebbero implementare riforme per armonizzare età pensionabile, concorrenza nei servizi, peso del settore pubblico e altri parametri che il FMI riterrà importanti per la crescita. Tutti i paesi dovrebbero aderire, Germania compresa. Anzi, o tutti o nessuno. O accettano questo programma o il FMI non aiuterà più un singolo paese europeo. In questo modo l’Europa eviterebbe una stretta fiscale massiccia dannosa per il PIL e realizzerebbe una maggiore integrazione. I mercati finanziari, tornerebbero a comprare titoli europei indistintamente, gli spread si appiattirebbero e… Vissero tutti felici e contenti. Certo negli Stati Uniti Paulson aveva Sheila Bair e Timothy Geithner per spaventare i CEO di Wall Street. Christine Lagarde del Fondo Monetario avrebbe carte più sbiadite per spaventare quei testoni inaffidabili dell’Eurozona.

Too Big to fail è stato presentato fuori concorso al Festival di Roma, ma speriamo che l’abbia visto anche qualcuno dei testoni che si sono riuniti a Cannes.

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Dream differently

Inserito da danybus | ottobre 6, 2011

Lo ammetto: la scomparsa di Steve Jobs non è una notizia che mi ha scosso più di tanto. Questa mattina, appresa la notizia, ero intento a caricare la molla del cinismo per scagliare duri colpi ai sentimentali che con gli occhietti ancora umidi erano intenti a pubblicare messaggi di commiato trasformando Facebook in un gigantesco esperimento di necrologio collaborativo. Poi, pur mantenendo un certo distacco, al riparo dai sentimentalismi, ho sospeso il cinismo e la molla si è scaricata lasciandomi in preda a sentimenti d’ammirazione e di stupore. Non per i suoi successi imprenditoriali (indiscutibili e ricchissimi); non per i suoi prodotti (di cui mi circondo in un rapporto di culto e dipendenza); e neanche per quella lezioncina sulla vita e le aspirazioni (stay hungry, stay foolish).
L’ammirazione e lo stupore derivano dal contrasto marcato tra la sobrietà dell’uomo e il calore che ha lasciato nel mondo, come la tristezza per la perdita di un caro deriva dalla incomprensibile contraddizione del ricordo e del nulla. Ad eccezione del famoso discorso di Stanford e delle presentazioni dei prodotti Apple, le sue uscite pubbliche sono state poche e dimenticabili. Ha fatto della semplicità la sua cifra stilistica, dell’entusiasmo la firma da apporre a ogni progetto (che si trattasse di un computer, di un telefono o di un cartone animato) e il mezzo per squarciare il velo di riservatezza in cui si avvolgeva.
Ha lottato contro il cancro con il coraggio e l’umiltà di chi conosce i propri limiti, cedendo il timone prima che fosse la malattia a rimuoverlo dal posto di guida.
Non sono in grado di capire se in fondo, sotto sotto, fosse dedito al culto della sua persona; se tutta la privacy e il basso profilo non fossero che abili strategie di marketing professionali non meno studiate di quelle alla base del successo dell’iPhone, ma è davvero difficile non fermarsi e non scoppiare di rispetto per un esempio di dignità tanto raro.
I tentativi di densensibilizzazione, i rigurgiti di cinismo, le critiche al feticcio dei prodotti cedono il passo alla passione che alimenta quei prodotti.

All’uomo non sopravvivono solo dei prodotti. Non sopravvivono ideologie o idee. Non sopravvivono milioni di utenti omologati dall’attitudine a pensare differentemente. A Steve Jobs sopravviverà sempre lo splendido esempio di quanto sia potente la passione perseguita con quell’egoismo umile, senza velleità di riconoscimenti e carità, di chi sogna di poter cambiare il mondo con la consapevolezza di quanto siamo piccoli.

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Unioni di fatto, unioni disfatte

Inserito da danybus | ottobre 4, 2011

All’inizio si credette che fosse possibile mantenere una moneta comune per i quindici stati indipendenti dell’area. Alla base di tale convinzione vi erano certo considerazioni di carattere politico, ma l’obiettivo principale era preservare gli intensi scambi commerciali in essere tra i vari stati. Fu istituita una banca centrale unica con il compito di consegnare valuta e monete alle diverse banche centrali dei paesi indipendenti. La situazione politica, tuttavia, non era favorevole al mantenimento di un’unione monetaria: mancava un obiettivo comune sulla politica fiscale e i mezzi per implementarla. Molti stati, avendo perso il controllo della moneta in favore della banca centrale unica, favorirono uno sviluppo incontrollato del credito costringendo il paese più forte dell’area a imporre limitazioni ai flussi finanziari provenienti da altri paesi. Quando questo paese, perso ogni controllo sui flussi finanziari, istituì una propria valuta, decretò di fatto la fine dell’Unione Monetaria costringendo ciascun paese ad adottare una propria valuta.

No, non è un pezzo di fantagiornalismo sulla dissoluzione dell’Unione Monetaria Europea, bensì la pagina di Wikipedia che parla della fine del Rublo Sovietico (l’ho tradotta togliendo i riferimenti ai nomi dei paesi per lasciare un po’ di suspense).

Qui segue invece l’esperienza della Lettonia, che era nell’unione monetaria del Rublo e che oggi è nell’Unione Europea (non ancora in quella monetaria).

La Lettonia dichiarò l’indipendenza il 4 maggio del 1990, ma fu ufficialmente riconosciuta dalla Unione Sovietica il 25 dicembre 1991. Il tre settembre nel 1991 il Consiglio Supremo della repubblica Lettone ripristino lo status di banca centrale della Bank of Latvia.. Nei primi quattro mesi del 1992 la Lettonia fu colpita dall’inflazione derivante dalla politica monetaria adottata dalla Bank of Russia (la sola che poteva emettere Rubli). La bilancia dei pagamenti aveva un deficit di 122 milioni di rubli (il 5,9% del PIL) a febbraio e di 686 milioni di rubli (29,2 del PIL) ad aprile. Dal momento che solo la Banca centrale russa poteva emettere moneta, presto il paese sarebbe stato colpito da una crisi di liquidità in cui la Bank of Latvia non avrebbe potuto far fronte ai pagamenti. In questo contesto, il comitato monetario della repubblica lettone decretò il 4 maggio del 1992 la creazione del rublo lettone in tagli da 1, 2, 5, 10, 20, 50, 200, 500, scambiati alla pari con i rubli sovietici. Fino al 20 luglio le due valute circolavano contemporaneamente

Nessun parallelo?

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